Vertici militari australiani risparmiati da ulteriori procedimenti per crimini di guerra in Afghanistan

Twaslnews, 29 ottobre 2026
Il capo della Difesa australiana esclude ulteriori provvedimenti contro i vertici militari per le violazioni legate ai presunti crimini di guerra in Afghanistan, nonostante un’inchiesta riservata, dai risultati pesanti, abbia rilevato un cedimento della leadership che ha permesso il diffondersi di una cultura di illegalità all’interno delle forze speciali d’élite del Paese.
Il capo delle Forze di difesa australiane, l’ammiraglio Mark Hammond, ha dichiarato giovedì, durante un’audizione parlamentare sulle stime di bilancio al Senato, che il Dipartimento della Difesa ha completato le azioni conseguenti all’inchiesta. Quest’ultima aveva stabilito che i comandanti avevano ignorato segnali d’allarme, tollerato gravi comportamenti scorretti e mancato di contrastare un atteggiamento sempre più arrogante e chiuso del Special Air Service Regiment (SAS).
Bufera sui vertici militari australiani: nessuna nuova sanzione
La sua dichiarazione arriva dopo la pubblicazione di un rapporto rimasto a lungo segreto, che riapre gli interrogativi sull’eventualità che gli alti ufficiali siano sfuggiti alle proprie responsabilità per uno dei capitoli più bui della storia militare australiana.
L’indagine dell’Ispettore generale delle Forze di difesa australiane (IGADF) ha riscontrato nel SAS una «grave carenza di buona leadership e di comando efficace», in un contesto in cui alcuni soldati erano arrivati a considerarsi intoccabili e a ritenere facoltativo il rispetto delle normali regole militari.
«Le conclusioni e le raccomandazioni sono state attuate dai miei predecessori. Tutte le azioni dipartimentali pertinenti a quell’inchiesta sono state completate», ha dichiarato Hammond. «Quando necessario, sono state effettuate segnalazioni al governo e non ho ulteriori elementi da aggiungere rispetto a quanto già riferito dai miei predecessori».
Gravi falle nella leadership delle forze speciali SAS
L’inchiesta, conclusa nel 2022 ma resa pubblica solo in parte questa settimana, ha rilevato una «mancanza di leadership efficace a vari livelli». I segnali del progressivo deterioramento degli standard erano arrivati anche ai comandi superiori, senza però provocare interventi adeguati.
Una sintesi delle conclusioni è stata caricata martedì sul sito dell’IGADF ed è stata pubblicata per la prima volta dal quotidiano The Australian. Il Dipartimento della Difesa aveva rifiutato due volte di divulgare il rapporto in base alle norme sulla libertà d’informazione. Sia il Partito laburista sia la Coalizione avevano votato per mantenerlo segreto.
Tra le rivelazioni più inquietanti figura il fatto che i comandanti disponevano di statistiche sulle operazioni sul campo che mostravano un numero insolitamente elevato di combattenti nemici uccisi, ma quasi nessun insorto ferito e poche vittime tra i militari australiani.
«Alcuni comandanti prestavano attenzione a questi dati e alle voci che li accompagnavano, mentre altri no: ciò potrebbe indicare un abbandono della curiosità investigativa», si legge nel rapporto.
«È straordinario che non sia stata intrapresa alcuna azione efficace, considerata la gravità delle questioni oggetto delle voci».
Le conclusioni mettono in luce una preoccupante disparità tra la responsabilità richiesta ai soldati accusati di uccisioni illegali e quella assunta da chi era al loro comando.
La precedente inchiesta Brereton, avviata nel 2020, aveva raccolto prove credibili secondo cui le forze speciali australiane avevano ucciso illegalmente 39 civili e prigionieri afghani. Tuttavia, la responsabilità era stata attribuita principalmente ai soldati e ai comandanti di grado inferiore.
L’ultima indagine non ha accertato che gli alti ufficiali fossero a conoscenza della commissione di crimini di guerra, ma ha rilevato una successione di fallimenti nella leadership che aveva consentito a gravi problemi culturali di persistere senza controllo.
Rispondendo alle domande del leader dei Verdi, David Shoebridge, Hammond ha riconosciuto che il rapporto dell’IGADF individuava «gravi carenze che devono essere affrontate», ma ha sostenuto che i precedenti vertici delle Forze di difesa avevano già formulato raccomandazioni per introdurre cambiamenti.
Andrew Hastie, esponente di primo piano del Partito liberale ed ex capitano del SAS che ha prestato servizio in Afghanistan, ha affermato che le conclusioni rispecchiano da vicino la sua esperienza e dimostrano che le responsabilità andavano ben oltre i singoli soldati.
«Ho vissuto gran parte di ciò che ho letto in quel rapporto. Ci sono quasi 50 conclusioni e molte corrispondono pienamente a ciò che ho sperimentato come giovane ufficiale dell’epoca», ha dichiarato Hastie alla radio ABC.
«In definitiva, se ricopri un incarico da ufficiale nell’esercito australiano, sei responsabile di chi è sotto il tuo comando. Forse non direttamente per le singole azioni, ma certamente sul piano morale: hai una responsabilità morale».
Crimini di guerra, resta il nodo delle responsabilità dei comandanti
L’inchiesta ha descritto un reggimento dominato dal senso della propria eccezionalità, nel quale gli ufficiali più giovani erano talvolta di fatto subordinati ai sottufficiali più esperti e i tentativi di contrastare comportamenti consolidati venivano ostacolati.
Alcuni soldati avrebbero cercato occasioni di combattimento per ottenere medaglie e riconoscimenti personali, mentre una cultura chiusa, paragonata da alcuni testimoni a quella di una «banda di motociclisti», alimentava arroganza e disprezzo nei confronti degli estranei.
Anche l’apertura di un locale per bere alcolici presso Camp Russell, nonostante il divieto esplicito di consumare alcol in Afghanistan, è stata citata come esempio del crollo della disciplina militare.
Il rapporto ha inoltre criticato la successione dei dispiegamenti operativi e le decisioni dei governi e dei vertici militari che avevano incoraggiato il SAS a considerarsi superiore agli altri reparti, anziché semplicemente specializzato.
Hastie, che aveva testimoniato contro Ben Roberts-Smith, decorato con la Victoria Cross, nella causa per diffamazione da quest’ultimo persa contro la testata, ha dichiarato di accogliere con favore la pubblicazione del rapporto.
«Credo nella trasparenza. Questo è un capitolo importante della nostra storia militare che dobbiamo comprendere e dal quale dobbiamo imparare», ha affermato.
Roberts-Smith e l’ex militare del SAS Oliver Schulz sono coinvolti separatamente in procedimenti penali per presunti crimini di guerra. Entrambi hanno respinto con fermezza le accuse.
L’inchiesta completa rimane segreta perché contiene prove sensibili raccolte durante l’indagine originaria sulle operazioni australiane in Afghanistan.













