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Tag: Vittime civili

Raid del Pakistan in Afghanistan, ONU: “almeno 28 morti e 49 feriti”

La Voce di New York, 30 giugno 2026, di Giuliano Lodato

I raid sono avvenuti domenica notte nella parte orientale del paese

Il portavoce del Segretario delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric dal palazzo di vetro dell’Onu a New York si è espresso sullo scontro armato in corso al confine tra Pakistan e Afghanistan.

Domenica notte le forze pakistane hanno effettuato raid aerei nell’Afghanistan orientale, il conflitto è iniziato alla fine di febbraio di quest’anno.

Fonti ufficiali afghane hanno riferito che i raid hanno causato 36 morti civili e 160 feriti. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan parla invece di almeno 28 decessi e 49 feriti.

“Il Segretario Generale è profondamente preoccupato per le ultime violenze tra i due Paesii” ha dichiarato Dujarric,” e chiede un’immediata cessazione delle ostilità e la protezione dei civili. […] Continuiamo a chiedere a tutte le parti di rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e a sottolineare che i civili e le infrastrutture civili devono essere protetti in ogni momento.”

In una dichiarazione rilasciata questa mattina, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, UNAMA, ha confermato che molti civili sono rimasti uccisi o feriti nei raid aerei condotti dal Pakistan nelle province di Paktya, Paktika e Kunar; tutti questi attacchi hanno avuto luogo la scorsa notte. La Missione sta proseguendo i lavori di verifica su questi incidenti. Esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime e auguriamo una pronta guarigione ai feriti”.

“I nostri colleghi delle organizzazioni umanitarie ci hanno presentato che gli ultimi attacchi avrebbero provocato anche degli sfollati, ei partner umanitari sul campo stanno valutando i bisogni e si stanno preparando a fornire assistenza di emergenza”, ha concluso Dujarric.

I bombardamenti di domenica sono avvenuti in risposta a un’offensiva subita dai paramilitari del Pakistan. Le forze armate pakistane hanno riferito che sabato un commando talebano ha innescato delle cariche esplosive per poi sparare contro una base dei Rangers a Karachi, la metropoli più popolosa del Paese; l’azione ha provocato il decesso di tre ufficiali e il trasferimento di altri quattro. L’attentato è stato poi rivendicato da un gruppo legato al Tehreek-e-Taliban Pakistan, il TTP, i Talebani pakistani.

I vertici talebani dell’Afghanistan tuttavia hanno ridimensionato il ruolo dei miliziani del TTP sulle decisioni e sulle operazioni del movimento.

La maggior parte delle vittime dall’inizio del conflitto sono afghane. Lo scorso marzo un raid pakistano ha causato 269 morti e 172 feriti, secondo i dati delle Nazioni Unite. Di contro, l’esercito afghano ha risposto principalmente con incursioni di terra mirate e con attacchi saltari a bassa intensità.

Le parti hanno avuto un primo incontro infruttuoso a Urumqi nella Cina nord-occidentale. All’inizio di questo mese circa dodici figure tra ex diplomatici e delegati vicini ai rispettivi vertici politici e militari si sono incontrati a Istanbul. L’obiettivo di questo incontro è cercare di compiere i primi passi comuni per riattivare i canali diplomatici ufficiali.

Il Pakistan ha fatto nuovi bombardamenti in Afghanistan, dopo un mese in cui si erano fermati gli attacchi

Il Post, 10 giugno 2026

Mercoledì il Pakistan ha fatto nuovi bombardamenti in tre province orientali dell’Afghanistan, per la prima volta dopo più di un mese di interruzione dei combattimenti. Come successo in altri attacchi precedenti, i due governi coinvolti hanno comunicato numeri di persone uccise molto diversi. Quello afghano dei talebani ha detto che gli attacchi hanno ucciso almeno 13 persone e ne hanno ferite 14, tutte civili. Il governo pakistano ha confermato i bombardamenti, e ha detto di aver ucciso 26 miliziani dei gruppi terroristici a cui ha attribuito vari recenti attacchi in Pakistan che avevano causato la morte di soldati e poliziotti.

 

Da febbraio ci sono nuovi combattimenti al confine tra Pakistan e Afghanistan dopo quelli del 2025. Da aprile i due paesi partecipano a colloqui diplomatici mediati dalla Cina, che finora sono stati infruttuosi. In teoria, per via dei colloqui, entrambi i paesi si erano impegnati a non intensificare gli attacchi. Erano cominciati, dopo anni di rapporti conflittuali, perché il Pakistan accusa i talebani di ospitare e sostenere il gruppo terroristico Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP). Gli attacchi armati con cui il Pakistan ha motivato i nuovi bombardamenti sono stati rivendicati dal TTP o gli sono stati attribuiti.

 

Una voce dall’Afghanistan: le amiche di Rawa ci informano

RAWA, Comunicato, 25 maggio 2026

La guerra in corso contro l’Iran ha avuto conseguenze rilevanti in tutta la regione, a causa delle ripercussioni derivanti dall’interruzione del transito del petrolio, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’Afghanistan ne sta risentendo in modo ancora più diretto, poiché il conflitto ha provocato anche l‘interruzione di importanti rotte commerciali.

Da mesi, a seguito delle tensioni e dei conflitti tra Afghanistan e Pakistan, le vie di transito sono state chiuse, determinando un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità, che arrivavano prevalentemente attraverso quel percorso.

L’Iran ha tradizionalmente rappresentato una seconda importante via commerciale, ma ora anche questo canale è stato interrotto, causando un ulteriore aumento dei costi delle merci importate, in particolare del carburante. In un contesto caratterizzato da povertà diffusa e alta disoccupazione, questi sviluppi hanno aggravato la crisi economica e peggiorato ulteriormente le condizioni di vita della popolazione.

Inoltre, il ritorno di un gran numero di migranti dall’Iran, insieme alla continua espulsione di afghani dal Pakistan, ha sottoposto la società a ulteriori pressioni. Molti rimpatriati non riescono a trovare né un lavoro né un alloggio. A Kabul, i prezzi degli affitti sono aumentati fino a superare quelli registrati durante il precedente governo, e trovare una casa è diventato estremamente difficile.

Le autorità talebane non hanno assunto responsabilità concrete nell’affrontare questi problemi, sostenendo che il sostentamento della popolazione non rientri tra i loro compiti. Di conseguenza, la popolazione si trova ad affrontare difficoltà sempre più gravi e diffuse.

Per quanto riguarda le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, è importante sottolineare che le principali vittime degli attacchi transfrontalieri sono i civili, non i talebani. Nelle province di confine, come Kunar e Nuristan, molti residenti sono stati costretti a lasciare le proprie case e, nelle aree più remote, le difficoltà di accesso hanno provocato gravi carenze di beni essenziali e, in alcuni casi, condizioni prossime alla carestia.

Allo stesso tempo, le crescenti tensioni tra i talebani e il Pakistan, dovute anche ai cambiamenti negli equilibri regionali, sono degenerate fino a sfociare in scontri lungo il confine. I talebani, privi di un ampio sostegno popolare, sembrano sfruttare queste tensioni per presentarsi come difensori della sovranità nazionale. Tuttavia, il costo umano di questo conflitto continua a ricadere soprattutto sulla popolazione civile.

 

ATTACCHI AEREI A KABUL: 27 FERITI ARRIVATI NEL CENTRO CHIRURGICO DI EMERGENCY

Emergency, 17 marzo 2026  Comunicato stampa

ATTACCHI AEREI A KABUL:
27 FERITI ARRIVATI NEL CENTRO CHIRURGICO DI EMERGENCY

DEJAN PANIC, DIRETTORE PROGRAMMA EMERGENCY IN AFGHANISTAN:
“PURTROPPO TRE PERSONE ARRIVATE GIÀ MORTE. ATTIVATA LA PROCEDURA DI MASS CASUALTY”

Sono 27 i feriti ricevuti nel Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY a Kabul a seguito di diversi attacchi aerei avvenuti nella serata afgana di ieri, 16 marzo, nella capitale. Tra le strutture colpite anche un ospedale per il trattamento delle tossicodipendenze.

“In seguito agli attacchi abbiamo ricevuto ventisette pazienti nel nostro ospedale e si è reso necessario attivare la procedura di mass casualty – spiega Dejan Panic, direttore del programma di EMERGENCY in Afghanistan –. Tra i feriti, tutti adulti, anche una donna. Due i casi critici. Purtroppo, tre persone sono arrivate già morte. La maggior parte delle vittime proviene da un centro per la cura delle tossicodipendenze: chiediamo che le strutture sanitarie vengano sempre rispettate e non diventino target di attacchi.”

Dopo la fine del conflitto il 15 agosto 2021 nell’ospedale di EMERGENCY a Kabul il 50% dei pazienti sono ancora considerati vittime di guerra: arrivano al pronto soccorso con ferite da esplosioni o da mina, da arma da fuoco, da taglio che sono la metà del totale dei feriti. Violenza e criminalità sono conseguenze di una guerra che è terminata negli scontri, ma ha lasciato armi in quantità, mine antiuomo disseminate soprattutto in aree remote, povertà.

“Nel corso degli ultimi mesi la situazione nel Paese si è aggravata – prosegue Panic – soprattutto nella capitale dove attacchi come questi non si verificavano dalla fine del conflitto. L’ultimo era avvenuto poche settimane fa al seguito del quale sono giunti nel nostro ospedale diversi feriti, tra cui donne e bambini. La preoccupazione è che si torni a una situazione simile a quella precedente il 2021.”

EMERGENCY è presente in Afghanistan dal 1999 con due Centri chirurgici a Kabul e Lashkar-gah, un Centro chirurgico e pediatrico e un Centro di maternità ad Anabah, nella Valle del Panshir, e una rete di oltre 30 posti di primo soccorso e centri di salute primaria.

A Kabul un massacro nel silenzio: 400 morti sotto le bombe del Pakistan

Avvenire, 17 marzo 2026, di Stefano Vecchia

Un’incursione dell’aviazione militare sulla capitale dell’Afghanistan ha distrutto un ospedale. Il governo pachistano nega di aver colpito deliberatamente: «Prese di mira installazioni militari»

Nell’episodio finora più grave di un conflitto in corso dallo scorso anno tra Pakistan e Afghanistan, oggi un’incursione dell’aviazione militare pachistana sulla capitale afghana Kabul ha colpito un ospedale specializzato nella riabilitazione dei tossicodipendenti: almeno 400 morti e 250 feriti. Le immagini diffuse dal regime taleban mostrano una devastazione totale ma la versione ufficiale di un attacco premeditato è confutata dal governo pachistano che nella notte di lunedì, ha dichiarato per voce del ministro dell’Informazione, Attaullah Tarar che l’azione armata «ha preso di mira con precisione installazione militari e infrastrutture di supporto al terrorismo» e sottolineato come «le esplosioni secondarie che si sono verificate dopo gli attacchi indicano con chiarezza la presenza di un grande deposito di munizioni». Testimoni oculari hanno definito l’episodio come «una apocalisse». Almeno tre esplosioni hanno praticamente dissolto il grande edificio a un piano dell’ospedale e lasciato poche tracce di costruzioni circostanti, tra queste un centro di riabilitazione attraverso attività di artigianato, cosparse di detriti e tracce di chi era all’interno al momento dell’attacco. I soccorritori sono intervenuti cercando di salvare i superstiti nelle aree interessate da incendi ma ancora in piedi, ma a loro è toccato soprattutto recuperare le vittime in un complesso che si stima ospitasse un migliaio tra pazienti e personale.

L’azione devastante dei cacciabombardieri di Islamabad potrebbe dare un nuovo corso al conflitto, in un contesto locale e regionale segnato dall’incertezza e dall’instabilità. Significativo della difficoltà nello stato attuale di arrivare a una tregua è che l’attacco si è verificato a poche ore dalla messaggio con cui Pechino – partner di entrambi i contendenti – ha rinnovato la disponibilità a mediare tra le parti, sollecitato a evitare una estensione delle ostilità e chiesto di tornare al tavolo dei negoziati. Significativo, in due Paesi di osservanza musulmana, che la strage sia arrivata a pochi giorni dalla ricorrenza dell’Eid al-Fitr che segna la fine del mese del Ramadan. Il rischio di un aggravamento e estensione del conflitto va valutato anche alla luce degli eventi mediorientali che coinvolgono l’Iran che a sua volta ha problemi con entrambi i Paesi e dove la minoranza sciita è spesso sulla difensiva. Inoltre entrambi i Paesi coltivano alleanze con Stati del Golfo che perseguono politiche non sempre convergenti: rispettivamente l’Arabia Saudita per il Pakistan e il Qatar per l’Afghanistan.

Alla base dell’inimicizia, esplosa poi in tensioni armate, vi è la convinzione di Islamabad che il regime afghano dia forte sostgno ai taleban pachistani colpevoli di azioni terroristiche, in particolare gli aderenti al Tehreek-e-Taleban Pakistan. Sostegno che Kabul nega pur ammettendo che la comune etnicità pashtun dei taleban dalle due parti del confine rende difficile in controllo dei confini. A sua vota Kabul può controbattere sollevando la situazione di centinaia di migliaia di profughi afghani in fuga dai conflitti nella terra d’origine, in via di espulsione dal Pakistan dove hanno formato consistenti comunità che il governo pachistano negli ultimi anni ha deciso di espellere con il favore della popolazione e la cooperazione dell’esercito.

AFGHANISTAN-PAKISTAN: La guerra che il mondo non vede

Pagine Esteri, 17 marzo 2026, di Valeria Cagnazzo

Mentre gli occhi del mondo sono concentrati sull’offensiva condotta da USA e Israele sull’Iran, un altro conflitto altrettanto giovane infuria più a est e, come tutte le guerre, fa strage di civili. Appena due giorni prima che Trump e Netanyahu dichiarassero guerra a Teheran, infatti, il 26 febbraio scorso l’escalation tra Kabul e Islamabad esplodeva in un vero e proprio scontro. Da quel giorno, i raid attraverso il confine tra i due Paesi sono andati avanti, e lo stesso ha fatto anche il contatore delle vittime.

È di venerdì 13 marzo la notizia, diramata dal Ministero dell’Informazione Federale del Pakistan, dell’uccisione di 663 afghani talebani e del ferimento di almeno 887 altri uomini armati. Si tratta dell’ultima operazione di quella che Islamabad ha battezzato Ghazab Lil Haq (“Ira per la Giustizia”), l’offensiva che dovrebbe punire l’Afghanistan per non aver contrastato e anzi per aver lungamente protetto, secondo Islamabad, i Talebani pakistani. La loro formazione estremista, nota come TTP (Tehrik-i-taliban Pakistan), che avrebbe sedi clandestine in territorio afghano, negli ultimi anni con frequenza crescente ha compiuto ripetuti attacchi terroristici in Pakistan, muovendosi attraverso le maglie larghe di una frontiera scarsamente controllata.

La condizione del Pakistan per avviare delle trattative di cessate il fuoco, secondo quanto affermato dal portavoce del Ministero degli Affari Esteri Tahir Andrabi, è che il governo talebano offra “garanzie” che il territorio afghano non verrà più utilizzato dai terroristi per preparare e portare avanti attività contro il governo di Islamabad. In assenza di queste, il conflitto proseguirà.

A proposito del più recente successo militare, il Ministro dell’Informazione Tarar ha dichiarato che i raid pakistani avrebbero inoltre distrutto 249 check point afghani, 224 carri armati e 70 infrastrutture militari. Sarebbe stato inoltre bombardato il deposito di carburante di una compagnia aerea privata, Kam Air, nei pressi dell’aeroporto di Kandahar. “Sono stati colpiti i terroristi e la loro infrastruttura di supporto nelle province di Kabul, Paktia e Kandahar con attacchi aerei mirati”, ha dichiarato.

Le vittime civili – Mentre il portavoce del Ministero degli Esteri pakistano dichiara che le operazioni militari lanciate da Islamabad sono “mirate con la dovuta diligenza, secondo il principio di un accertamento rigoroso che nessun civile venga ferito”, le fonti del fronte afghano parlano di un numero di vittime tra i civili in costante aumento.

L’attacco più recente sarebbe avvenuto nella notte del 15 marzo, nella provincia di Kunar e a sud della provincia di Kandahar, in aree popolate da civili. A Kandahar, un raid pakistano avrebbe colpito una clinica di riabilitazione per tossicodipendenti. Un attacco che non avrebbe fatto “casualties”, vittime civili, ma che dimostrerebbe, come denunciato dal governo afghano, i target non militari dell’offensiva del Pakistan.

“Il Pakistan ha di nuovo violato lo spazio aereo afghano”, ha commentato Zabihullah Mujahid, portavoce dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan la mattina del 15 marzo. “Un attacco ha colpito un ospedale per tossicodipendenti dove ci sono pazienti che ricevono terapie. È un edificio civile. Non ci sono state vittime ma una parte dell’edificio è stato distrutto. Il secondo attacco aereo ha colpito un container vuoto (…) Non so cosa credevano che fosse”, e ha aggiunto che questi raid contro “posti comuni sui quali sono state lanciate bombe” avranno delle conseguenze.

In un raid di giovedì scorso, nel villaggio di Sadqo nella provincia di Khost, alcune tende di famiglie nomadi sarebbero state distrutte e, secondo il portavoce del governo talebano Hamdullah Fitrat, una donna, un uomo e due bambini sarebbero rimasti uccisi. Il numero di vittime da martedì 10 marzo negli scontri sul confine tra i due Paesi sale così a sette civili. Secondo la denuncia di Kabul, il Pakistan starebbe deliberatamente attaccando le abitazioni dei civili con i suoi attacchi aerei notturni.

Lo conferma l’ONU: la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha denunciato che nel solo intervallo compreso tra il 26 febbraio e il 5 marzo scorso, almeno 56 civili avrebbero perso la vita. Tra questi, ci sarebbero 29 bambini. Secondo il bilancio più recente delle Nazioni Unite del 13 marzo scorso, dall’inizio della guerra in Afghanistan almeno 75 civili hanno perso la vita. Non solo: almeno 115.000 afghani a causa del conflitto sono stati finora costretti ad abbandonare le proprie case

La guerra nel cuore della crisi – Il nuovo conflitto con il Pakistan si abbatte su un popolo che sta attraversando una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. E i raid aerei stanno bombardando tende e rifugi di civili che già avevano perso tutto per altri motivi. 25.000 persone che appena sei mesi fa avevano perso la casa a causa del terremoto e si erano rifugiate nella provincia di Kunar, a causa degli attacchi pakistani sono state costrette a ritornare nelle loro regioni di origine, dove non ci sono, però, servizi sufficienti né infrastrutture per accoglierle. Un secondo sfollamento potrebbe interessare anche altri 14.500 afghani, con le stesse modalità.

A causa della guerra, almeno 20 ospedali e centri di soccorso sono stati chiusi, così come molte scuole, e per motivi di sicurezza il World Food Programme (WFP) ha al momento sospeso la distribuzione di cibo. Il danno che queste e altre conseguenze del conflitto con Islamabad potranno generare sulla popolazione è inimmaginabile. In Afghanistan, già 21,9 milioni di persone richiedono assistenza umanitaria, e 17,4 milioni si trovano in una situazione di insicurezza alimentare. 3,7 milioni di bambini sono affetti da malnutrizione acuta.

Oltre a questo, l’Afghanistan deve fare anche i conti con il ritorno dei profughi afghani dai Paesi limitrofi, e con gli effetti del conflitto tra USA, Israele e Iran. Già dal 2023 le politiche iraniane e pakistane avevano spinto, talvolta costretto, molti afghani che si erano rifugiati nei due Paesi a ritornare in territorio afghano. L’attuale conflitto in Iran sta ulteriormente accelerando un disordinato processo di rientro degli afghani della diaspora in un Paese in cui non hanno più niente, e dilaniato da una nuova guerra. Già 110.000 afghani hanno attraversato a ritroso il confine iraniano, ma almeno 4,4 milioni sono ancora ospitati in Iran, almeno 1,4 dei quali senza documenti, e l’ipotesi di un loro ritorno forzato si fa sempre più plausibile – e problematica.

Le conseguenze della guerra sul fronte cosiddetto medio-orientale non risparmiano neanche l’altro attore del conflitto, il Pakistan, che si trova dal canto suo ad affrontare una pesante crisi energetica. Fortemente dipendente dalle importazioni dai Paesi del golfo di petrolio e gas naturale, mentre attacca l’Afghanistan Islamabad ha dovuto adottare nuove misure per affrontare gli effetti della guerra in Iran, che hanno fatto schizzare, come in altre aree del mondo, il prezzo di diesel e benzina del 20%. Il primo ministro Sharif ha varato un pacchetto che prevede addirittura la chiusura delle scuole e la riduzione della settimana lavorativa per ammortizzare gli effetti della crisi dell’energia sull’economia pakistana. E forse, più che la diplomazia, solo l’effetto domino che va dall’Iran alla finanza pakistana potrà qualcosa sulle possibilità di un cessate il fuoco obbligato.

La Cina come mediatrice – All’indomani dello scoppio della guerra, diversi Paesi si erano offerti come mediatori tra Pakistan e Afghanistan. La Russia, ad esempio, ma anche l’Iran, che appena due giorni dopo sarebbe stato attaccato da Stati Uniti e Israele. Così come la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, anch’essi adesso presi da un conflitto più vicino e cogente. Pechino, dal canto suo, nel frattempo non ha smesso di proporre il suo aiuto per mediare una risoluzione del conflitto tra Kabul e Islamabad. L’inviato speciale cinese per l’Afghanistan continua a muoversi tra le due capitali per incoraggiare il dialogo e il Ministro degli Affari Esteri Wang Yi ha dichiarato che la Cina è pronta ad assistere i due Paesi nel risolvere le loro tensioni.

Gli interessi economici di Pechino sia in Pakistan che in Afghanistan, del resto, obbligano la Repubblica Popolare Cinese a impegnarsi per ristabilire gli equilibri nella regione e a caldeggiare la pace. Con il suo progetto Belt and Road Initiative (BRI) la Cina ha, infatti, un investimento attivo di 65 miliardi di dollari in Pakistan. Ma al tempo stesso ha anche interessi e investimenti nello sfruttamento delle risporse minerarie in Afghanistan, con accordi stipulati anche con il governo de facto talebano, oltre che con i precedenti, per centinaia di milioni di dollari.

Non sono solo gli affari a motivare la Cina. L’instabilità della regione e il crescente potere dei gruppi terroristici hanno già colpito il personale cinese. Come è successo agli operai cinesi in Tajikistan, vicino al confine afghano, che recentemente sono stati vittime di attacchi terroristici, o in Pakistan, nelle provinche di Balochistan e Sindh.

Il 12 marzo scorso, l’inviato speciale della Cina per gli affari afghani, Yue Xiaoyong, vantava meeting con entrambe le parti del conflitto per promuovere “il dialogo e la riconciliazione”, e sugli account ufficiali del Ministro degli Esteri Wang Yi erano comparse parole di ottimismo: “La Cina spera che entrambi i fronti mantengano la calma, conducano delle discussioni faccia a faccia il prima possibile, stabiliscano un cessate il fuoco e risolvano le dispute attraverso il dialogo”.

Sempre sul suo account X, il Ministro aveva aggiunto di aver avuto una conversazione telefonica con il Ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, confermata da quest’ultimo sul suo profilo. Una chiacchierata che voleva essere un invito a “raggiungere i negoziati il prima possibile”. Era il 12 marzo. Il giorno dopo, il Pakistan celebrava di aver ucciso centinaia di afghani talebani oltre il confine. È difficile immaginare che l’ottimismo di Wang Yi sull’efficacia della sua diplomazia nell’arco di quelle ventiquattro ore si sia preservato intatto.