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Tag: Ypg

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Scontri di Aleppo ignorati dai media italiani

Davide Grasso, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026

Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.

Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.

Un problema politico

Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.

I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.

Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.

Nonostante l’intesa

Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile cui hanno fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).

Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.

Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.

 

Senza guerriglia molti affari

Enrico Campofreda  dal suo Blog 27 ottobre 2025

Fibrilla il Parlamento turco, e ancor più il governo, per la ritirata definitiva del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) che nella scorsa primavera ha chiuso il capitolo della lotta armata in Anatolia assieme ai fratelli delle Unità di protezione del Popolo (Ypg). Migrano tutti nel Kurdistan iracheno, fra i monti di Qandil, da decenni casa e casamatta della leadership kurda. Il Pkk ha decretato da maggio scorso il suo addio alle armi, anzi le ha pure simbolicamente bruciate in piena estate. Le Ypg le trasportano altrove, senza rivendicare l’autonomia della regione denominata Rojava. Un autogoverno da difendere con l’autogestione del territorio e della comunità e, quando occorreva, a colpi di mitra. Ma questo è il passato. Quella lotta era diventata impari, contro l’esercito di Ankara, e sullo scacchiere internazionale. Poiché fino a quando l’Isis agiva sul territorio siriano giungevano rifornimenti e armamenti statunitensi, poi è prevalso il graduale e inesorabile abbandono. Col mutare del quadro politico in Siria, il fronte anti Asad ha preso il potere e guarda a una transizione-trasformazione del territorio rimasto a lungo avamposto delle alleanze iraniane con Hezbollah libanese e Hamas palestinese. L’attuale Israele, che ha inferto duri colpi a entrambi, incarna la variabile impazzita col suo piano d’inglobare terre dei vicini. Non solo i palestinesi aggrediti con una peggiore Nakba che sa d’annientamento totale, ma a scapito appunto delle debolezze libanesi e siriane. Sostituendo Washington, Tel Aviv lancia l’amo del sostegno a senso unico verso i kurdi dell’ex Rojava, lusingandoli e illudendoli come sta facendo coi drusi. Appoggi, sovvenzioni, protezioni per usarne talune avversioni a proprio vantaggio. I leader del Pkk non si fanno irretire, però restano isolati in luoghi mai risultati centrali per lo stesso progetto dibattuto oltre quindici anni or sono da Erdoğan e Öcalan. In seguito congelato e di fatto reso praticabile in pochi mesi da chi aveva sempre avversato la grande minoranza kurda, il capo nazionalista Deviet Bahçeli, ora ferreo amico del presidente.

I combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che si sarebbero ritirati dalla Turchia con le loro armi, sull’attenti durante una cerimonia nella zona di Qandil, nell’Iraq settentrionale, domenica 26 ottobre 2025. (AP Photo/Rashid Yahya)

Un accordo tattico per i due fronti. Utile all’Alleanza del popolo (Akp più Mhp) vincitrice delle elezioni nel 2018 e 2023, ma messa sotto pressione sui temi dell’economia, dell’autocrazia e della sicurezza dal Partito Repubblicano (Chp). Utile per il vicolo cieco in cui era finita la lotta armata, foriera solo di carcere e repressione a detta del medesimo leader storico Öcalan. Fra le sue richieste l’attuazione di quell’autonomia locale nelle aree del nord-est anatolico dove i rappresentanti kurdi sono eletti con ampie maggioranze ma subiscono commissariamenti, repressioni, arresti. E l’altamente simbolico utilizzo della lingua kurda nelle stesse assemblee istituzionali come il Meclis. Proprio dello stallo di tali procedure s’è lamentato il portavoce kurdo nella conferenza stampa di ieri a Qandil, per tacere delle istanze di scarcerazione di reclusi eccellenti: Öcalan da ventisei anni, Demirtaş da quasi un decennio. I politici turchi plaudono convinti che tutto s’appianerà e guardano soprattutto i vantaggi dell’insperata pacificazione che risolleva la linea del ‘sultano’ tenuta a galla solo dal perpetuo suo moto diplomatico, ma che necessita d’un potenziamento sul claudicante fronte economico a lungo strapazzato da una straziante inflazione. Una piaga per la patria e i cittadini. Perciò politologi e analisti, ricordando le pazzesche ricadute finanziarie sulle casse interne (finora sono stati spesi 1,8 trilioni di dollari per la “lotta al terrorismo”), prospettano un futuro stabilizzato da progetti che potrebbero creare in tre anni più di 500.000 posti di lavoro. Evidentemente non indirizzati a reclutamenti dei Ministeri della Difesa e dell’Interno, come accadeva nella Turchia iper militarizzata degli esecutivi repubblicani ed erdoğaniani, bensì per agricoltura, turismo, servizi. E investimenti privati proprio nella depressa regione del nord-est. Quanto questa via sarà inclusiva e partecipativa per la gente kurda è la scommessa in atto. Al tempo stesso la pacificazione è la carta che lo Stato gioca a favore di due obiettivi al centro ai programmi di grandezza di Erdoğan.

Quello di fare della Turchia un grande ‘hub energetico’ proiettato sui continenti europeo, asiatico e africano. Convogliando dai luoghi di estrazione: Paesi del Golfo e Libia fino al Caucaso e Mar Nero idrocarburi e gas, e fungendo da ponte di connessione e distribuzione. Chiusa la fase in cui i guerriglieri facevano saltare i condotti, il gasdotto transanatolico TANAP che trasporta 16 miliardi di metri cubi all’anno in Europa, TurkStream (31,5 miliardi di metri cubi nell’Europa sud-orientale), l’oleodotto BTC Baku–Tbilisi–Ceyhan fornitore di 1,2 milioni di barili al giorno, sono esempi già esistenti in predicato di ulteriori implementazioni. Cui s’unisce il sogno sempre vivo di Mavi Vatan, la Patria blu. Cavallo di battaglia, pardon, vascello d’assalto della marina turca e del nazionalismo anatolico già all’epoca dei golpe militari, è tornata in auge fra gli ammiragli (dal suo ripropositore Cem Gürdeniz) con funzione di difesa delle cosiddette Zone Economiche Esclusive, tratti di mare di competenza delle nazioni prospicienti che nel Mediterraneo orientale vede penalizzata la costa anatolica per il ruolo giocato dalle isole greche e da Cipro. Al di là delle diatribe, comunque di non poco conto se si pensa alla gestione dei giacimenti di gas nello spazio di mare che interessano e coinvolgono Egitto, Gaza (l’unica diseredata e senza diritti) Israele, Libano, Cipro, Turchia e Grecia, Mavi Vatan su cui punta Ankara riguarda i traffici marittimi fra Mediterraneo, Oceano Indiano e Pacifico. Un affarone su cui dagli inizi del Millennio sta puntando la Cina per salvaguardare la sua linea commerciale diretta e per conto terzi nella ‘Via della seta’. Un impegno che per impotenza di capitali mercantili non coinvolge la Grecia e neppure un’Italia che ha svilito qualsiasi attività commerciale e infrastrutturale marittima ad ampio respiro. Per ora Middle Corridor (rotta commerciale dal sud-est asiatico e Cina attraverso Kazakistan, Mar Caspio, Georgia, Turchia) funge già da affidabile ponte terrestre, ha trasportato 4,5 milioni di tonnellate di merci nel 2024 e alla fine di quest’anno supererà i 6 milioni. Dopo guerriglie interne striscianti e conflitti locali combattuti o mimati la Turchia senza terrorismo è pronta a cercare nuovi spazi di grandezza. Neo o post ottomani si vedrà.

 

Il nuovo accordo tra Ankara e Damasco contro i curdi: armi in cambio della possibilità di colpire l’Ypg in territorio siriano

L’Espresso, 21 ottobre 2025

La Turchia potrà attaccare l’ala siriana del Pkk a una profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano

I media turchi riportano di una nuova intesa fra Turchia e Siria che permetterà al governo di Damasco di dotare il proprio esercito di armi turche e al governo di Ankara di colpire obiettivi curdi a una profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano. L’intesa è stata raggiunta nell’incontro della scorsa settima tra i ministri degli Esteri dei due Paesi e mancherebbe ora solo la firma ufficiale. La prima fornitura di droni, radar, blindati e razzi sarebbe già arrivata in Siria.

L’intesa raggiunta tra i due Paesi va a ridisegnare i rapporti di confine, teoricamente fermi al protocollo di Adana del 1998 e poi saltati a causa della guerra civile scoppiata in Siria nel 2011. In base al protocollo di Adana, la Turchia aveva diritto a lanciare operazioni contro le milizie separatiste curde del Pkk a una profondità di 5 chilometri all’interno del territorio siriano. A distanza di 27 anni, lo Ypg, l’ala siriana del Pkk, detiene il controllo del Nord-Est della Siria, il Rojava. L’accordo permetterebbe ad Ankara una maggior libertà d’azione nella difesa del proprio confine e a Damasco di consolidare il controllo del territorio siriano dopo la caduta, avvenuta a dicembre 2024, del regime di Bashar al Assad.

I turchi considerano lo Ypg un’organizzazione terroristica. Il nuovo governo di Damasco guidato da Ahmed al Sharaa punta all’integrità del Paese e non parrebbe disposto a concedere autonomia allo Ypg. Anche per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’integrità della Siria risulta fondamentale, deciso a favorire il rientro in patria dei tanti profughi siriani scappati dalla guerra civile.

In base a quanto reso noto dai media turchi, Ankara avrebbe già inviato droni, blindati, razzi a media gittata e pezzi di artiglieria da usare in un confronto con lo Ypg, nel caso questi ultimi dovessero continuare a rifiutare l’integrazione nell’esercito siriano. La tensione, dunque, è alta e scontri tra le milizie curde e l’esercito di Damasco hanno avuto luogo appena due settimane fa nei pressi di Aleppo. Lo Ypg potrebbe anche finire direttamente nel mirino di operazioni turche nel caso di interventi compiuti a una profondità di 30 km dal confine.

L’intesa con la Turchia sarebbe volta anche ad accelerare il processo di ricostruzione dell’esercito siriano, aumentandone la capacità di prevenire ed evitare i raid israeliani e permettendo di proteggere una sovranità spesso in bilico negli ultimi mesi, in modo particolare nella regione meridionale del paese levantino, già parzialmente occupata dallo Stato ebraico per quanto riguarda le alture del Golan.