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Tag: Ypg

Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2026, di Davide Grasso

Le SDF sono state il più grande esercito popolare del Medio Oriente, raggiungendo 70mila unità. L’esito finale è stato determinato dagli attacchi di gennaio del governo siriano

In questi giorni le forze armate del governo di Damasco prendono gradualmente possesso delle ultime aree autonome nel nord della Siria, in zone a maggioranza curda chiamate per questo Rojava. Questo dispiegamento arriva dopo l’annuncio, il 25 agosto, dell’auto-dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (DAA) e delle sue Forze siriane democratiche (SDF) di autodifesa. L’autonomia del nord-est, di ispirazione confederalista e democratica socialista, esisteva di fatto dal 2012, e ufficialmente dal 2014. Ha rappresentato negli ultimi quattordici anni un punto di riferimento per coloro che hanno cercato di immaginare un nuovo modo di concepire la rivoluzione nel XXI secolo, dotato al tempo stesso di concretezza, rinnovamento etico e concettuale e spazio per l’utopia.

Le zone autonome si erano ingrandite nel corso del tempo grazie alla guerra di resistenza attuata dalle SDF contro lo Stato islamico o Daesh tra il 2014 e il 2019. Le vittorie delle SDF in quegli anni sono state possibili grazie a decine di migliaia di giovani volontari siriani e mediorientali che hanno combattuto con coraggio estremo e mezzi poverissimi. Sono state il più grande esercito popolare rivoluzionario del Medio oriente, raggiungendo 70.000 unità (non molto meno dell’esercito siriano stesso) e coinvolgendo una maggioranza di combattenti di lingua araba (circa il 68,7% secondo una survey del 2019) e una cospicua minoranza di curdi (17,2%), oltre ad assiri (12,5%), ezidi, turcomanni, circassi e armeni (2%).

Le SDF hanno visto combattere al loro interno fedi diverse, tra cui era maggioritario l’islam sunnita, ma con importanti minoranze delle diverse confessioni cristiane orientali, dell’ezidismo e dell’alevismo. Una buona parte dei combattenti delle due forze curde che hanno diretto le SDF, le Unità di protezione del popolo (YPG) maschili e le Unità di protezione delle donne (YPJ) femminili, era inoltre atea, agnostica o rivendicava un’adesione a forme di panteismo e l’interesse per tradizioni religiose zoroastriane. La presenza di donne era unica nel panorama politico delle forze non statali nate dopo il 2011 in Siria. Le YPJ, che costituivano circa il 18% delle SDF, erano un esercito femminile autonomo, con una propria catena di comando, che si riservava ogni volta di concordare le scelte delle SDF con i comandi maschili e aderiva a una concezione femminile del sapere chiamata Jineolojî (“scienza donna”).

Le SDF hanno rappresentato la forza armata che, nella guerra siriana, ha fatto propri principi di combattimento volti al rispetto dei prigionieri, al rifiuto della pena di morte e di esecuzioni sommarie. Nonostante non siano mancate infrazioni, questo tratto di disciplina ed etica interna le ha differenziate dai gruppi islamisti contro cui ha combattuto e che ora, dopo aver preso il potere a Damasco nel 2024, sono riusciti a imporne lo scioglimento. Questo esito è stato determinato principalmente dall’attacco su vasta scala del governo dello scorso gennaio, che non ha incontrato resistenze nelle regioni autonome a maggioranza araba, dove anzi si è assistito alla defezione di molte unità delle SDF, che hanno attaccato le YPG-YPJ curde al fianco delle forze governative.

Quei fatti sono decisivi per comprendere la sconfitta di una rivoluzione che ha immaginato di poter promuovere nuovi sistemi di autogoverno confederati sul territorio, dove diversi stili di vita e regimi di verità potessero convivere senza suprematismi religiosi o razziali. Così non è stato, in parte per un indomito razzismo anti-curdo presso parte della popolazione, in parte perché negli apparati del movimento hanno resistito forme di razzismo anti-arabo che le discriminazioni patite dai curdi possono in parte spiegare sul piano sociologico, ma non giustificare. Molto ha contato anche la promessa del nuovo presidente salafita di investimenti massicci dall’occidente a favore delle imprese locali, che ha convinto i capi delle maggiori tribù a passare dalla parte di Damasco, sospinte in questa direzione anche dall’inviato di Trump, Tom Barrack.

Nulla si potrebbe comprendere dell’intero processo, infatti, senza ricordare il ruolo delle superpotenze, Stati Uniti in testa. Nonostante abbiano fin dall’inizio supportato, con la Turchia, l’opposizione islamista, mentre la Russia sosteneva Assad, l’incapacità di entrambi questi fronti di contenere l’espansione di Daesh nel 2014 ha aperto una decisiva finestra di opportunità per le YPG-YPJ, fino ad allora esercito agguerrito ma marginale. È stata la cooperazione militare con gli USA contro Daesh, e con la Russia contro altre branche dell’opposizione islamista, ad aver permesso la creazione delle SDF e l’espansione di una confederazione autonoma fondata su migliaia di comuni popolari, centinaia di cooperative ecologiche e congressi delle donne su quasi un terzo della Siria.

In un mondo dove la difficoltà dei movimenti a costruire un pensiero autonomo produce a diverse latitudini l’idealizzazione acritica ora dell’America, ora della Russia, ora dell’Iran o della Turchia, le SDF sono state idealizzate da alcuni e demonizzate da altri, non senza fuorvianti e paradossali caricature ultra-liberali o islamofobe, mentre le loro bandiere sono state sventolate quando questo attraeva consensi e simpatie, e messe nel cassetto quando è cambiata la moda. La verità è che nessun movimento armato del tempo presente può prescindere dal rapportarsi con forze statali, anche quando governate da prospettive ideologiche diametralmente opposte. Questa è una contraddizione che sta nelle cose, in Kurdistan come in Palestina, in Ucraina come in Libano. Il rapporto con le grandi potenze ha in ogni caso decretato tanto l’ascesa quando il declino delle SDF. La Russia di Putin ha aperto la strada alle invasioni turche della DAA nel 2018 ad Afrin e nel 2024 a Sheeba e Manbij, mentre gli USA di Trump hanno fatto lo stesso nel 2019 a Tell Abyad e Serekaniye, appoggiando infine a Al-Shaara durante l’attacco del 2026.

 

Quale sarà il futuro dei kurdi nella Siria governata dagli islamisti?

greenreport.it, 31 agosto 2026, di Umberto Mazzantini

Il processo di integrazione dei kurdi si scontra con il riconoscimento dello status delle donne combattenti e dell’istruzione in kurdo e con le difficoltà per il ritorno degli sfollati

Il 25 agosto, il comandante in capo delle Syrian Democratic Forces (SDF), il kurdo Mazlum Abdi, ha dichiarato che «La caduta del regime ba’athista ha segnato l’inizio di una nuova fase nella costruzione di una nuova Siria» e ha ricordato che la decisione di aderire alla nuova Siria post-Assad si basa sui 29 accordi, rivendicando il fatto che «L’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative, create negli ultimi anni, nelle istituzioni statali è stata gestita in modo da preservare l’identità e i risultati di tali istituzioni. La fase di integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni statali si è conclusa e da oggi ha inizio una nuova fase. Esorto gli abitanti della regione a proteggere e sostenere le istituzioni nate grazie al sacrificio dei martiri. La lotta per garantire i diritti del popolo Kurdo e di tutte le componenti della Siria continuerà e che in questa fase gli sforzi politici saranno intensificati. La lotta politica continuerà per garantire che i diritti legittimi dei kurdi e di tutte le altre componenti siano tutelati nella nuova costituzione siriana».
Resta il gigantesco problema di come il progetto eco-socialista e femminista dei Kurdi del Rojava e dei loro alleati delle altre minoranze etniche e arabi progressisti possa convivere con un regime islamista, sotto controllo turco, come quello che ha preso il potere a Damasco.
Abdi ha confermato che le SDF, che hanno resistito prima e poi sconfitto sul campo i fascio-islamisti dello Stato Islamico/Daesh, hanno finito la loro missione e verranno integrate nel nuovo esercito siriano, ma le difficoltà e le diffidenza non mancano. Per esempio, ha fatto discutere quanto scritto su X/Twitter da Kamal Chomani, caporedattore di The Amargi e dottorando all’Università di Lipsia: «I kurdi si aspettavano sicuramente di più, ma se questo pone fine ad anni di spargimenti di sangue e repressione, allora è il più grande risultato della loro storia. Questo è un momento sul quale tutte le componenti della Siria possono costruire ulteriormente».
Tra la diaspora kurda – ma anche tra chi ha combattuto lo Stato islamico e gli integralisti oggi al potere in Siria – in molti si chiedono se davvero l’accordo raggiunto Damasco sia un momento storico per la Siria e per i kurdi. In un articolo di approfondimento, rispeso anche dalla pagina Facebook “Staffetta sanitaria Rojava”, Chomani spiega che «E’ storico perché, per la prima volta, l’istruzione in lingua kurda si appresta a ottenere un riconoscimento ufficiale e i kurdi vengono considerati partner per il futuro del Paese, anziché semplici ospiti. Non è ancora certo se questo processo avrà successo. Tuttavia, in un contesto di terrore di Stato, rivalità regionali e scontro tra grandi potenze all’interno della Siria, questo potrebbe rappresentare il miglior risultato possibile».
Il giornalista e attivista Kurdo spiega che «La guerra in Siria non è mai stata solo una guerra civile. È stato un campo di battaglia in cui potenze regionali e internazionali si sono scontrate attraverso alleati e alleati. Il conflitto ha posto fine al governo della famiglia Assad; l’Asse della resistenza iraniana ha subito una sconfitta; Mosca ha perso influenza a favore di Washington; e la Russia non è più presente in Siria e sta per perdere la base aerea di Hmeimim vicino a Latakia e la base navale russa di Tartus. Tra coloro che hanno tratto vantaggio dalla situazione figurano la Turchia, emersa come uno dei vincitori regionali della guerra, e Israele, che ha visto eliminato un nemico, ma al contempo ha visto comparire una nuova potenziale minaccia al confine. Il regime di Assad e l’Iran hanno sempre avuto difficoltà ad esercitare il pieno controllo della Siria, poiché l’Iran non è mai stato ben accetto nel Paese. La Turchia, tuttavia, si trova ad affrontare una realtà potenzialmente diversa, essendo un Paese vicino a maggioranza sunnita che ha accolto milioni di siriani come rifugiati negli ultimi 15 anni. In questo gioco violento e in continua evoluzione, i kurdi avrebbero potuto subire un altro massacro, essendosi trovati sull’orlo di una guerra di vaste proporzioni nel gennaio 2026. In alternativa, avrebbero potuto espandere il territorio sotto il controllo delle SDF, se gli Stati Uniti non avessero cambiato rotta e modificato le proprie politiche riguardo alla presenza in Medio Oriente e in Siria. Nessuna delle due ipotesi si è verificata. Il risultato è stato una via di mezzo».
Chomani invita i Kurdi ad essere realisti: «La politica non è un gioco a somma zero. E’ complessa, dinamica e spesso incerta. I kurdi del Kurdistan iracheno hanno commesso un grave errore quando il KDP (Partiya Demokrat a Kurdistanê, ndr) ha guidato un gioco a somma zero durante il referendum del 2017, e la Regione del Kurdistan non si è ancora ripresa da quel colpo. Il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, ndr) ha commesso un errore altrettanto grave nel 2015-2016 con la guerra di trincea ad Amed (Diyarbakir). Ci sono voluti quasi dieci anni perché il PKK si riprendesse da quel colpo, anche se si può sostenere che la sua posizione sul campo non abbia mai recuperato la forza di un tempo. La storia non procede in modo lineare; questo è un concetto che molti kurdi hanno frainteso. Oggi si può ottenere una cosa, domani un’altra. Ma le riforme in stati-nazione così ostili rimangono graduali, poiché i cambiamenti rivoluzionari all’interno di questi regimi intrinsecamente autoritari sono difficili da concretizzare. A volte si assiste a una regressione, a volte a un progresso: questa è la storia della politica. Molti credono ancora che la prossima fase della politica kurda debba essere la creazione di uno stato nazionale; per questo, quando Öcalan ha cambiato rotta, molti sono stati comprensibilmente frustrati e delusi. Ma la politica è l’arte del possibile: sapere cosa si può ottenere ora e cosa bisogna preservare per il futuro».
Secondo Chomani, da quel che è successo in 13 anni sanguinosi e terribili di guerra civile e internazionale siriana si possono trarre tre lezioni fondamentali: «Primo: la lotta politica richiede impegno verso i propri valori e un lavoro continuo. La lotta non ha un punto di arrivo – da qui il detto kurdo “Berxwedan jiyane” (La resistenza è vita/Resistere è vivere) – perché i pericoli all’interno della società sono reali quanto quelli esterni: combattere le strutture patriarcali è importante quanto lottare per l’identità kurda. Combattere il dominio esterno è necessario, ma affrontare i nostri fallimenti interni, le tendenze autoritarie e le debolezze è altrettanto, se non più, importante. E’ qui che il Rojava si distingue: può guidare una lotta dal basso che può andare oltre i territori kurdi. Può schierarsi al fianco delle minoranze, così come delle donne siriane; due gruppi che non sono apprezzati dall’attuale regime. Secondo: gli errori fanno parte della vita, ma la politica richiede la capacità di imparare da essi. La maturità politica significa imparare dagli errori e cercare di non ripeterli. Il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, ha ammesso questi errori durante l’intervista che gli ho fatto lo scorso febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Pochi giorni fa, nella sua intervista con Rudaw Media Network, ha dichiarato che il più grande fallimento della sua vita è stato quello di non aver fatto abbastanza per garantire che l’accordo del 10 marzo diventasse realtà. Terzo: le grandi ambizioni sono necessarie, ma rischiare tutto è pericoloso, soprattutto per gli attori non statali. Alcune perdite non sono facili da riparare. Il Rojava sta ora cercando di correggere ciò che avrebbe potuto essere gestito meglio dopo l’accordo del 10 marzo 2025. Il Rojava sta entrando in una nuova fase. Fino a poco tempo fa, Ahmad al-Sharaa (il presidente autoproclamato della Siria, ndr) era considerato un terrorista, con gli Stati Uniti che offrivano una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Oggi, viene accolto dallo stesso sistema internazionale che lo aveva inserito nella lista dei terroristi. Fino a poco tempo fa i kurdi erano celebrati negli Stati Uniti quasi come eroi di Hollywood. Anche quel periodo è finito. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Ma sappiamo questo: il futuro dei kurdi non sarà plasmato solo da ciò che gli altri faranno loro. Sarà plasmato anche da come i kurdi si prepareranno».
Chomani invita i suoi connazionali senza patria ad essere ottimisti: «I kurdi non devono sprofondare nella disperazione, come vedo fare ad alcuni. La mentalità di considerarci solo vittime è politicamente distruttiva. Il Medio Oriente sta entrando in un nuovo ordine e gli attori armati non statali non possono più assicurarsi un ruolo di rilievo se continuano a considerare la lotta armata come l’unica via per la liberazione. Una strada è combattere come Hamas e rischiare di trasformare il proprio popolo in vittime, soprattutto quando la potenza avversaria non esita a ricorrere alla distruzione di massa e al genocidio. Un’altra strada è comprendere la propria forza, scendere a compromessi quando necessario e continuare la lotta in forme politiche, sociali e costituzionali più solide. Questo vale anche per Turchia, Siria e Iran: non possono negare per sempre l’esistenza dei kurdi. Il processo di pace turco-kurdo va visto in questo contesto: i frutti della pace sono maturi per essere raccolti e ora possono, e devono, abbandonare la politica della negazione. L’accordo di Damasco non rappresenta quindi la fine della lotta curda in Siria. E’ un passo verso la ridefinizione del futuro della Siria. Non soddisferà pienamente le aspettative kurde, né quelle dei fondamentalisti islamici di Ahmad al-Sharaa, né quelle dei nazionalisti arabi, che non hanno mai voluto vedere donne senza hijab, come le donne delle YPJ, tra le fila delle forze di sicurezza, o una donna curda di spicco nel campo degli affari esteri, come Ilham Ahmed . Ed è proprio per questo che è importante: entrambe le parti dovranno ora scendere a compromessi sulla futura costituzione e sul tipo di Siria che verrà».
E finora il governo di Damasco aveva bloccato il processo di integrazione delle SDF proprio sullo status delle donne combattenti delle Yekîneyên Parastina Jin (YPJ – Unità di difesa delle donne), con la sua posizione contraria all’istruzione in kurdo nelle scuole del Rojava e con le difficoltà poste al ritorno degli sfollati.
Lo status delle YPJ resta una delle questioni più spinose nel processo di integrazione dei kurdi siriani. Come ricordava il 21 agosto Rete Kurdistan Italia, «Da quando ha preso il potere nel dicembre 2024, HTS (Hay’at Tahrir al-Sham – Organizzazione per la liberazione del Levante, nata come Jabhat al-Nusra, ala siriana di al-Qaeda, ndr) si è rifiutato di riconoscere le combattenti donne come forza autonoma e ha cercato di scioglierle. Le YPJ, tuttavia, hanno ribadito che continueranno ad adempiere al loro dovere di difendere il popolo in quanto forza composta da donne». Secondo Hassan Mohamed Ali, co-presidente dell’Ufficio per le relazioni generali del Mawtbo d’Suriya Demoqraṭoyto/Meclîsa Sûriya Demokratîk (MSD – Consiglio democratico siriano, l’ala politica delle SDF), durante l’ultimo incontro a Damasco è stata avanzata la proposta che le YPJ restino operative non come forza all’interno dell’esercito siriano, ma come “forza antiterrorismo” del ministero dell’interno.
Il ritorno degli sfollati rimane una delle maggiori sfide per l’attuazione dell’accordo di integrazione: l’articolo 14 prevede «Il ritorno degli sfollati di Afrin (Efrîn), Sheikh Maqsoud (Şêxmeqsûd) e Ras al-Ayn (Serêkaniyê) nelle loro città e nei loro villaggi, e la nomina di funzionari locali all’interno delle amministrazioni civili in queste aree».
Afrin è occupata dal 2018 dall’esercito turco e da mercenari islamisti sostenuti dalla Turchia. Il 9 marzo scorso, il primo convoglio di profughi kurdi, circa 400 famiglie e 2.000 persone, ha fatto ritorno a Mabeta, Şiyê e Cindirês. L’ultimo convoglio è partito da Qamishlo il 21 maggio. Circa 11.000 famiglie sono tornate nelle loro case dopo 8 anni nell’ambito del processo di rimpatrio. Ma ad aspettarle hanno trovato spesso miliziani islamisti dei gruppi armati Emzat, Hamzat e Sultan Murad, sostenuti dalla Turchia, che hanno occupato le case degli sfollati kurdi. Circa 5.000 persone delle famiglie arabe di mercenari provenienti da fuori regione si sono stabiliti nella zona centrale di Afrin e nei distretti di Mabeta, Şiyê, Cindirês e Bilbil. Alcuni si rifiutano di lasciare le abitazioni dei kurdi, altri lo fanno solo dopo averle distrutte. La Turchia continua ad occupare militarmente alcune zone di Afrin e diversi villaggi dei dintorni e ha ancora basi militari a Parsê Hill, Guz Hill, Bîlelko e Kefir Cenê, a Şêxûrzê, nel distretto di Bilbil, e a Dewrîş, vicino a Raco, si è ritirata solo da tre villaggi. Le forze di sicurezza ad Afrin sono attualmente sotto il controllo del governo provvisorio di Damasco e i mercenari continuano a rappresentare un grave problema e continuano a uccidere civili kurdi, mentre i bambini non possono ancora ricevere un’istruzione nella loro lingua madre, il kurdo. Il 10 agosto i mercenari islamisti filo-turchi hanno attaccato un convoglio di profughi composto da 410 famiglie kurde, arabe e cristiane, circa 2.500 persone provenienti da villaggi e zone rurali e che volevano fare ritorno a Afrin. Circa 100.000 persone sono ancora sfollate. in base all’accordo di Damasco, i mercenari devono lasciare le case che hanno occupato e la sicurezza deve essere ripristinata prima che i residenti possano tornare alle proprie terre, ma l’ultimo attacco ha dimostrato non è ancora possibile farlo e i rimpatri sono stati sospesi. I rappresentanti degli sfollati di Afrin hanno avvertito che «Il governo provvisorio di Damasco, l’Amministrazione autonoma e il Governatorato di Hasakah devono garantire la sicurezza e adempiere alle proprie responsabilità».
Una situazione difficile, in un Paese esausto, diviso, invaso e bombardato da Turchia e Israele e tradito dai regimi arabi e dalle democrazie occidentali che hanno fomentato la guerra civile, ma Chomani ricorda al suo popolo senza patria che «I popoli della Siria hanno ora la possibilità di costruire una nuova Siria, diversa da quella di Assad. Sia i kurdi che gli arabi dovrebbero ricordare che la Siria di Assad non accettava né kurdi né arabi che non si allineassero alle linee autoritarie. Devono imparare dagli Assad: uno è in Russia, l’altro in una tomba maledetta».

 

L’Italia riconosca il genocidio ezida


Dopo i tentativi dì arabizzazione forzata e il genocidio operato dall’Isis, gli ezidi sono tornati nelle loro aree tradizionali, ricostruendo le case e un tessuto sociale quasi distrutto, ma continuano a vivere con difficoltà la loro posizione di cerniera fra zone di influenza turca e irakena

Carla Gagliardini, Dinamo Press, 29 luglio 2026

Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri.

Un genocidio pianificato

Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e musulmani corrisponde a Lucifero.

Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria.

I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse.

L’arabizzazione del partito Ba’th

In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire.

Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto.

Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione.

La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni.

La ricostruzione di Shengal

Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo.

 Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti
Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità.

Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto.

A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq.

C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli.

La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava.

Riconoscere il genocidio

Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano.

Foto di copertina di Mirca Garuti

GIORNATA MONDIALE D’AZIONE: Siamo tutte YPJ – 31 maggio 2026

Women Defend Rojava, 13 maggio 2026
Le conquiste del movimento delle donne nella Siria del Nord e dell’Est sono sotto attacco: le difenderemo con una giornata mondiale d’azione il 31 maggio 2026!

Il 29 gennaio è stato raggiunto un accordo tra il governo di transizione siriano e l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est e da allora gli attacchi militari contro le conquiste del movimento femminista sono cessati, almeno per il momento. Gli attacchi a livello politico e sociale tuttavia continuano. Nei negoziati in corso con il governo di transizione, la società – e in particolare le donne – continua a difendere le conquiste della rivoluzione – i diritti delle donne, la loro partecipazione politica e sociale, nonché la diversità sociale – contro la posizione islamista e misogina del governo di transizione.

Le unità autonome di autodifesa YPJ incarnano questi risultati già solo con la loro esistenza e le loro azioni. Per questo motivo, il governo di transizione siriano si oppone alla loro ulteriore esistenza e alla loro integrazione nell’esercito siriano.

Negli ultimi dieci anni, le YPJ hanno dimostrato, attraverso le loro lotte, i loro sacrifici e le loro vittorie, che le donne hanno il potere di difendere se stesse e la propria società. Hanno combattuto con successo contro le forze jihadiste come l’ISIS e la loro ideologia misogina. Hanno sensibilizzato l’opinione pubblica e rafforzato la fiducia all’interno della propria società, dimostrando che le donne sono la forza più potente in ambito militare, politico e sociale quando si tratta di costruire strutture democratiche. In tempo di guerra non solo hanno rispettato principi etici e morali ma hanno anche stabilito dei modelli di riferimento in materia di etica e giustizia nella loro società.

In questo modo sono state un modello per molte donne in Kurdistan e in Medio Oriente, ispirandole a lottare con tenacia per la liberazione delle donne, confidando nella propria forza, nella propria consapevolezza, nella propria istruzione e nella propria organizzazione. Le YPJ dimostrano che le donne di tutto il mondo hanno la capacità e il diritto di difendersi insieme, proteggendo così il proprio Paese, il proprio popolo e la propria società.

Le YPJ hanno ribadito il loro impegno a garantire il futuro di una Siria democratica e libera, nonché a proteggere le donne. Dichiariamo di essere al fianco delle YPJ nella loro lotta e nelle loro rivendicazioni. In occasione della nostra giornata mondiale di mobilitazione del 31 maggio, faremo in modo che queste rivendicazioni trovino eco in tutto il mondo: le YPJ devono essere integrate nell’esercito siriano come unità a tutela delle donne e dei valori democratici!

Partecipate alla nostra giornata di mobilitazione mondiale del 31 maggio con azioni di protesta creative e diverse tra loro! Diffondete le conquiste, la lotta e le rivendicazioni delle YPJ! Invitate altre organizzazioni e compagn* ad aderire alla campagna e alla giornata di mobilitazione mondiale!

Viva le YPJ, simbolo di dignità e lotta! Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale!

La campagna «Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un diritto naturale» è stata lanciata da una Piattaforma Comune dei Movimenti e delle Organizzazioni delle Donne del Rojava e della Siria, tra cui Kongra Star. Maggiori informazioni sulla campagna e materiale sulle conquiste e sulle lotte delle YPJ sono disponibili sul sito web di Kongra Star e qui.

Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale.

kongra-star.org 26 aprile 2026

Campagna a sostegno delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) – Annunciata dalla Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili di Rojava e Siria
Il diritto all’autodifesa contro il terrorismo e la violenza organizzata è garantito dal diritto internazionale e dalle convenzioni basate sulla Carta delle Nazioni Unite, sulle Convenzioni di Ginevra e sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su pace e sicurezza. Ciò è particolarmente importante quando donne e bambini sono le principali vittime di omicidi, rapimenti, sfollamenti e riduzione in schiavitù. Negli ultimi anni, la Siria ha subito crimini diffusi perpetrati da organizzazioni terroristiche contro i civili, con le donne sottoposte alle forme più efferate di violenza e abusi, e bambini e donne esposti a ogni sorta di violazione. Ciò ha imposto alla società la responsabilità di difendere se stessa e i gruppi più vulnerabili.

In tali circostanze, si avvertiva la necessità di forze capaci di proteggere donne, bambini e società, e di contrastare il terrorismo che prende di mira gli esseri umani, la loro dignità e il loro diritto alla vita. Da questa prospettiva sono nate le Unità di Protezione delle Donne (YPJ).

Fin dalla loro fondazione nel Rojava, le YPJ si sono dimostrate la forza più efficace e il simbolo più emblematico dell’organizzazione femminile in tutta la Siria.

Negli ultimi anni, le YPJ sono state una delle forze più importanti nella lotta al terrorismo, offrendo un esempio eccezionale nella difesa dell’umanità, della dignità e della libertà. Sono state in prima linea nella lotta contro l’ISIS e altri gruppi estremisti, contribuendo direttamente alla protezione dei civili, al salvataggio di migliaia di donne e bambini e alla difesa delle comunità locali in tutta la loro diversità.

Le combattenti di queste unità hanno pagato un prezzo altissimo nel loro impegno per proteggere la società siriana e l’umanità intera. Hanno subito il martirio e numerose perdite nelle battaglie per difendere città e villaggi, così come nel contrastare il terrorismo che ha preso di mira in particolare le donne. Il ruolo di queste unità non è stato meramente militare; hanno rappresentato anche una forza morale e sociale che ha contribuito a proteggere le donne dalla violenza e dall’estremismo, rafforzando i valori di partecipazione, uguaglianza e giustizia.

La presenza di Unità di Protezione delle Donne all’interno dell’esercito garantisce il suo impegno verso i principi di pace e sicurezza. Queste unità rappresentano la bussola morale dell’esercito, radicata in una mentalità che rifiuta la negazione dell’altro e si fonda su idee progressiste.

La presenza delle donne nell’esercito serve a scopi difensivi e militari, contribuendo a cambiare la mentalità che rifiuta la volontà e i diritti delle donne.

Preservare l’identità specifica di queste unità come forze specializzate composte da donne è una necessità nazionale. Hanno una vasta esperienza nella lotta al terrorismo e nella protezione delle donne. Contribuiscono alla sicurezza e alla stabilità. Ciò garantirebbe il riconoscimento del loro ruolo, della loro storia e dei loro sacrifici.

Noi, la Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili del Rojava, stiamo lanciando una campagna a sostegno delle Unità di protezione delle donne con lo slogan “Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale” e chiediamo quanto segue:

1. Riconoscimento delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) come forza armata regolare all’interno del Ministero della Difesa siriano.

2. La preservazione della struttura delle Unità di protezione delle donne quale parte integrante del sistema di difesa siriano nelle regioni del Rojava.

3. Tutela e consolidamento dei risultati raggiunti dalle donne nel Rojava, che hanno reso le donne curde e siriane modelli di riferimento nella regione e nel mondo.

4. Rilasciare le detenute, restituire le salme delle martiri e far luce sul destino delle donne scomparse e sparite.

5. Chiediamo alla Coalizione internazionale e agli attori competenti di sostenere l’inclusione delle Unità di protezione delle donne nella struttura del Ministero della Difesa siriano.

6. Poiché la Dichiarazione costituzionale siriana non contiene alcuna disposizione che limiti il ​​servizio militare ai soli uomini, si apre la strada a una maggiore partecipazione delle donne nelle istituzioni militari e di sicurezza. Sottolineiamo pertanto l’importanza di garantire la partecipazione delle donne e di organizzarla secondo i principi di uguaglianza e non discriminazione, anche all’interno di formazioni femminili specializzate come le Unità di protezione delle donne (YPJ).

Ci appelliamo a tutti i movimenti e le organizzazioni femminili, alle forze democratiche e all’opinione pubblica nel Kurdistan e nel mondo affinché sostengano la nostra campagna e si schierino al fianco delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ). Le YPJ sono diventate un simbolo di resistenza e di difesa della libertà delle donne, nonché un simbolo del raggiungimento della pace e della democrazia.

Chiediamo inoltre a tutti i media internazionali di sostenere questa campagna, poiché dà voce alla lotta per la libertà delle donne.

Le YPJ non sono solo combattenti; sono le protettrici della libertà e dell’uguaglianza. La loro integrazione nell’esercito siriano rafforzerà la partecipazione delle donne nelle istituzioni statali e consentirà loro di beneficiare della vasta esperienza accumulata in anni di guerra. Contribuirà inoltre a costruire un’istituzione di difesa nazionale che rifletta la diversità della società siriana e i sacrifici compiuti dai suoi figli e dalle sue figlie.

Lunga vita alle Unità di Protezione delle Donne, simbolo di dignità e lotta!

Gloria ai martiri e guarigione ai feriti.

Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili del Rojava e della Siria

 

 

 

 

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Scontri di Aleppo ignorati dai media italiani

Davide Grasso, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026

Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.

Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.

Un problema politico

Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.

I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.

Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.

Nonostante l’intesa

Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile cui hanno fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).

Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.

Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.

 

Senza guerriglia molti affari

Enrico Campofreda  dal suo Blog 27 ottobre 2025

Fibrilla il Parlamento turco, e ancor più il governo, per la ritirata definitiva del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) che nella scorsa primavera ha chiuso il capitolo della lotta armata in Anatolia assieme ai fratelli delle Unità di protezione del Popolo (Ypg). Migrano tutti nel Kurdistan iracheno, fra i monti di Qandil, da decenni casa e casamatta della leadership kurda. Il Pkk ha decretato da maggio scorso il suo addio alle armi, anzi le ha pure simbolicamente bruciate in piena estate. Le Ypg le trasportano altrove, senza rivendicare l’autonomia della regione denominata Rojava. Un autogoverno da difendere con l’autogestione del territorio e della comunità e, quando occorreva, a colpi di mitra. Ma questo è il passato. Quella lotta era diventata impari, contro l’esercito di Ankara, e sullo scacchiere internazionale. Poiché fino a quando l’Isis agiva sul territorio siriano giungevano rifornimenti e armamenti statunitensi, poi è prevalso il graduale e inesorabile abbandono. Col mutare del quadro politico in Siria, il fronte anti Asad ha preso il potere e guarda a una transizione-trasformazione del territorio rimasto a lungo avamposto delle alleanze iraniane con Hezbollah libanese e Hamas palestinese. L’attuale Israele, che ha inferto duri colpi a entrambi, incarna la variabile impazzita col suo piano d’inglobare terre dei vicini. Non solo i palestinesi aggrediti con una peggiore Nakba che sa d’annientamento totale, ma a scapito appunto delle debolezze libanesi e siriane. Sostituendo Washington, Tel Aviv lancia l’amo del sostegno a senso unico verso i kurdi dell’ex Rojava, lusingandoli e illudendoli come sta facendo coi drusi. Appoggi, sovvenzioni, protezioni per usarne talune avversioni a proprio vantaggio. I leader del Pkk non si fanno irretire, però restano isolati in luoghi mai risultati centrali per lo stesso progetto dibattuto oltre quindici anni or sono da Erdoğan e Öcalan. In seguito congelato e di fatto reso praticabile in pochi mesi da chi aveva sempre avversato la grande minoranza kurda, il capo nazionalista Deviet Bahçeli, ora ferreo amico del presidente.

I combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che si sarebbero ritirati dalla Turchia con le loro armi, sull’attenti durante una cerimonia nella zona di Qandil, nell’Iraq settentrionale, domenica 26 ottobre 2025. (AP Photo/Rashid Yahya)

Un accordo tattico per i due fronti. Utile all’Alleanza del popolo (Akp più Mhp) vincitrice delle elezioni nel 2018 e 2023, ma messa sotto pressione sui temi dell’economia, dell’autocrazia e della sicurezza dal Partito Repubblicano (Chp). Utile per il vicolo cieco in cui era finita la lotta armata, foriera solo di carcere e repressione a detta del medesimo leader storico Öcalan. Fra le sue richieste l’attuazione di quell’autonomia locale nelle aree del nord-est anatolico dove i rappresentanti kurdi sono eletti con ampie maggioranze ma subiscono commissariamenti, repressioni, arresti. E l’altamente simbolico utilizzo della lingua kurda nelle stesse assemblee istituzionali come il Meclis. Proprio dello stallo di tali procedure s’è lamentato il portavoce kurdo nella conferenza stampa di ieri a Qandil, per tacere delle istanze di scarcerazione di reclusi eccellenti: Öcalan da ventisei anni, Demirtaş da quasi un decennio. I politici turchi plaudono convinti che tutto s’appianerà e guardano soprattutto i vantaggi dell’insperata pacificazione che risolleva la linea del ‘sultano’ tenuta a galla solo dal perpetuo suo moto diplomatico, ma che necessita d’un potenziamento sul claudicante fronte economico a lungo strapazzato da una straziante inflazione. Una piaga per la patria e i cittadini. Perciò politologi e analisti, ricordando le pazzesche ricadute finanziarie sulle casse interne (finora sono stati spesi 1,8 trilioni di dollari per la “lotta al terrorismo”), prospettano un futuro stabilizzato da progetti che potrebbero creare in tre anni più di 500.000 posti di lavoro. Evidentemente non indirizzati a reclutamenti dei Ministeri della Difesa e dell’Interno, come accadeva nella Turchia iper militarizzata degli esecutivi repubblicani ed erdoğaniani, bensì per agricoltura, turismo, servizi. E investimenti privati proprio nella depressa regione del nord-est. Quanto questa via sarà inclusiva e partecipativa per la gente kurda è la scommessa in atto. Al tempo stesso la pacificazione è la carta che lo Stato gioca a favore di due obiettivi al centro ai programmi di grandezza di Erdoğan.

Quello di fare della Turchia un grande ‘hub energetico’ proiettato sui continenti europeo, asiatico e africano. Convogliando dai luoghi di estrazione: Paesi del Golfo e Libia fino al Caucaso e Mar Nero idrocarburi e gas, e fungendo da ponte di connessione e distribuzione. Chiusa la fase in cui i guerriglieri facevano saltare i condotti, il gasdotto transanatolico TANAP che trasporta 16 miliardi di metri cubi all’anno in Europa, TurkStream (31,5 miliardi di metri cubi nell’Europa sud-orientale), l’oleodotto BTC Baku–Tbilisi–Ceyhan fornitore di 1,2 milioni di barili al giorno, sono esempi già esistenti in predicato di ulteriori implementazioni. Cui s’unisce il sogno sempre vivo di Mavi Vatan, la Patria blu. Cavallo di battaglia, pardon, vascello d’assalto della marina turca e del nazionalismo anatolico già all’epoca dei golpe militari, è tornata in auge fra gli ammiragli (dal suo ripropositore Cem Gürdeniz) con funzione di difesa delle cosiddette Zone Economiche Esclusive, tratti di mare di competenza delle nazioni prospicienti che nel Mediterraneo orientale vede penalizzata la costa anatolica per il ruolo giocato dalle isole greche e da Cipro. Al di là delle diatribe, comunque di non poco conto se si pensa alla gestione dei giacimenti di gas nello spazio di mare che interessano e coinvolgono Egitto, Gaza (l’unica diseredata e senza diritti) Israele, Libano, Cipro, Turchia e Grecia, Mavi Vatan su cui punta Ankara riguarda i traffici marittimi fra Mediterraneo, Oceano Indiano e Pacifico. Un affarone su cui dagli inizi del Millennio sta puntando la Cina per salvaguardare la sua linea commerciale diretta e per conto terzi nella ‘Via della seta’. Un impegno che per impotenza di capitali mercantili non coinvolge la Grecia e neppure un’Italia che ha svilito qualsiasi attività commerciale e infrastrutturale marittima ad ampio respiro. Per ora Middle Corridor (rotta commerciale dal sud-est asiatico e Cina attraverso Kazakistan, Mar Caspio, Georgia, Turchia) funge già da affidabile ponte terrestre, ha trasportato 4,5 milioni di tonnellate di merci nel 2024 e alla fine di quest’anno supererà i 6 milioni. Dopo guerriglie interne striscianti e conflitti locali combattuti o mimati la Turchia senza terrorismo è pronta a cercare nuovi spazi di grandezza. Neo o post ottomani si vedrà.

 

Il nuovo accordo tra Ankara e Damasco contro i curdi: armi in cambio della possibilità di colpire l’Ypg in territorio siriano

L’Espresso, 21 ottobre 2025

La Turchia potrà attaccare l’ala siriana del Pkk a una profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano

I media turchi riportano di una nuova intesa fra Turchia e Siria che permetterà al governo di Damasco di dotare il proprio esercito di armi turche e al governo di Ankara di colpire obiettivi curdi a una profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano. L’intesa è stata raggiunta nell’incontro della scorsa settima tra i ministri degli Esteri dei due Paesi e mancherebbe ora solo la firma ufficiale. La prima fornitura di droni, radar, blindati e razzi sarebbe già arrivata in Siria.

L’intesa raggiunta tra i due Paesi va a ridisegnare i rapporti di confine, teoricamente fermi al protocollo di Adana del 1998 e poi saltati a causa della guerra civile scoppiata in Siria nel 2011. In base al protocollo di Adana, la Turchia aveva diritto a lanciare operazioni contro le milizie separatiste curde del Pkk a una profondità di 5 chilometri all’interno del territorio siriano. A distanza di 27 anni, lo Ypg, l’ala siriana del Pkk, detiene il controllo del Nord-Est della Siria, il Rojava. L’accordo permetterebbe ad Ankara una maggior libertà d’azione nella difesa del proprio confine e a Damasco di consolidare il controllo del territorio siriano dopo la caduta, avvenuta a dicembre 2024, del regime di Bashar al Assad.

I turchi considerano lo Ypg un’organizzazione terroristica. Il nuovo governo di Damasco guidato da Ahmed al Sharaa punta all’integrità del Paese e non parrebbe disposto a concedere autonomia allo Ypg. Anche per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’integrità della Siria risulta fondamentale, deciso a favorire il rientro in patria dei tanti profughi siriani scappati dalla guerra civile.

In base a quanto reso noto dai media turchi, Ankara avrebbe già inviato droni, blindati, razzi a media gittata e pezzi di artiglieria da usare in un confronto con lo Ypg, nel caso questi ultimi dovessero continuare a rifiutare l’integrazione nell’esercito siriano. La tensione, dunque, è alta e scontri tra le milizie curde e l’esercito di Damasco hanno avuto luogo appena due settimane fa nei pressi di Aleppo. Lo Ypg potrebbe anche finire direttamente nel mirino di operazioni turche nel caso di interventi compiuti a una profondità di 30 km dal confine.

L’intesa con la Turchia sarebbe volta anche ad accelerare il processo di ricostruzione dell’esercito siriano, aumentandone la capacità di prevenire ed evitare i raid israeliani e permettendo di proteggere una sovranità spesso in bilico negli ultimi mesi, in modo particolare nella regione meridionale del paese levantino, già parzialmente occupata dallo Stato ebraico per quanto riguarda le alture del Golan.