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Tag: Sport

Dall’Afghanistan all’Everest: la storica scalata di Zakia Ahmad offre speranza alle donne afghane

Besmellah Zahidi, Kabul Now, 1 giugno 2026
Il 21 maggio, Zakia Ahmad, conosciuta come “River”, ha raggiunto la vetta del Monte Everest, diventando la prima donna afgana a scalare la montagna più alta del mondo. Per River, l’Everest non è mai stato solo una questione di scalare una montagna.

Il suo viaggio verso la vetta del mondo è stato segnato da guerre, sfollamenti, dolore e sopravvivenza. Molto prima di raggiungere la cima dell’Everest, aveva trascorso gran parte della sua vita affrontando restrizioni e difficoltà.

Per molti afghani, soprattutto donne e ragazze che vivono sotto le restrizioni dei talebani, il successo di River è diventato più di un semplice traguardo sportivo. Ha offerto una rara immagine di possibilità in un momento in cui alle donne in Afghanistan è stato precluso l’accesso all’istruzione, allo sport e a molte forme di vita pubblica.

River ha condiviso per la prima volta gran parte della sua storia personale con Etilaatroz in un’intervista pubblicata ad aprile, mentre si preparava per la spedizione sull’Everest. All’epoca, aveva già scalato il Monte Bianco, la vetta più alta delle Alpi, e si stava allenando per quella che ha descritto come la sfida più difficile della sua vita. Poche settimane dopo, ha raggiunto la cima.

Possibilità limitate per le ragazze

Nata negli anni ’90 nel villaggio di Jodari, nel distretto di Jaghori, nella provincia di Ghazni, River è cresciuta in un ambiente in cui le opportunità per le ragazze erano limitate fin dalla tenera età. Camminava per ore ogni giorno per andare a scuola, aiutando al contempo la sua famiglia con il bestiame, i lavori agricoli e le faccende domestiche. Nell’intervista rilasciata a Etilaatroz, ha ricordato di aver preso coscienza delle restrizioni di genere per la prima volta da bambina.

«Volevo arrampicarmi sugli alberi e saltare da grandi altezze», ha detto. «Ma mia madre mi fermava dicendo: siccome sei una ragazza, non puoi fare queste cose».

Crescendo, River comprese sempre di più come la discriminazione di genere plasmasse la vita quotidiana in Afghanistan. Le donne lavoravano fianco a fianco con gli uomini in condizioni difficili, disse, ma venivano comunque private della stessa libertà e delle stesse opportunità. Come molte ragazze, ci si aspettava che accettasse un futuro plasmato dalle aspettative sociali e dal matrimonio.

River, tuttavia, ha continuato a proseguire gli studi.

Dopo aver terminato gli studi, si è trasferita a Kabul. Ha studiato brevemente giornalismo all’Università di Kabul prima di ottenere una borsa di studio per proseguire gli studi in India, dove ha conseguito una laurea in Economia aziendale e successivamente un master in Relazioni internazionali. La vita lì non è stata facile. Lavorava di notte in un call center, studiava di giorno e aiutava a sostenere la famiglia.

L’aggressione

Durante i suoi studi in India, River ha condotto ricerche sulle esperienze delle donne afghane a Delhi, che, a suo dire, erano spinte dalla povertà e dallo sfollamento verso lo sfruttamento. Durante questo lavoro, è stata aggredita da un uomo mascherato armato di coltello, riportando una cicatrice sulla fronte. Nonostante il pericolo, ha continuato a intervistare le donne con la speranza di pubblicare le loro storie in un libro.

River ha poi raccontato a Outside Online e New Lines Magazine di essere sopravvissuta a un attacco dei talebani nel 2014 mentre si recava a Kabul per l’università. Secondo il suo racconto, alcuni talebani armati fermarono l’autobus su cui viaggiava e aprirono il fuoco sui passeggeri. Riuscì a sopravvivere fingendosi morta dopo essersi cosparsa il viso di sangue. Dodici passeggeri furono uccisi e lei fu una delle sole tre sopravvissute.

Il trauma l’ha segnata per anni.

“Porto sempre con me quella parte dell’aggressione”, ha dichiarato a New Lines Magazine . “A volte, nei miei sogni, vedo due uomini armati che mi vengono incontro e cercano di uccidermi.”

River ha continuato la sua vita dopo l’attentato. Ma la morte del fratello minore, Ahmad Wali, l’ha segnata profondamente.

Nel 2022, River e la sua famiglia si sono trasferiti in Australia con visti umanitari. Sei mesi dopo, Ahmad Wali si è suicidato.

Il dramma familiare

Nell’intervista rilasciata a Etilaatroz, River ha parlato del dolore che ne è seguito. Si è isolata dalla vita quotidiana, ha interrotto molte delle sue attività e ha vissuto un periodo da senzatetto dopo aver perso il fratello a cui era più legata.

“Comprendiamo solo che la sua decisione ha avuto un retroscena complesso”, ha detto.

Prima della sua morte, Ahmad Wali e River parlavano spesso di natura, montagne e sogni, al di là delle difficoltà che avevano vissuto. Quelle conversazioni si rivelarono poi fondamentali per il suo percorso alpinistico.

«Io e mio fratello eravamo molto legati», ha raccontato a Etilaatroz. «Parlavamo quasi sempre della vita, del futuro e dei nostri sogni comuni. Una volta, eravamo in cima a una collina e guardavamo giù. Mi disse: “Guarda quanto è bella la natura”. Poi aggiunse che le Alpi e l’Everest sarebbero stati più mozzafiato di qualsiasi altro posto. Gli promisi che lo avrei accompagnato nella scalata».

Dopo la sua morte, River ha detto che quei ricordi le sono rimasti impressi.

«Il dolore e le difficoltà mi avevano schiacciata», ha detto. «Le montagne erano il mio ultimo rifugio… Quando sono tornata in montagna, ho sentito che mi accoglievano con tutto il mio dolore, e ho ritrovato me stessa».

L’alpinismo contro il dolore

L’alpinismo è diventato per lei un modo per tornare a vivere dopo la perdita.

Inizialmente, per lei l’alpinismo non era una questione di record o riconoscimenti. Le montagne le offrivano un luogo dove elaborare il dolore e ritrovare un senso di scopo.

In Australia, River iniziò ad allenarsi seriamente, cercando di conciliare lavoro e difficoltà economiche. L’alpinismo richiedeva notevole resistenza fisica, preparazione e risorse finanziarie, ma lei non si arrese.

Prima di scalare l’Everest, River aveva già conquistato diverse vette in Nepal e in Europa, tra cui il Monte Bianco, la montagna più alta delle Alpi. L’impresa le aveva dato la fiducia necessaria per credere che il sogno che un tempo condivideva con suo fratello potesse diventare realtà.

Per River, l’Everest portava anche un messaggio per le donne e le ragazze in Afghanistan, le cui vite sono state sempre più limitate sotto il regime talebano.

Un messaggio per le donne afghane

Prima di partire per l’Everest, River ha detto a Etilaatroz che il suo messaggio alle donne in Afghanistan era di non smettere mai di perseguire le proprie aspirazioni.

“Ognuno ha delle capacità”, ha affermato. “Con impegno e perseveranza, possono realizzare i propri sogni.”

La preparazione per la scalata dell’Everest ha richiesto mesi di allenamento, raccolta fondi e sacrifici. Prima di tentare la vetta, ha scalato altre cime in Nepal per prepararsi all’alta quota e alle condizioni estreme.

Il 21 maggio, l’obiettivo che aveva descritto a Etilaatroz è diventato realtà.

Zakia Ahmad “River” ha raggiunto la vetta del Monte Everest, diventando la prima donna afgana a mettere piede sulla cima più alta del mondo.

La sua ascensione aveva un significato che andava ben oltre l’alpinismo. Come disse a Etilaatroz prima della spedizione: “Come molte donne in Afghanistan, ho affrontato molte difficoltà. Ma non mi sono mai arresa.”

 

FIFA: le atlete afghane potranno tornare a giocare partite ufficiali

Sport 24, Redazione, 29 aprile 2026

La FIFA compie un passo senza precedenti per il calcio femminile afghano. Il Consiglio della federazione internazionale ha infatti approvato una modifica ai regolamenti che consentirà alle giocatrici afghane, comprese quelle della squadra Afghan Women United, di rappresentare ufficialmente il proprio Paese nelle competizioni FIFA, nonostante l’impossibilità dell’Afghanistan di schierare attualmente una nazionale femminile.

La decisione arriva a quasi cinque anni dal ritorno al potere dei talebani, che nel 2021 avevano di fatto cancellato il calcio femminile nel Paese. Molte atlete erano state costrette a lasciare l’Afghanistan e, pur continuando a giocare all’estero, non avevano più la possibilità di indossare ufficialmente la maglia della nazionale.

Per superare questo blocco, la FIFA ha approvato un emendamento ai regolamenti di governance che attribuisce al proprio Consiglio, in accordo con la confederazione continentale di riferimento – in questo caso l’Asian Football Confederation – la possibilità di creare o approvare la registrazione di una nazionale o di una squadra rappresentativa in circostanze eccezionali, quando la federazione locale non è in grado di farlo.

Si tratta di una novità assoluta nel panorama sportivo internazionale. Le giocatrici afghane potranno così disputare partite ufficiali sotto il nome dell’Afghanistan con pieno riconoscimento sportivo.

“È un passo potente e senza precedenti nello sport mondiale”, ha dichiarato il presidente della FIFA Gianni Infantino. “La FIFA ha ascoltato queste giocatrici come parte della propria responsabilità di proteggere il diritto di ogni ragazza e donna a giocare a calcio e a rappresentare ciò che è”.

La riforma si inserisce nella strategia lanciata dalla FIFA nel maggio dello scorso anno per sostenere il calcio femminile afghano. Da quel progetto era nata Afghan Women United, squadra supportata economicamente dalla federazione internazionale per offrire continuità sportiva alle atlete rifugiate fuori dal Paese.

Importanti anche le parole di Nadia Nadim, nata in Afghanistan e poi diventata simbolo del calcio danese: “Questa decisione riconosce le calciatrici afghane non come vittime delle circostanze, ma come atlete d’élite con il diritto di competere”.

Sulla stessa linea l’ex capitana afghana Khalida Popal: “Rappresentare l’Afghanistan significa identità, dignità e speranza”.

La FIFA seguirà ora direttamente tutti i passaggi operativi, dalla registrazione della squadra alla struttura tecnica e organizzativa, garantendo supporto economico, logistico e umano. Il prossimo raduno della squadra è previsto dall’1 al 9 giugno in New Zealand, dove le giocatrici affronteranno anche le Cook Islands in amichevole.

Una decisione che va oltre il calcio e che crea un precedente destinato a far discutere anche altre federazioni internazionali.

Una nazionale di calcio di donne afghane, nasce la speranza

Di fronte all’apartheid di genere cui sono sottoposte le atlete afghane, la FIFA dovrebbe cambiare le sue regole senza indugio e seguire l’esempio del Comitato internazionale cricket, il quale pone come requisito essenziale per la partecipazione degli Stati che questi abbiano sia la squadra maschile, sia la femminile. Senza questa volontà politica di cambiare le regole, si tratta solo di propaganda e i talebani sorridono perché vedono che la stessa FIFA – non una piccola federazione di sport cosiddetti “minori” – non è disponibile a cambiare le sue regole per rendere lo sport davvero inclusivo e senza discriminazioni di genere. Quindi, sulla scena internazionale le atlete afghane non saranno uguali alle altre atlete, anzi subiranno una doppia discriminazione.
O le federazioni credono nei principi e nei diritti sanciti nelle convenzioni internazionali, che riguardano anche il diritto allo sport come diritto umano, e quindi agiscono di conseguenza per impedire realmente ogni discriminazione. Oppure, non ritenendo importante che lo sport sia davvero inclusivo, scelgono politiche di riduzione delle discriminazioni ma mantenendole sostanzialmente in vita.
È giusto che le atlete afghane non possano partecipare appieno alle competizioni internazionali perché discriminate dal loro paese in quanto donne? No, non lo è.
È giusto che la FIFA non riconosca a delle atlete che subiscono tale discriminazione il diritto ad essere pienamente come tutte le altre atlete e gli altri atleti? No, non lo è.
Può la FIFA cambiare le regole? Certo che sì, basta che lo voglia. Ci vogliono azioni decise e radicali e non mezze azioni. (Red. Cisda)

Ansa, 1 agosto 2025

A Sydney si selezionano 23 rifugiate: ‘Occasione straordinaria’

Prima del ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2021, la nazionale femminile di calcio era un simbolo per le donne.

Poi la messa al bando, il mancato riconoscimento da parte della Federcalcio afghana, la fuga per salvarsi la vita.

Lo scorso mese di maggio la Fifa ha riconosciuto la squadra delle rifugiate ed avviato una serie di iniziative per la selezione delle calciatrici attraverso tre camp, il primo dei quali si è tenuto a Sydney, in Australia – dove si sono rifugiate tante atlete – la settimana scorsa, sotto la guida dell’allenatrice Pauline Hamill. L’obiettivo è quello di formare una squadra di 23 giocatrici che parteciperà alle amichevoli approvate dalla Fifa alla fine di quest’anno, riportando così il calcio femminile afghano sulla scena internazionale anche se non in competizioni ufficiali. Dal 2018 le calciatrici afghane (una ottantina delle quali si è rifugiata in Australia) non disputano una partita ufficiale poiché la Federcalcio afghana non riconosce le squadre femminili, e la Fifa – in base alle sue regole – non può riconoscere ufficialmente le rifugiate come nazionale afghana, nonostante da più parti, Amnesty international in testa, si chieda un’eccezione per far partecipare una squadra di Kabul ai tornei internazionale ufficiali. Ma con la squadra in via di formazione a Sydney è la speranza a nascere “Essere una calciatrice mi ha dato la possibilità di essere qui. La mia vita è al sicuro – ha raccontato al sito Fifa Nilab, una delle calciatrici che ha partecipato alle selezioni di luglio – Ho molte opportunità. La mia voce è forte e il calcio aiuta me e le altre ragazze. Il calcio mi ha aiutato molto e mi ha fatto sentire libera in tutto. Il calcio ha qualcosa di speciale. Ci offre molte opportunità e sostegno”.

“Il mio obiettivo non riguarda solo me – ha continuato Nilab – Riguarda tutto l’Afghanistan, in particolare le donne e le ragazze. Questo progetto mi aiuta, mi sostiene e ci insegna come possiamo aiutarci a vicenda e come rappresentare il nostro paese”. “A un anno dall’impegno preso a Parigi, sono rimasto profondamente commosso nel vedere le prime immagini del camp di selezione dei talenti per la squadra femminile afghana di rifugiate e nel sentire quanto sia stata importante questa esperienza”, ha commentato il presidente della Fifa, Gianni Infantino. “Sono convinto che abbiamo compiuto un passo importante nella giusta direzione, offrendo a queste donne l’opportunità di giocare a livello internazionale, dando priorità alla loro sicurezza e al loro benessere – ha aggiunto – Questo fa parte della più ampia strategia della Fifa, che include il sostegno alle donne afghane in esilio, aiutandole a entrare in contatto con i percorsi calcistici esistenti, nonché il continuo impegno con le parti interessate per assistere anche quelle che si trovano in Afghanistan. Siamo orgogliosi di questo, di aver dato vita a questo progetto pilota, e il nostro obiettivo è quello di ampliarlo in futuro per includere anche donne di altri paesi”.

Attraverso la squadra femminile afghana di rifugiate, la Fifa intende rafforzare il legame tra le rifugiate e la loro terra d’origine, la loro patria d’adozione, lo sport e le altre giocatrici. Questi primi camp hanno lo scopo di selezionare e identificare le giocatrici che prenderanno parte alle partite amichevoli. Ma sono anche qualcosa di più dei tradizionali provini. Indipendentemente dal fatto che entrino a far parte della squadra, le giocatrici avranno accesso a una serie di servizi di supporto offerti dalla Fifa, oltre ai benefici e alla gioia di giocare a calcio.”È fantastico avere le giocatrici qui – ha commentato la selezionatrice, la scozzese Pauline Hamill – Ora abbiamo la possibilità di lavorare con loro e cercare di valutare le loro prestazioni, e tutte possono ritrovarsi in un ambiente di cui hanno sempre desiderato far parte. Penso che sia un progetto incredibile. Ha dato alle giocatrici la possibilità di esibirsi e giocare di nuovo insieme. Penso che creeranno ricordi che altrimenti non avrebbero mai avuto, e creare ricordi con la propria squadra è davvero speciale”.

La squadra femminile afghana di rifugiate darà alle giocatrici l’emozione di rappresentare il proprio Paese e di mantenere il loro attaccamento all’Afghanistan, mentre mettono radici più profonde e significative nelle loro attuali comunità. I provini di Sydney sono stati un segno ispiratore di progressi tangibili. Naturalmente, l’attenzione del mondo si concentra spesso sulle partite più importanti e sui nomi più famosi. Ma in fondo, il calcio è la libertà di riunirsi, giocare e competere. Il camp di selezione dei talenti in Australia è stata una celebrazione dello spirito puro del calcio.

Sport femminile in Afghanistan: un altro diritto negato, un’altra resistenza

CISDA, 17 luglio 2025, di Carla Gagliardini

Difficilmente si sente parlare di Afghanistan senza che vengano citate le donne afghane, tirate in ballo da un lato dalla feroce ideologia patriarcale dei talebani, che con un tratto di gomma le cancella dalla vita sociale, e dall’altro dalla propaganda occidentale, del tutto strumentale alla legittimazione dell’intervento militare nel paese del 2001, il quale avrebbe avuto tra i suoi fini la liberazione della donna dalla soggiogazione talebana.

Delle donne afghane si parla quasi sempre sospinti da un istinto compassionevole che le getta con poca cura e attenzione in una categoria umana che potremmo definire come quella delle “poverine”. In questa considerazione però c’è tutta la forza negativa della rassegnazione, come se in fondo la loro condizione di oppressione fosse scritta nel loro destino.

Tuttavia, la resistenza che le donne esercitano ci ammonisce perché la rassegnazione non porta a nulla di buono, anzi, lascia uno spazio vuoto che i talebani e altri sapranno come occupare. La lotta delle donne afghane per cambiare il loro paese va avanti, faticosamente e lentamente certo, ma senza sosta.

Lo dimostrano le tante esperienze di clandestinità che le afghane vivono per far studiare le bambine e le ragazze affinché non rinuncino ai loro sogni e prendano coscienza della loro condizione e il coraggio di rivoluzionare la storia.

Da quando i talebani sono tornati a comandare il 15 agosto 2021 i provvedimenti che hanno emanato e che colpiscono le donne sono più di cento. Minky Worden, Direttrice del Global Initiatives di Human Rights Watch, in una lettera del 3 febbraio 2025 indirizzata al Comitato Internazionale del Cricket (ICC) ha scritto che “dalla presa del potere nell’agosto del 2021, i talebani hanno imposto una crescente lista di regole e politiche sulle donne e sulle ragazze proibendo loro di frequentare le scuole secondarie e l’università e restringendo pesantemente l’accesso al lavoro, la libertà di espressione e di movimento, così come vietando lo sport e le altre attività all’aperto”.

Infatti, non era ancora passato un mese dall’insediamento dei talebani che l’8 settembre del 2021 il Vice-presidente della Commissione culturale dei talebani, Ahmadullah Wasiq, aveva dichiarato che la pratica sportiva non era necessaria per le donne. Sollecitato proprio sulla questione relativa al cricket, sport che a livello internazionale deve sottostare a delle regole che prevedono la parità di diritti e opportunità tra i due sessi, obbligando ogni federazione nazionale per poter essere membro di quella internazionale ad avere tanto la squadra nazionale maschile quanto quella femminile, Ahmadullah Wasiq aveva risposto che le ragazze “potrebbero trovarsi nella situazione in cui la loro faccia e il loro corpo non siano coperti. L’islam non permette che le donne siano viste in questa maniera. È l’era dei media e ci sarebbero foto e video che potrebbero essere visti dalle persone. L’islam e l’Emirato islamico (Afghanistan) non consentono alle donne di giocare a cricket o di praticare quegli sport che le vedano esposte”.

Da quel momento le atlete di ogni sport e le loro famiglie avevano iniziato a sbarazzarsi di tutto ciò che avrebbe potuto costituire una prova dell’attività sportiva praticata. Così le foto che ritraevano momenti sportivi erano state strappate e cancellate dai social mentre le medaglie vinte, le divise e le attrezzature erano state portate via dalle abitazioni. Nessuno osava più parlare di sport femminile fuori dalle mura domestiche.

Alcune atlete, note per far parte della nazionale, si erano nascoste nell’attesa e nella speranza di poter lasciare il paese e salvarsi dalla persecuzione che sarebbe caduta su di loro.

Avevano fatto parlare di sé le giocatrici della nazionale di cricket, aiutate a fuggire in Australia grazie all’iniziativa di tre donne australiane, una di loro ex giocatrice della nazionale di cricket, Mel Jones, ma anche quelle della nazionale di calcio e di pallavolo che si erano nascoste, nell’attesa e nella speranza di riuscire a fuggire dal paese.

Molte di queste atlete ce l’hanno fatta a espatriate e hanno ripreso ad allenarsi su altri campi e in altre palestre, dovendo spesso lasciare tutta la propria famiglia in Afghanistan.

Va detto però che durante il periodo dell’occupazione non era tutto rose e fiori perché il governo non sempre permetteva alle squadre nazionali femminili di disputare le competizioni all’estero, motivando la decisione con minacce derivanti dai talebani. Ma c’era una tendenza dei politici che dirigevano il paese a lasciare che la pratica sportiva si svolgesse perché, grazie alle innumerevoli Ong presenti sul territorio che investivano in progetti sportivi, i soldi provenienti dall’estero facevano gola.

In occasione dei Giochi olimpici di Parigi dell’anno scorso, l’ex judoka afghana Friba Rezayee, che aveva partecipato alle Olimpiadi del 2004, si era espressa in modo contrario alla partecipazione della squadra nazionale afghana, nonostante avesse una rappresentanza paritaria tra i due sessi, tre uomini e tre donne, quest’ultime però non riconosciute dal governo afghano. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) aveva ammesso la squadra, ma negato gli inviti ai rappresentanti istituzionali dell’Afghanistan.

Secondo Rezayee permettere al suo paese di essere rappresentato con tanto di bandiera era un errore perché, sebbene involontariamente, finiva con il concedere legittimità a “un regime che punisce le donne per la partecipazione agli sport”. L’ex judoka offriva un’alternativa, ossia la partecipazione degli atleti e delle atlete afghane nella squadra Refugees team, composta da sole rifugiate e rifugiati politici (alle Olimpiadi di Parigi tre atleti afghani e un’atleta afghana hanno fatto parte del Refugees Team).

La negazione del riconoscimento del governo talebano è il cuore della battaglia delle attiviste afghane perché è un passo obbligatorio se si vuole tentare di smantellare il sistema di “apartheid di genere” costruito dai talebani, così definito anche dal Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Ma lo sport non è solo agonismo, è molto di più. La sua messa al bando ha avuto delle ricadute importanti sulla vita sociale e personale delle donne. La socializzazione nella società afghana, rimasta profondamente patriarcale persino durante il periodo dell’occupazione, era possibile anche attraverso la frequentazione dei centri sportivi dove, oltre a tentare di recuperare la linea dopo tante gravidanze (più di 5 figli per donna), si ricercava un benessere fisico e psicologico.

Il castigo inflitto alle donne in quanto donne non ha soppresso definitivamente la loro voglia di riscatto e, sebbene sappiano di correre rischi serissimi, alcune di loro ancora oggi continuano a praticare lo sport in forma clandestina. I controlli da parte delle autorità sono però continui. A febbraio del 2023 i talebani hanno chiuso un altro centro sportivo, un club di karate femminile che era rimasto aperto, nonostante il divieto, nella provincia di Farah.

Il diritto allo sport, dato il suo peso e la sua importanza, non ha nemmeno bisogno di ottenere un riconoscimento, sebbene vi siano trattati internazionali che lo esplicitino, perché è inalienabile e appartiene a ogni individuo in quanto essere umano. Non può essere negato.

Le azioni politiche devono però creare le condizioni perché questo diritto possa essere esercitato, pertanto la scelta del Comitato Internazionale del Cricket di porre il vincolo alle federazioni nazionali di avere sia la squadra maschile sia quella femminile per poter partecipare alle competizioni internazionali, dovrebbe essere un esempio per tutte le altre Federazioni sportive internazionali. Ma non basta, occorre cancellare dai Comitati quelle federazioni che non rispettano la disposizione. Questo è quello che le giocatrici di cricket afghane in esilio chiedono da tempo all’ICC, supportate in questa battaglia da Human Rights Watch, perché fino ad oggi la squadra di cricket maschile afghana continua ad essere membro del Comitato Internazionale nonostante il governo afghano si rifiuti di ricostituire quella femminile.

Nell’estenuante attesa che la politica sportiva internazionale faccia la sua parte per sostenere le afghane nella battaglia per la realizzazione del diritto fondamentale delle donne alla pratica sportiva, migliaia di bambine, ragazze e donne in Afghanistan continuano a soffocare sotto il peso dei divieti e del controllo totale delle loro vite e sono costrette a decidere se rinunciare a praticare lo sport per non incorrere in punizioni severissime oppure al contrario praticarlo clandestinamente e rischiare di pagare un caro prezzo.