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Tag: Aiuti umanitari

Afghanistan, la morsa della malnutrizione infantile a causa del calo degli aiuti umanitari

la Repubblica, Mondo Solidale, 10 agosto 2026

Il report delle Nazioni Unite: 3,7 milioni di bambini rischiano di restare senza terapie nutrizionali salvavita

Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) lancia l’allarme per l’aggravarsi della crisi di malnutrizione infantile in Afghanistan, dove la carenza di fondi e di aiuti umanitari sta costringendo a ridimensionare i programmi di nutrizione proprio nel momento in cui sono più necessari.

La crisi alimentare. Ha raggiunto livelli critici in un terzo delle province – un numero record – e si prevede che continuerà ad aumentare fino a ottobre. In genere in Afghanistan la malnutrizione infantile raggiunge il picco tra luglio e ottobre. Le cause sono varie: aumento delle malattie infettive, scarsità di acqua potabile, mancanza di servizi igienico-sanitari e ridotta disponibilità di trattamenti nutrizionali essenziali. Quest’anno, tuttavia, molti bambini non hanno avuto abbastanza da mangiare nemmeno nei periodi di maggiore disponibilità di cibo: l’insicurezza alimentare infantile ha colpito il 47 per cento della popolazione solo nel primo trimestre.

La testimonianza. “I pianti deboli dei neonati malnutriti risuonano nelle cliniche sanitarie dell’Afghanistan, dove madri preoccupate – molte delle quali a loro volta indebolite dalla fame – portano i figli in cerca di cure”, commenta con un comunicato John Aylieff, Direttore del Programma Alimentare Mondiale in Afghanistan. “Stiamo assistendo al deperimento della prossima generazione e tutto questo è inaccettabile”.

Le cause della crisi. Conflitti, disoccupazione, aumento dei prezzi dei generi alimentari e riduzione dei finanziamenti per gli interventi umanitari: è un intreccio di motivazioni quello che ha contribuito all’aumento della malnutrizione. L’anno scorso 142 centri sanitari in tutto il Paese hanno dovuto chiudere per mancanza di fondi e oltre 13 mila bambini sono stati privati ​​dei trattamenti nutrizionali. Quest’anno la crisi è persino peggiorata con il conflitto in Medio Oriente e a causa della chiusura per nove mesi del confine con il Pakistan: due eventi che hanno bloccato le vie di approvvigionamento e fatto lievitare i costi. Il risultato è che quasi un milione di madri e bambini malnutriti non hanno potuto accedere alle terapie nutrizionali per almeno cinque mesi.

Il futuro è ancora più incerto del presente. Il WFP stima che senza interventi incisivi quasi 3,7 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, e così 1,2 milioni di donne in gravidanza e in allattamento. “L’ Afghanistan è già stretto nella morsa di una delle crisi alimentari più gravi del mondo e questi numeri potrebbero crescere condannando molti altri bambini e madri a una morte prevenibile”, conclude Aylieff.

Afghanistan, cinque anni di talebani

L’emergenza umanitaria silenziosa e la resistenza delle donne
Articolo 21, Redazione, 7 agosto 2026
Il 15 agosto 2021 i talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Kabul ha cambiato volto in poche ore e l’aeroporto è diventato il punto terminale di una fuga disperata. Cinque anni dopo, quelle immagini sono lontane dall’attenzione internazionale, ma la crisi non è finita. Terremoti, rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan e nuove ostilità nella regione hanno aggravato lo stato di emergenza. Intanto, divieto dopo divieto, le donne sono state escluse dagli studi, da gran parte del lavoro e cancellate dalla vita pubblica, mentre la recente presenza a Bruxelles di rappresentanti tecnici delle autorità talebane ha aperto dure polemiche.

La riduzione degli aiuti internazionali rischia ora di interrompere attività già operative, disperdere competenze e radicare ulteriormente il sistema di esclusione.

«Dopo cinque anni di crisi, non si tratta soltanto di rispondere all’emergenza, ma di preservare le possibilità di ripresa e impedire che gli effetti dei divieti diventino irreversibili. Ogni donna che riesce ancora a formarsi, lavorare e produrre reddito mantiene aperta una possibilità di ricostruzione per l’intero Paese», racconta Arianna Briganti vicepresidente di NOVE Caring Humans.

Senza fondi si perde ciò che è già stato costruito

Nel 2025 il Piano di risposta umanitaria per l’Afghanistan ha ricevuto soltanto il 41 per cento delle risorse richieste. Le sanzioni finanziarie e l’isolamento del sistema bancario continuano inoltre a rendere difficili e costosi i trasferimenti di denaro, mentre inflazione, disoccupazione e aumento delle tasse riducono ulteriormente la capacità di sopravvivenza delle famiglie.

Subito dopo il ritorno dei talebani, NOVE Caring Humans ha partecipato all’evacuazione insieme al Governo italiano, nell’ambito dell’operazione Fazzoletto Rosso, e ha organizzato dal Kuwait un ponte aereo per mettere in salvo collaboratori e collaboratrici e altre persone a rischio. Questo ci ha portati ad attivare in Italia una serie di percorsi per accompagnare i rifugiati nell’inserimento sociale e professionale per la ricostruzione della vita quotidiana e l’accesso all’autonomia.

Parallelamente abbiamo deciso di restare in Afghanistan, per non abbandonare il nostro team e le comunità sostenute.

Di fronte al collasso economico, la nostra organizzazione ha attivato una risposta di emergenza su più fronti: distribuzione di cibo, legna e stufe per l’inverno, assistenza sanitaria e sostegno alle spese essenziali.

La perdita del lavoro e l’indebitamento hanno aumentato il rischio di matrimoni precoci, vendita delle figlie e sfruttamento minorile. Per questo gli aiuti sono stati concentrati sulle donne capo famiglia, sulle strutture di accoglienza e protezione per bambine e bambini e su interventi capaci di impedire che la povertà produca conseguenze irreparabili. Un’attenzione specifica è stata rivolta alle persone con disabilità, per le quali alle difficoltà economiche si sono aggiunti l’annullamento delle precedenti pensioni di invalidità e l’indebolimento dei servizi di riabilitazione.

Ricalcolare l’intervento

Con la progressiva esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica, NOVE ha ripensato il proprio intervento utilizzando il patrimonio di competenze, relazioni e conoscenza del territorio maturato nell’hub di formazione e imprenditoria femminile di Kabul prima del 2021, che aveva accompagnato al lavoro centinaia di donne. Su questa esperienza ha sviluppato e fatto approvare nuovi progetti di formazione e di sostegno alle imprese gestite da donne.

Le oltre 10.000 licenze commerciali oggi intestate a donne, rispetto alle circa 600-1.000 precedenti al 2021, raccontano però una contraddizione: meno del 7 per cento delle afghane risulta occupato e molte hanno aperto microattività dopo essere state licenziate o escluse dalle professioni. L’impresa è spesso ciò che resta dopo che molte altre porte si sono chiuse.

Anche queste attività sono esposte a mobilità limitata, scarso accesso al credito, carenze energetiche e all’aumento delle imposte. Come racconta Alberto Cairo, presidente di NOVE, “la riscossione raggiunge perfino i più piccoli banchi di vendita, riducendo margini economici già minimi”.

Dalla singola impresa alla creazione di un ecosistema femminile

Il Women Business Prize, con centinaia di candidature provenienti dalla maggior parte delle province, ci ha permesso di conoscere un tessuto imprenditoriale femminile inedito e diversificato. Un osservatorio sui bisogni, sugli ostacoli e sul potenziale di sviluppo nei diversi territori dal quale è nato She Means Business. Un laboratorio di formazione, mentoring e confronto nel quale le imprenditrici condividono strumenti, esperienze e soluzioni. Questo perché un’attività isolata rimane fragile, mentre una rete può rafforzare competenze, accesso ai mercati e capacità di produrre reddito.

«I modelli devono essere solidi e replicabili, ma la loro applicazione parte sempre dall’analisi dei bisogni locali. Le priorità emergono dal confronto con le comunità e ogni intervento viene adattato al contesto, per produrre risultati e rispondere concretamente alle esigenze delle persone coinvolte», spiega Elena Noacco co-fondatrice di NOVE.

A Daikundi, una provincia nel cuore dell’Afghanistan, su richiesta delle imprenditrici del mercato femminile, stiamo installando un impianto fotovoltaico per assicurare energia alle attività commerciali. Nelle province orientali, rurali e più conservatrici, abbiamo invece formato le famiglie, e in particolare le donne, nell’allevamento e nella trasformazione e conservazione degli alimenti, destinati sia al consumo familiare sia alla vendita.

Investire in formazione, lavoro, cura e protezione non equivale a rendere l’Afghanistan dipendente dagli aiuti. Significa invece preservare competenze, reti e opportunità cruciali per il rilancio del Paese. Continuare a sostenere questi interventi significa impedire che quel futuro venga cancellato.

Il 75% delle ONG accetta le condizioni dei talebani per operare


Siyar Sirat, Amu Tv,15 luglio 2026

Un nuovo sondaggio ha rilevato che le restrizioni imposte dai talebani alle donne, unite alla diminuzione dei finanziamenti internazionali, stanno sottoponendo le organizzazioni umanitarie in Afghanistan a una pressione crescente. L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni umanitarie ha accettato le condizioni imposte dai talebani per poter continuare a operare e mantenere l’impiego delle donne.

Il sondaggio, condotto dal Gender Coordination Group e dall’Humanitarian Access Working Group, ha raccolto le risposte di 122 organizzazioni umanitarie attive in tutte le 34 province del Paese, tra cui 102 ONG afghane, 14 ONG internazionali e sei agenzie delle Nazioni Unite.

Sebbene il 45% delle organizzazioni abbia dichiarato di continuare a operare pienamente con personale sia femminile sia maschile, il 28% ha riferito di operare solo parzialmente con team misti. Un ulteriore 14% ha affermato di operare ormai interamente o prevalentemente con personale maschile, a testimonianza delle crescenti restrizioni alla partecipazione delle donne nel lavoro umanitario.

La restrizione più comunemente segnalata è stata l’obbligo per le operatrici umanitarie di viaggiare accompagnate da un mahram, ossia un tutore maschio. Il 61% delle organizzazioni ha dichiarato che le donne necessitano ora di un accompagnatore maschile in situazioni in cui in precedenza potevano spostarsi autonomamente, con un aumento di otto punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Quasi la metà degli intervistati (49%) ha affermato che il personale femminile manifesta una crescente preoccupazione per le restrizioni alla libertà di movimento e per l’obbligo di rispettare determinati codici di abbigliamento. Il 46% ha riferito che, in alcune province, le donne non possono più recarsi negli uffici; il 39% ha dichiarato che le donne non possono più partecipare alle missioni ufficiali sul campo; e il 30% ha affermato che non è più consentito alle donne svolgere attività di sensibilizzazione nelle comunità, riducendo così la capacità delle organizzazioni di raggiungere le beneficiarie.

L’indagine ha rilevato che il 16% delle operatrici umanitarie lavora oggi da casa, rispetto al 14% registrato nel sondaggio precedente. Tra coloro che lavorano da remoto, l’81% è impiegato presso le Nazioni Unite, l’11% presso ONG afghane e organizzazioni della società civile e l’8% presso ONG internazionali.

Allo stesso tempo, le organizzazioni hanno segnalato un forte aumento del numero di donne impiegate direttamente sul campo anziché negli uffici. La quota di donne che si spostano dalla propria abitazione ai luoghi delle attività sul campo è salita dal 36% del sondaggio precedente al 66%, riflettendo i cambiamenti operativi adottati per conformarsi alle restrizioni imposte dai talebani.

Le restrizioni legate al genere sono state segnalate con maggiore frequenza nella provincia di Herat, dove il 36% delle organizzazioni ha riferito difficoltà di accesso, seguita da Kabul (31%), Nangarhar (22%), Kandahar (20%) e Kunar (17%).

Crescente ingerenza talebana

Il sondaggio documenta inoltre una crescente ingerenza da parte dei talebani.

Il 28% delle organizzazioni ha dichiarato che il personale femminile è stato fermato da funzionari del Ministero talebano per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio durante gli spostamenti da e verso il luogo di lavoro. Il 25% ha riferito di visite dei talebani negli uffici per ispezionarli e verificare il rispetto delle direttive imposte.

Nel frattempo, il 36% ha affermato che nuove restrizioni stanno ostacolando la registrazione e l’attuazione dei progetti, mentre il 29% ha segnalato interferenze da parte delle autorità talebane locali al di fuori dei meccanismi di coordinamento concordati. Il 45% ha dichiarato che le autorità concedono deroghe soltanto per attività specifiche.

L’indagine ha inoltre individuato una nuova tendenza. Il 15% delle organizzazioni ha riferito che le autorità talebane hanno sospeso attività svolte da donne a favore di donne in spazi riservati esclusivamente alle donne, mentre il 26% ha dichiarato di non aver ricevuto nuove istruzioni né di aver incontrato nuovi ostacoli operativi.

Le agenzie umanitarie hanno inoltre segnalato crescenti ostacoli di natura amministrativa.

Il 38% ha dichiarato di incontrare difficoltà nell’ottenere permessi di lavoro per il personale femminile. Il 67% ha riferito problemi nella registrazione o nell’attuazione di progetti di sensibilizzazione e di sostegno psicosociale. Il 27% ha incontrato difficoltà nella registrazione di progetti con la parola “donne” nel titolo, mentre il 25% ha affermato che i progetti che impiegano personale femminile afghano incontrano ostacoli nella registrazione. Un ulteriore 23% ha denunciato minacce dirette rivolte alle donne per il fatto di lavorare o partecipare ad attività umanitarie.

Nel complesso, il 48% delle organizzazioni ha dichiarato che tali restrizioni hanno ridotto la loro capacità di raggiungere donne e ragazze bisognose di assistenza.

Colpite soprattutto le ong guidate da donne

La carenza di finanziamenti ha aggravato ulteriormente queste difficoltà.

Più della metà delle organizzazioni (54%) ha dichiarato di aver licenziato personale afghano a causa dei tagli ai finanziamenti dei donatori. Il 46% ha riferito che alcuni progetti sono terminati una volta esauriti i fondi disponibili, mentre il 44% ha dichiarato di aver ridotto salari e benefit. Un altro 44% ha affermato di non essere più in grado di coprire i costi aggiuntivi legati all’impiego delle donne, inclusi il trasporto e le spese connesse all’obbligo del tutore maschio.

Anche le restrizioni stesse hanno costretto molte donne a lasciare il lavoro umanitario. Il 12% delle organizzazioni ha dichiarato che dipendenti donne si sono dimesse a causa delle restrizioni imposte dai talebani, mentre il 13% ha riferito di aver licenziato personale femminile direttamente a causa di tali restrizioni.

Nel complesso, l’83% delle organizzazioni ha affermato che i tagli ai finanziamenti hanno inciso sul personale, sull’attuazione dei progetti o sulla capacità di sostenere donne e ragazze. Solo il 17% ha dichiarato di non aver subito alcun impatto.

Le organizzazioni guidate da donne sono state particolarmente colpite. Solo il 35% ha riferito di aver ricevuto nuovi finanziamenti per progetti dal dicembre 2025, con un calo di 11 punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Per continuare a operare, le agenzie umanitarie si sono adattate sempre più ai requisiti imposti dai talebani. Il 68% ha istituito luoghi di lavoro separati per il personale maschile e femminile, il 65% fornisce trasporto o sostegno economico alle donne che viaggiano accompagnate da un tutore maschio e il 58% impiega le donne esclusivamente in incarichi sul campo anziché in attività d’ufficio.

L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni ha accettato le condizioni imposte dai talebani — tra cui la segregazione di genere, l’obbligo del tutore maschio e le restrizioni sui luoghi in cui le donne possono lavorare — al fine di mantenere occupato il personale femminile. Il 57% ha dichiarato di fare affidamento sui leader delle comunità locali per negoziare l’accesso con le autorità talebane del territorio.

Nonostante questi sforzi, le organizzazioni avvertono che il contesto operativo continua a deteriorarsi. La carenza di finanziamenti resta il principale ostacolo di lungo periodo alla partecipazione delle donne al lavoro umanitario, mentre le restrizioni imposte dai talebani continuano a limitare la libertà di movimento, l’occupazione e l’accesso umanitario delle donne.

Il rapporto conclude che la combinazione tra il rafforzamento del controllo da parte dei talebani e la progressiva riduzione dei finanziamenti internazionali rende sempre più difficile per le organizzazioni umanitarie mantenere l’assistenza destinata alle donne e alle ragazze afghane in tutto l’Afghanistan.

“Troppo poco, troppo tardi: la crisi alimentare che affligge i bambini in Afghanistan”

In un nuovo Rapporto, l’UNICEF chiede investimenti urgenti per proteggere l’alimentazione dei bambini e prevenire che un numero sempre maggiore di giovani soffra di malnutrizione.

ONU, Notizie, 13 luglio 2026
In Afghanistan, circa 3,7 milioni di bambini sotto i cinque anni sono ad alto rischio di malnutrizione a causa dell’insicurezza alimentare, di un’alimentazione inadeguata e dell’accesso insufficiente ai servizi di base, proprio mentre si avvicina il periodo di maggiore incidenza della deperimento, una patologia potenzialmente letale.

L’avvertimento giunge da un nuovo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ( UNICEF ), pubblicato domenica, secondo il quale l’insicurezza alimentare e nutrizionale infantile è tra le principali cause della malnutrizione nel Paese.

La deperimento è la forma di malnutrizione più immediata, visibile e pericolosa per la vita , ed è causata da una recente privazione di cibo, da una malattia o da entrambe.

I bambini affetti da questa patologia sono troppo magri rispetto alla loro altezza e il loro sistema immunitario debole li rende vulnerabili a ritardi nello sviluppo, malattie e morte.

Una crisi che si aggrava

Il rapporto, intitolato “  Troppo poco, troppo tardi: la crisi alimentare che affligge i bambini in Afghanistan” , è stato pubblicato proprio mentre il Paese entra nel periodo di massima incidenza della malnutrizione acuta, da luglio a settembre. Dati recenti mostrano un peggioramento della situazione in 26 delle 34 province rispetto al 2025, indicando una crisi precoce e in rapido aggravamento.

Per la prima volta su questa scala in Afghanistan, l’UNICEF ha misurato la malnutrizione infantile e l’esperienza diretta dell’insicurezza alimentare e nutrizionale nello stesso gruppo di bambini in tutte le province.

I nuovi risultati mirano a identificare i rischi in fase precoce, prima che i bambini sviluppino una grave malnutrizione e necessitino di cure urgenti.

Lo studio evidenzia segnali precoci come la ridotta varietà di alimenti, i pasti saltati e i bambini che mangiano meno del necessario o soffrono la fame. I bambini di età inferiore ai due anni sono i più colpiti, rappresentando l’83% dei casi di malnutrizione acuta grave e il 77% dei casi di malnutrizione acuta moderata.

Investire nella prevenzione

“I bambini piccoli in Afghanistan si stanno avvicinando alla malnutrizione ancor prima che inizi la stagione di punta”, ha affermato il dottor Tajudeen Oyewale, rappresentante dell’UNICEF nel Paese.

“Quando le famiglie iniziano a ridurre i pasti o a limitare il consumo di cibi nutrienti, non è solo un segno di difficoltà economiche. È un segnale d’allarme che indica che un bambino potrebbe presto andare incontro a una grave malnutrizione.”

Ha osservato che, sebbene le cure salvino vite umane, ” dobbiamo anche investire nella prevenzione, a cominciare dall’alimentazione dei bambini più piccoli e delle donne in gravidanza “.

Mancanza d’acqua e di fondi

La nuova analisi dimostra che i bambini che vivono in famiglie con grave insicurezza alimentare hanno fino a sei volte più probabilità di soffrire di deperimento durante i periodi di massima malnutrizione.

Inoltre, l’ultimo allarme del Cluster Nutrizione dell’UNICEF in Afghanistan sottolinea perché la risposta deve andare oltre i soli servizi nutrizionali.

Oltre a un’alimentazione infantile inadeguata e alla crescente insicurezza alimentare, il peggioramento della malnutrizione è anche legato a focolai di malattie, bassa copertura vaccinale, servizi idrici, igienico-sanitari e di igiene inadeguati, nonché a crescenti carenze di finanziamenti e approvvigionamenti: tutti fattori che indeboliscono la salute dei bambini e ne aumentano la vulnerabilità alla deperimento.

‘Il tempo per agire si sta esaurendo’

Con l’avvicinarsi del periodo di massima incidenza della malnutrizione, l’UNICEF chiede investimenti urgenti per proteggere l’alimentazione dei bambini e prevenire che un numero sempre maggiore di giovani soffra di malnutrizione.

Le azioni intraprese includono anche l’ampliamento dell’iniziativa  “Primi Alimenti” , dando priorità ai bambini di età compresa tra i sei e i 23 mesi, il rafforzamento dei servizi di nutrizione preventiva e un migliore allineamento dei servizi essenziali con le esigenze nutrizionali dei bambini.

“Il tempo a disposizione per agire si sta riducendo”, ha affermato l’UNICEF, sottolineando che “i segnali di allarme sono visibili prima e anche la risposta deve arrivare prima”.

L’agenzia ha sottolineato la necessità di finanziamenti urgenti e flessibili per raggiungere le famiglie prima che la crisi si aggravi ulteriormente.

Le donne di Ghor affermano che la perdita degli aiuti ha paralizzato le piccole imprese.

amu.tv Maiwand Haidari 29 maggio 2026

Nella provincia centrale afgana di Ghor, le donne affermano che la combinazione delle restrizioni talebane e del declino dei programmi di aiuto internazionale ha gravemente danneggiato le piccole imprese che un tempo garantivano loro reddito e indipendenza finanziaria.

Gli abitanti del luogo hanno riferito ad Amu che il sostegno ai progetti economici guidati da donne, tra cui allevamenti di pollame, programmi di allevamento del bestiame, laboratori di sartoria e attività di ricamo, è diminuito drasticamente da quando i talebani sono tornati al potere nel 2021.

Molte di queste iniziative erano state precedentemente sostenute da organizzazioni internazionali di aiuto e agenzie di sviluppo che fornivano formazione, attrezzature e assistenza finanziaria alle donne nelle comunità rurali.

Le donne di Ghor hanno affermato che questi programmi hanno permesso loro di guadagnare un reddito e contribuire al sostentamento delle proprie famiglie, ma molti di essi sono stati successivamente ridimensionati o interrotti.

«Abbiamo le capacità per gestire allevamenti di bestiame, ma non riceviamo alcun sostegno», ha affermato Shahida, residente di Ghor. «Se ricevessimo supporto, potremmo accumulare capitale e mantenerci da soli».

Altri hanno affermato che il sostegno ai progetti di allevamento avicolo, che un tempo aiutava le donne a generare reddito da casa, è in gran parte scomparso.

“Se le organizzazioni ci sostengono, possiamo gestire gli allevamenti di pollame ed espanderli”, ha affermato Fatima, un’altra residente. “Ma non possiamo farlo a mani vuote. Abbiamo bisogno del supporto delle organizzazioni umanitarie.”

Alcune donne che si sono dedicate alle piccole imprese dopo aver ricevuto una formazione professionale affermano che ora i loro mezzi di sussistenza sono a rischio.

“So cucire e ricamare, ma è difficile continuare senza sostegno”, ha detto Leila, residente della provincia. “Se qualcuno ci aiutasse, la nostra situazione economica migliorerebbe”.

Secondo i residenti locali, il sostegno un tempo fornito attraverso programmi internazionali di sviluppo e umanitari si è ridotto significativamente negli ultimi anni, lasciando molte donne con scarse opportunità di sostenere le proprie attività.

Il calo si verifica in un momento in cui l’Afghanistan si trova ad affrontare una più ampia riduzione degli aiuti esteri. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, molti donatori internazionali hanno ridimensionato i programmi di sviluppo, mentre i finanziamenti umanitari sono diminuiti drasticamente a causa delle numerose crisi globali e della stanchezza dei donatori.

L’impatto è stato particolarmente grave per le donne. I talebani hanno imposto restrizioni generalizzate all’occupazione, all’istruzione e alla partecipazione delle donne alla vita pubblica, limitando la loro capacità di lavorare fuori casa e di accedere alle opportunità economiche.

Le agenzie umanitarie hanno ripetutamente avvertito che le famiglie guidate da donne e le imprenditrici sono tra le più colpite dalla crisi economica afghana. La riduzione degli aiuti internazionali, unita alle restrizioni sul lavoro femminile, ha reso molte famiglie sempre più dipendenti dal lavoro informale, dalle rimesse o dagli aiuti umanitari.

Per molte donne di Ghor, la perdita del sostegno ha significato la scomparsa di attività commerciali che un tempo offrivano una rara opportunità di raggiungere l’indipendenza economica.

“Possiamo lavorare e gestire questi progetti”, ha affermato Shahida. “Ciò di cui abbiamo bisogno è l’opportunità e il supporto per farlo.”

NU: il 74% degli afghani non è in grado di soddisfare i propri bisogni primari.

Siyar Sirat, Amu Tv, 13 maggio 2026

Secondo un nuovo rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, quasi tre quarti della popolazione afgana non riesce ancora a soddisfare i bisogni primari di sussistenza. Il rapporto avverte inoltre che il peggioramento delle pressioni economiche, i massicci rimpatri dai paesi limitrofi e la grave siccità stanno aggravando la crisi umanitaria nel paese.

Il rapporto ha rilevato che nel 2025 il 74% degli afghani era classificato come “insicuro dal punto di vista della sussistenza”, il che significa che si trovava ad affrontare gravi privazioni in termini di cibo, assistenza sanitaria, alloggio, acqua e mezzi di sussistenza. La cifra è rimasta invariata rispetto all’anno precedente, sottolineando quella che il rapporto descrive come una situazione di difficoltà radicata e diffusa in tutto il paese.

I risultati sono stati pubblicati nella Relazione socioeconomica sull’Afghanistan 2024-2025 dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.

Nonostante una modesta crescita economica, il rapporto afferma che l’economia afghana rimane troppo debole per tenere il passo con la rapida crescita demografica, trainata dal ritorno di milioni di afghani dall’Iran e dal Pakistan.

Il prodotto interno lordo reale è cresciuto dell’1,9% nell’anno fiscale 2024-2025, ma si stima che il reddito pro capite sia diminuito del 2,1% a causa della forte espansione demografica del paese.

Secondo il rapporto, 2,7 milioni di afghani sono rientrati dall’Iran e dal Pakistan solo nel 2025, portando il numero totale di rimpatriati dal 2023 a 4,9 milioni: uno dei più grandi movimenti migratori degli ultimi tempi a livello mondiale.

Molti rimpatriati sono arrivati ​​senza lavoro, documenti o risparmi, mettendo a dura prova comunità già alle prese con l’aumento della disoccupazione, la riduzione degli aiuti e gli shock legati ai cambiamenti climatici, si legge nel rapporto. Solo il 3% delle famiglie rientrate di recente aveva un impiego formale, mentre il 78% si affidava a lavori occasionali.

Il rapporto ha descritto un ampliamento delle disparità regionali, con un’insicurezza di sussistenza che varia dal 53% nell’Afghanistan centrale al 92% nella regione orientale, dove le inondazioni e i grandi afflussi di rimpatriati hanno intensificato la pressione economica.

Le comunità rurali hanno continuato a registrare risultati peggiori rispetto alle aree urbane. Circa il 78% delle famiglie rurali è stato classificato come insicuro dal punto di vista della sussistenza, rispetto al 62% nelle città.

Le Nazioni Unite hanno inoltre lanciato l’allarme sul peggioramento dell’insicurezza alimentare e sull’aumento del debito delle famiglie. Nel 2025, circa l’81% delle famiglie era indebitato, mentre quasi tre quarti di esse facevano affidamento su meccanismi di adattamento per sopravvivere alle difficoltà economiche.

La siccità si è rivelata una delle problematiche più gravi per il Paese. Il rapporto indica che le condizioni di siccità sono quasi raddoppiate nell’ultimo anno, colpendo il 64% delle famiglie a livello nazionale, mentre la carenza idrica è peggiorata drasticamente. L’accesso nazionale a una quantità sufficiente di acqua potabile è sceso dal 59% al 44%.

Secondo il rapporto, anche il settore sanitario ha mostrato segni di collasso. Più di 440 centri sanitari hanno sospeso le attività o chiuso nel 2025 a causa della mancanza di fondi, lasciando molti afghani senza accesso alle cure mediche.

Le donne e le ragazze sono rimaste tra le categorie più colpite dalla crisi

Secondo il rapporto, le restrizioni imposte dai talebani all’istruzione, all’occupazione e alla libertà di movimento delle donne hanno aggravato la “crisi delle capacità umane” dell’Afghanistan. L’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato l’accesso all’istruzione secondaria e universitaria.

Nel 2025, la frequenza scolastica delle ragazze si è attestata al 42%, contro il 73% dei ragazzi, mentre l’alfabetizzazione femminile tra le capofamiglia si è attestata al 29%, meno della metà rispetto a quella maschile.

Secondo il rapporto, le restrizioni alla partecipazione delle donne alla vita pubblica stavano compromettendo la ripresa economica e indebolendo l’erogazione di servizi essenziali, in particolare sanità e istruzione.

Anche gli aiuti internazionali all’Afghanistan sono diminuiti drasticamente nel 2025.

I finanziamenti umanitari sono diminuiti di quasi il 44%, passando da 1,62 miliardi di dollari nel 2024 a 910 milioni di dollari nel 2025, nonostante i bisogni umanitari siano rimasti eccezionalmente elevati. Nello stesso periodo, l’assistenza internazionale complessiva è calata da 3,21 miliardi di dollari a 2,68 miliardi di dollari.

Il rapporto avvertiva che, senza un sostegno internazionale costante, programmi di sostentamento ampliati e la rimozione delle restrizioni imposte a donne e ragazze, le condizioni economiche e umanitarie dell’Afghanistan rischiavano di peggiorare ulteriormente.

136.000 persone per settimane senza cibo nel Nuristan

Siyar Sirat, AMU Tv, 22 aprile 2026

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, circa 136.000 persone nella provincia di Nuristan, nell’Afghanistan orientale, hanno sofferto di gravi carenze di cibo, assistenza sanitaria e beni di prima necessità dopo settimane di isolamento causato dal conflitto in corso.

Per oltre sei settimane, l’insicurezza e il blocco delle vie di accesso hanno isolato circa 17.000 famiglie nei distretti di Kamdesh e Barg-e-Matal, lasciando le comunità senza un accesso affidabile ai servizi essenziali, ha dichiarato l’organizzazione martedì.

A seguito di prolungati negoziati con le parti in conflitto, le agenzie umanitarie hanno finalmente iniziato a consegnare gli aiuti urgentemente necessari nella regione, segnando un raro ripristino dell’accesso a una delle aree più remote e colpite dell’Afghanistan.

L’operazione, guidata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa in coordinamento con la Mezzaluna Rossa afghana e il Programma Alimentare Mondiale, è incentrata sulla distribuzione di cibo, forniture mediche e altri beni di prima necessità, ha dichiarato l’agenzia.

I funzionari delle organizzazioni umanitarie hanno affermato che la svolta è arrivata dopo settimane di dialogo volto a garantire il passaggio sicuro e senza ostacoli agli operatori umanitari neutrali. L’accordo ha permesso ai convogli di iniziare a raggiungere comunità che erano in gran parte inaccessibili.

La riapertura delle strade di accesso al Nuristan ha inoltre permesso ai mercati di ricominciare a rifornirsi e ha consentito la ripresa delle evacuazioni mediche, ha affermato il CICR.

Aiuti indispensabili

Nonostante l’arrivo degli aiuti, i bisogni umanitari rimangono urgenti. Le prime valutazioni indicano persistenti lacune in materia di sicurezza alimentare, assistenza sanitaria e servizi essenziali, soprattutto dopo un periodo di interruzione prolungato.

Le agenzie umanitarie affermano di collaborare con i rappresentanti delle comunità per allineare gli aiuti ai bisogni più urgenti, avvertendo al contempo che un accesso continuativo sarà fondamentale per prevenire un ulteriore peggioramento della situazione.

Le organizzazioni coinvolte hanno sottolineato che il loro lavoro è guidato dai principi di neutralità, indipendenza e imparzialità, e hanno invitato tutte le parti a garantire un accesso continuo e senza ostacoli alle comunità vulnerabili.

Secondo gli analisti, la situazione evidenzia la fragilità dell’accesso umanitario nelle regioni colpite da conflitti, dove il mutare delle condizioni di sicurezza può isolare rapidamente intere popolazioni.

Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea

A fine ottobre la Commissione europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul

Beatrice Biliato, Altreconomia, 18 novembre 2025

L’Unione europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi.

Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi.

L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa.

Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro.

E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto.

La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan sono stati ceduti nelle loro mani.

Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani.

Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan.

Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan.

Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei.

Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’Ue”.

A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’Ue, è un Paese Schengen.

Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche ai Paesi occidentali in quanto giustificata da esigenze pragmatiche.

Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei.

A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan.

Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa Ue continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’Ue con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante Ue per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’Ue a portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani- offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli.

È quanto del resto ha ribadito il Parlamento europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee.

In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba.

L’ONU sospende le operazioni di soccorso

L’ONU sospende le operazioni di soccorso al confine tra Afghanistan e Iran
Siyar Sirat, AMU Tv, 5 novembre 2025L?
Le Nazioni Unite e i suoi partner umanitari hanno sospeso le loro operazioni a Islam Qala, un importante valico di frontiera tra Afghanistan e Iran, a seguito delle nuove restrizioni imposte dai talebani che impediscono alle donne che lavorano con le Nazioni Unite e le ONG di operare nel sito, ha confermato mercoledì ad Amu la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA).

La sospensione avviene in un momento in cui il numero di afghani deportati o rimpatriati dall’Iran è in forte aumento, molti dei quali in condizioni umanitarie disastrose. Secondo le Nazioni Unite, oltre il 60% di coloro che arrivano a Islam Qala sono donne e bambini, e quasi un terzo delle famiglie che rientrano è guidato da donne.

“Queste restrizioni creano sia sfide operative immediate che rischi aggiuntivi per i rimpatriati, in particolare donne e ragazze”, ha affermato l’UNAMA in una dichiarazione condivisa con Amu. “Senza personale femminile, non possiamo assistere collettivamente donne e bambini che tornano in patria in condizioni di dignità e rispetto”.

Agenzie delle Nazioni Unite e ONG hanno operato a Islam Qala per fornire servizi essenziali ai rimpatriati, tra cui cibo, assistenza medica, supporto psicosociale e trasporto di emergenza. L’esclusione del personale femminile da queste attività ha di fatto paralizzato molte componenti della risposta umanitaria che tengono conto delle differenze di genere.

Un nuovo livello di restrizioni

Il valico di frontiera è stato un punto di ingresso umanitario cruciale, soprattutto da quando il Pakistan ha avviato una campagna di deportazioni di massa contro i cittadini afghani privi di documenti a ottobre. Anche l’Iran ha continuato le deportazioni, rimpatriando migliaia di afghani ogni settimana.

Sebbene i talebani abbiano ripetutamente imposto divieti alle donne afghane di lavorare con ONG e Nazioni Unite dal dicembre 2022, le agenzie umanitarie sono riuscite in molti casi a negoziare esenzioni, in particolare in settori come la sanità e l’istruzione, o per lavori che coinvolgono donne e bambini. L’applicazione del divieto ai valichi di frontiera segna un nuovo livello di restrizione, che colpisce uno dei gruppi più vulnerabili: le famiglie sfollate che fanno ritorno dalle loro case.

“I partner umanitari delle Nazioni Unite e delle ONG stanno collaborando con le autorità de facto e sperano che si trovino soluzioni che consentano di riprendere tutte le operazioni in modo sicuro, culturalmente sensibile e basato sui principi”, si legge nella dichiarazione.

I gruppi per i diritti umani e le organizzazioni umanitarie denunciano da tempo che i divieti imposti dai talebani alle donne di lavorare non solo violano i principi umanitari internazionali, ma limitano anche gravemente la fornitura di aiuti in un paese in cui più di due terzi della popolazione dipende da qualche forma di assistenza.

La situazione a Islam Qala rischia ora di aggravare la crisi umanitaria, poiché migliaia di rimpatriati, molti dei quali non hanno casa, cibo o mezzi di sostentamento, si trovano ad affrontare un futuro incerto nell’Afghanistan occidentale.

ONU: oltre nove milioni di persone in Afghanistan affrontano una grave insicurezza alimentare

Gli esperti umanitari hanno avvertito che le persone più vulnerabili, in particolare donne e bambini, nelle zone colpite dal terremoto, rischiano di trovarsi ad affrontare livelli di fame catastrofici se non verranno forniti fondi urgenti

JANS, Rawa, 10 ottobre 2025

Secondo quanto riportato giovedì dai media locali, secondo le Nazioni Unite, più di nove milioni di persone in Afghanistan stanno affrontando una grave insicurezza alimentare e la malnutrizione sta peggiorando, minacciando i bambini e le famiglie vulnerabili in tutto il Paese.

Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha lanciato l’allarme: il recente terremoto ha aggravato una già grave crisi alimentare e nutrizionale in Afghanistan. Nel suo rapporto pubblicato giovedì, il WFP ha affermato che oltre nove persone stanno affrontando una grave insicurezza alimentare, mentre la grave malnutrizione tra bambini e madri ha raggiunto livelli record, secondo quanto riportato dalla principale agenzia di stampa afghana Khaama Press.

Secondo il rapporto, la regione dell’Afghanistan orientale, in particolare le province di Kunar e Nangarhar, è stata la più colpita. Queste aree erano già affette da grave malnutrizione prima dei terremoti in Afghanistan e le condizioni sono ora ulteriormente peggiorate.

Il ritorno degli afghani dopo il rimpatrio dal Pakistan ha ulteriormente aumentato la pressione sulle scarse risorse umanitarie, peggiorando la situazione sia per gli sfollati sia per le comunità ospitanti.

Finora, il WFP ha fornito assistenza alimentare d’emergenza a oltre 58.000 persone nelle province di Kunar, Laghman e Nangarhar. Tuttavia, l’agenzia ha avvertito che molte aree montuose remote rimangono isolate a causa del terreno accidentato, delle strade dissestate e delle comunicazioni deboli.

L’agenzia ha dichiarato che la carenza di fondi sta limitando gravemente la sua capacità di risposta. Con le risorse attuali, gli aiuti possono essere forniti solo a meno di un milione di persone al mese, con un deficit di finanziamento di circa 622 milioni di dollari per i prossimi sei mesi. Gli esperti umanitari hanno avvertito che le persone più vulnerabili, in particolare donne e bambini, nelle zone colpite dal terremoto, rischiano di trovarsi ad affrontare livelli di fame catastrofici se non verranno forniti fondi urgenti.

Il mese scorso, il WFP ha segnalato che la fame in Afghanistan sta aumentando rapidamente e ha aumentato la richiesta di finanziamenti urgenti per fornire aiuti prima che l’inverno isoli le comunità vulnerabili in tutto il paese. Il 18 settembre, il WFP ha dichiarato che sono necessari finanziamenti urgenti per fornire cibo prima che l’inverno isoli i villaggi remoti, lasciando le famiglie senza rifornimenti essenziali.

La vicedirettrice esecutiva del WFP, Rania Dagash Kamara, ha dichiarato che i bisogni restano “vasti e immediati” e ha avvertito che milioni di altri afghani potrebbero essere spinti verso la fame estrema nei prossimi mesi se non verranno fornite nuove risorse.

La crisi è stata ulteriormente aggravata dalla decisione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di sospendere i programmi di assistenza in denaro in tutto il Paese dopo il 9 settembre, in seguito alle restrizioni imposte al personale femminile.