Passa al contenuto principale

Tag: leggi talebane

L’Afghanistan che abbiamo scelto di dimenticare: il caso Fariba e l’apartheid di genere

Insider Over, 9 agosto 2026, di Giorgia Di Gennaro

Il suicidio di Fariba rivela il fallimento della comunità internazionale e l’apartheid di genere in Afghanistan.

Fariba aveva sedici anni e una sola richiesta: tornare a scuola. Come migliaia di altre ragazze afghane, da anni viveva in attesa che qualcuno riaprisse quelle porte chiuse dai talebani nel nome della loro idea di società. Un’attesa diventata sempre più lunga, sempre più silenziosa. Poi, secondo quanto riportato da attivisti e utenti afghani sui social, Fariba avrebbe smesso di aspettare. Avrebbe deciso di togliersi la vita. La sua storia non racconta soltanto il destino di una ragazza a cui è stata negata un’istruzione. Racconta il fallimento di chi ha osservato l’Afghanistan precipitare nuovamente nell’oscurità e, con il passare del tempo, ha semplicemente imparato a conviverci.

Quando Kabul smette di fare notizia

Mentre l’Europa torna a dialogare con i talebani, discutendo a Bruxelles di rimpatri e cooperazione, in Afghanistan il tempo continua a scorrere in direzione opposta: quella della progressiva cancellazione dei diritti, delle libertà e delle prospettive di un’intera generazione. A quasi cinque anni dalla restaurazione dell’Emirato Islamico, il panorama socio-politico afghano presenta una realtà che coincide con le previsioni più pessimistiche formulate dalla comunità internazionale: una regressione generalizzata e un netto peggioramento della qualità della vita. Eppure, nonostante ciò, il Paese continua a suscitare un interesse internazionale insufficiente.

Sebbene nel 2021 la reazione all’ingresso dei talebani a Kabul fosse apparsa sincera e preoccupata, poche sono state le azioni concretamente intraprese dagli attori internazionali per contenere la minaccia rappresentata dal movimento talebano per i diritti fondamentali, la partecipazione femminile alla vita pubblica e la convivenza sociale all’interno dell’Afghanistan.

Il caso della giovane che, con la sua morte, è riuscita a valicare il muro di indifferenza che avvolge il confine afghano, rivela alcuni degli elementi strutturali del regime talebano contemporaneo. La sua è una storia di disperazione, di sconfitta e di abbandono. Non soltanto l’abbandono della scuola, certamente non per scelta, né quello di una vita che avrebbe voluto vivere. Si tratta piuttosto di un abbandono collettivo, generato dal progressivo disinteresse dell’Occidente verso una nazione e una società che il mondo ha permesso venissero soffocate, nonostante i luminosi e stridenti segnali d’allarme.

La storia di Fariba non è un caso isolato

È sui social che la storia di Fariba prende forma, quando ormai è troppo tardi. Quando la sedicenne, giunta al limite dell’attesa, avrebbe deciso di togliersi la vita dopo anni trascorsi ad aspettare la riapertura delle scuole per le ragazze, chiuse a partire dal 2022, assistendo alla progressiva privazione delle opportunità più elementari. Tra queste, quella di studiare.

Tuttavia, questa storia non ci è nuova. Non ci sorprende, nonostante possa essere la prima volta che la leggiamo. La storia di Fariba è la storia di centinaia di donne e bambine afghane, delle quali conosciamo già il destino senza averle mai incontrate. Sono storie che finiscono per trasformarsi in dati, statistiche, rapporti elaborati da agenzie internazionali e organizzazioni per i diritti umani. Numeri e annotazioni che le Nazioni Unite, nell’ambito di un’indagine congiunta a UNAMA dedicata alla salute mentale, descrivono in un quadro allarmante: circa tre quarti delle donne afghane dichiarano infatti di soffrire di una condizione mentale definita “scarsa” o “molto scarsa”.

Altre ricerche sul campo, condotte in oltre venti province del Paese, mostrano una realtà altrettanto drammatica, esponendo livelli estremamente elevati di sofferenza psicologica tra la popolazione femminile. Come evidenziato da un’inchiesta del Guardian, l’Afghanistan sarebbe oggi uno dei rarissimi Paesi al mondo in cui donne e ragazze rappresentano una quota dei suicidi e dei tentativi di suicidio superiore a quella maschile in numerose province del Paese.

Uno studio pubblicato su BMJ Open spiega, qualora ve ne fosse bisogno, le ragioni di un malessere tanto diffuso tra le donne afghane: “I sintomi della depressione tra le donne afghane sono associati all’età avanzata, a un numero maggiore di figli, a un livello di istruzione più basso, al comportamento scorretto di altre persone, a eventi negativi vissuti nell’ultimo mese e alla percezione di un cattivo stato di salute fisica.”

L’apartheid di genere dei talebani

Il disagio psichico femminile rappresenta dunque una conseguenza diretta dell’apartheid di genere imposta dal regime talebano. Lo stesso regime che, all’indomani del proprio insediamento, aveva cercato di presentarsi come più pragmatico e moderato rispetto al passato, approfittando anche del vuoto lasciato dal ritiro delle truppe statunitensi.

Trascorsi quasi cinque anni, tuttavia, le promesse di apertura hanno lasciato spazio a una realtà ben diversa. Le rassicurazioni sull’accesso all’istruzione, sull’indipendenza economica e sulla libertà individuale si sono progressivamente sgretolate: le scuole secondarie e le università sono state precluse alle donne, attività tradizionalmente femminili, come i saloni di bellezza, sono state chiuse e l’obbligo di essere accompagnate da un mahram –un parente maschio consanguineo– ha limitato drasticamente la libertà di movimento delle afghane.

Tali divieti nascono dall’esigenza talebana di recludere la donna nell’ambito domestico, confinandola a ruoli di cura che rimangono relegati, per l’appunto, nella casa dove abita con il marito o con il padre. Gli stessi ruoli di cura, infatti, non possono trovare piena espressione al di fuori delle mura domestiche. Allo stesso modo, le donne devono fare i conti con crescenti limitazioni nell’accesso alle professioni sanitarie, in una delle tante contraddizioni di un sistema che, allo stesso tempo, impone loro di essere visitate esclusivamente da personale femminile.

La forza della normalizzazione

La storia di Fariba non è un racconto di eccezionale natura nell’Afghanistan contemporaneo. Al contrario, rappresenta un sistema che continua a generare esclusione, violenza e privazione dei diritti fondamentali. Una realtà sempre più preoccupante e, al tempo stesso, sempre meno contestata, sia a causa della progressiva normalizzazione del fenomeno sia per esigenze di natura politica e diplomatica.

Non sorprende, allora, che il recente incontro tra una delegazione talebana e funzionari europei a Bruxelles per discutere i rimpatri sia stato accolto da molti osservatori come un ulteriore segnale di questa normalizzazione. Una normalizzazione che procede mentre milioni di ragazze afghane continuano ad aspettare davanti a porte che nessuno sembra intenzionato a riaprire.

Il 75% delle ONG accetta le condizioni dei talebani per operare


Siyar Sirat, Amu Tv,15 luglio 2026

Un nuovo sondaggio ha rilevato che le restrizioni imposte dai talebani alle donne, unite alla diminuzione dei finanziamenti internazionali, stanno sottoponendo le organizzazioni umanitarie in Afghanistan a una pressione crescente. L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni umanitarie ha accettato le condizioni imposte dai talebani per poter continuare a operare e mantenere l’impiego delle donne.

Il sondaggio, condotto dal Gender Coordination Group e dall’Humanitarian Access Working Group, ha raccolto le risposte di 122 organizzazioni umanitarie attive in tutte le 34 province del Paese, tra cui 102 ONG afghane, 14 ONG internazionali e sei agenzie delle Nazioni Unite.

Sebbene il 45% delle organizzazioni abbia dichiarato di continuare a operare pienamente con personale sia femminile sia maschile, il 28% ha riferito di operare solo parzialmente con team misti. Un ulteriore 14% ha affermato di operare ormai interamente o prevalentemente con personale maschile, a testimonianza delle crescenti restrizioni alla partecipazione delle donne nel lavoro umanitario.

La restrizione più comunemente segnalata è stata l’obbligo per le operatrici umanitarie di viaggiare accompagnate da un mahram, ossia un tutore maschio. Il 61% delle organizzazioni ha dichiarato che le donne necessitano ora di un accompagnatore maschile in situazioni in cui in precedenza potevano spostarsi autonomamente, con un aumento di otto punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Quasi la metà degli intervistati (49%) ha affermato che il personale femminile manifesta una crescente preoccupazione per le restrizioni alla libertà di movimento e per l’obbligo di rispettare determinati codici di abbigliamento. Il 46% ha riferito che, in alcune province, le donne non possono più recarsi negli uffici; il 39% ha dichiarato che le donne non possono più partecipare alle missioni ufficiali sul campo; e il 30% ha affermato che non è più consentito alle donne svolgere attività di sensibilizzazione nelle comunità, riducendo così la capacità delle organizzazioni di raggiungere le beneficiarie.

L’indagine ha rilevato che il 16% delle operatrici umanitarie lavora oggi da casa, rispetto al 14% registrato nel sondaggio precedente. Tra coloro che lavorano da remoto, l’81% è impiegato presso le Nazioni Unite, l’11% presso ONG afghane e organizzazioni della società civile e l’8% presso ONG internazionali.

Allo stesso tempo, le organizzazioni hanno segnalato un forte aumento del numero di donne impiegate direttamente sul campo anziché negli uffici. La quota di donne che si spostano dalla propria abitazione ai luoghi delle attività sul campo è salita dal 36% del sondaggio precedente al 66%, riflettendo i cambiamenti operativi adottati per conformarsi alle restrizioni imposte dai talebani.

Le restrizioni legate al genere sono state segnalate con maggiore frequenza nella provincia di Herat, dove il 36% delle organizzazioni ha riferito difficoltà di accesso, seguita da Kabul (31%), Nangarhar (22%), Kandahar (20%) e Kunar (17%).

Crescente ingerenza talebana

Il sondaggio documenta inoltre una crescente ingerenza da parte dei talebani.

Il 28% delle organizzazioni ha dichiarato che il personale femminile è stato fermato da funzionari del Ministero talebano per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio durante gli spostamenti da e verso il luogo di lavoro. Il 25% ha riferito di visite dei talebani negli uffici per ispezionarli e verificare il rispetto delle direttive imposte.

Nel frattempo, il 36% ha affermato che nuove restrizioni stanno ostacolando la registrazione e l’attuazione dei progetti, mentre il 29% ha segnalato interferenze da parte delle autorità talebane locali al di fuori dei meccanismi di coordinamento concordati. Il 45% ha dichiarato che le autorità concedono deroghe soltanto per attività specifiche.

L’indagine ha inoltre individuato una nuova tendenza. Il 15% delle organizzazioni ha riferito che le autorità talebane hanno sospeso attività svolte da donne a favore di donne in spazi riservati esclusivamente alle donne, mentre il 26% ha dichiarato di non aver ricevuto nuove istruzioni né di aver incontrato nuovi ostacoli operativi.

Le agenzie umanitarie hanno inoltre segnalato crescenti ostacoli di natura amministrativa.

Il 38% ha dichiarato di incontrare difficoltà nell’ottenere permessi di lavoro per il personale femminile. Il 67% ha riferito problemi nella registrazione o nell’attuazione di progetti di sensibilizzazione e di sostegno psicosociale. Il 27% ha incontrato difficoltà nella registrazione di progetti con la parola “donne” nel titolo, mentre il 25% ha affermato che i progetti che impiegano personale femminile afghano incontrano ostacoli nella registrazione. Un ulteriore 23% ha denunciato minacce dirette rivolte alle donne per il fatto di lavorare o partecipare ad attività umanitarie.

Nel complesso, il 48% delle organizzazioni ha dichiarato che tali restrizioni hanno ridotto la loro capacità di raggiungere donne e ragazze bisognose di assistenza.

Colpite soprattutto le ong guidate da donne

La carenza di finanziamenti ha aggravato ulteriormente queste difficoltà.

Più della metà delle organizzazioni (54%) ha dichiarato di aver licenziato personale afghano a causa dei tagli ai finanziamenti dei donatori. Il 46% ha riferito che alcuni progetti sono terminati una volta esauriti i fondi disponibili, mentre il 44% ha dichiarato di aver ridotto salari e benefit. Un altro 44% ha affermato di non essere più in grado di coprire i costi aggiuntivi legati all’impiego delle donne, inclusi il trasporto e le spese connesse all’obbligo del tutore maschio.

Anche le restrizioni stesse hanno costretto molte donne a lasciare il lavoro umanitario. Il 12% delle organizzazioni ha dichiarato che dipendenti donne si sono dimesse a causa delle restrizioni imposte dai talebani, mentre il 13% ha riferito di aver licenziato personale femminile direttamente a causa di tali restrizioni.

Nel complesso, l’83% delle organizzazioni ha affermato che i tagli ai finanziamenti hanno inciso sul personale, sull’attuazione dei progetti o sulla capacità di sostenere donne e ragazze. Solo il 17% ha dichiarato di non aver subito alcun impatto.

Le organizzazioni guidate da donne sono state particolarmente colpite. Solo il 35% ha riferito di aver ricevuto nuovi finanziamenti per progetti dal dicembre 2025, con un calo di 11 punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Per continuare a operare, le agenzie umanitarie si sono adattate sempre più ai requisiti imposti dai talebani. Il 68% ha istituito luoghi di lavoro separati per il personale maschile e femminile, il 65% fornisce trasporto o sostegno economico alle donne che viaggiano accompagnate da un tutore maschio e il 58% impiega le donne esclusivamente in incarichi sul campo anziché in attività d’ufficio.

L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni ha accettato le condizioni imposte dai talebani — tra cui la segregazione di genere, l’obbligo del tutore maschio e le restrizioni sui luoghi in cui le donne possono lavorare — al fine di mantenere occupato il personale femminile. Il 57% ha dichiarato di fare affidamento sui leader delle comunità locali per negoziare l’accesso con le autorità talebane del territorio.

Nonostante questi sforzi, le organizzazioni avvertono che il contesto operativo continua a deteriorarsi. La carenza di finanziamenti resta il principale ostacolo di lungo periodo alla partecipazione delle donne al lavoro umanitario, mentre le restrizioni imposte dai talebani continuano a limitare la libertà di movimento, l’occupazione e l’accesso umanitario delle donne.

Il rapporto conclude che la combinazione tra il rafforzamento del controllo da parte dei talebani e la progressiva riduzione dei finanziamenti internazionali rende sempre più difficile per le organizzazioni umanitarie mantenere l’assistenza destinata alle donne e alle ragazze afghane in tutto l’Afghanistan.

Le famiglie vengono “frustate” insieme ai condannati

Etilaat Roz, 18 luglio 2026

Mohammad Dawood (nome di fantasia), residente nella città di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, racconta che la punizione inflitta al figlio non si è limitata alle 39 frustate ricevute in pubblico, ma ha sconvolto la vita dell’intera famiglia. Dopo l’esecuzione della pena, spiega, i suoi familiari sono stati emarginati e stigmatizzati dalla comunità, mentre lui stesso è caduto in una profonda crisi psicologica, arrivando talvolta a pensare al suicidio.

Il figlio era stato arrestato con l’accusa di aver avuto una relazione sessuale con una ragazza. Ha trascorso circa sette mesi nelle carceri talebane, dopodiché un giudice del movimento ha ordinato che fosse frustato pubblicamente.

Il padre sostiene però che il giovane sia stato vittima di un’ingiustizia. Secondo il suo racconto, anche alcuni membri dei Talebani avrebbero avuto rapporti con la stessa ragazza, ma sarebbero rimasti impuniti grazie alle loro conoscenze all’interno del movimento.

“In un prato hanno inflitto a mio figlio 39 frustate. Lo accusavano di avere una relazione illecita con una ragazza, ma vi assicuro che lui non sapeva nemmeno di questa vicenda. Altri talebani avevano avuto rapporti con la stessa ragazza, ma grazie alle loro protezioni evitarono la punizione e al loro posto fu condannato mio figlio.”

Mohammad Dawood afferma di aver cercato giustizia arrivando perfino a rivolgersi all’ufficio del leader supremo dei Talebani, Hibatullah Akhundzada, senza però ottenere alcuna risposta.

Secondo lui, la fustigazione pubblica non rappresenta soltanto una punizione fisica, ma colpisce anche la dignità e la reputazione sociale dei condannati e delle loro famiglie, con conseguenze che possono durare anni. Se i Talebani insistono nell’applicare questa pena, aggiunge, almeno dovrebbero evitare di eseguirla davanti alla popolazione.

Assistere alle frustate

Seydullah, un altro residente di Kandahar, racconta di aver assistito una volta all’esecuzione pubblica delle frustate, ma dice di essersene profondamente pentito e di non voler più partecipare a simili eventi.

Spiega di essere stato convinto dalla propaganda talebana, secondo cui assistere alle punizioni avrebbe un valore educativo e religioso.

“Quando portarono i condannati per essere frustati, il mio cuore iniziò a battere fortissimo. Non riuscivo a credere a ciò che vedevo. Pensai persino di stare sognando. Vorrei non essere mai andato.”

Quel giorno erano previste 18 condanne alla fustigazione. Tre donne, pur comprese tra i condannati, non furono esposte pubblicamente. Gli altri, uomini tra i 18 e i 37 anni, ricevettero da 25 a 39 frustate.

Seydullah racconta anche che un suo amico, punito con 39 frustate per furto, gli confidò di non aver più sentito dolore dopo il ventesimo colpo, poiché il corpo era ormai completamente intorpidito.

Secondo il testimone, all’inizio dello spettacolo lo stadio era gremito, ma dopo le prime quattro esecuzioni molti spettatori se ne andarono.

I Talebani avevano inoltre vietato di scattare fotografie o registrare video, minacciando punizioni per chi avesse violato il divieto.

Ogni sentenza deve essere approvata dal leader dei Talebani

Una fonte interna al movimento talebano, citata dal quotidiano, afferma che dopo la decisione del tribunale il provvedimento viene trasmesso all’ufficio del leader supremo Hibatullah Akhundzada. Solo dopo la sua approvazione la pena viene eseguita pubblicamente entro dieci giorni.

Nei tre giorni precedenti l’esecuzione, il Dipartimento talebano per l’Informazione e la Cultura, insieme ai media vicini al movimento, diffonde l’annuncio dell’evento invitando la popolazione a partecipare.

Perfino un’ora prima dell’inizio della cerimonia, l’orario e il luogo vengono annunciati attraverso gli altoparlanti delle moschee.

La fonte descrive una procedura ormai standardizzata: prima della punizione, religiosi talebani tengono una predica di circa quaranta minuti per spiegare la legittimità della fustigazione secondo la loro interpretazione della legge islamica; seguono gli interventi del presidente del tribunale locale e di un rappresentante dell’amministrazione provinciale. Solo successivamente vengono portati i condannati, vestiti con abiti specifici, per l’esecuzione della pena.

All’ingresso dello stadio tutti gli spettatori vengono perquisiti e gli smartphone vengono sequestrati per impedire fotografie e riprese video.

Chi viene sorpreso a filmare rischia di essere arrestato e punito pubblicamente sul posto.

Meno persone assistono alle esecuzioni

Nonostante gli inviti delle autorità talebane, l’interesse della popolazione ad assistere alle fustigazioni pubbliche starebbe diminuendo.

Mahmood, un residente di Kandahar, afferma che oggi solo poche persone partecipano alle cerimonie.

“La consapevolezza della gente è aumentata. Chi va una volta allo stadio per assistere a queste punizioni, nella maggior parte dei casi non ci torna più.”

Secondo lui, circa l’80% delle persone che hanno assistito almeno una volta a una fustigazione non partecipa più ad altre esecuzioni.

Invita inoltre la popolazione a boicottare queste manifestazioni come forma di protesta contro il regime talebano.

Il ritorno delle pene corporali

Nel novembre 2022, il leader supremo dei Talebani Hibatullah Akhundzada ordinò ai giudici di applicare in tutto l’Afghanistan le pene previste dagli hudud e dal qisas, cioè le punizioni corporali e le pene retributive previste dalla loro interpretazione della legge islamica.

Da allora il governo talebano ha eseguito diverse esecuzioni pubbliche e centinaia di fustigazioni.

Queste pratiche sono state duramente condannate dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani, che ne chiedono la cessazione. I Talebani, attraverso il loro portavoce Zabihullah Mujahid, respingono tuttavia tali critiche sostenendo che si tratti di una questione interna dell’Afghanistan.

Una delle principali preoccupazioni espresse dalle organizzazioni per i diritti umani riguarda inoltre l’assenza di garanzie processuali: gli imputati, secondo numerosi osservatori, non avrebbero accesso a un processo equo né alla possibilità di difendersi adeguatamente.

I talebani hanno dato fuoco ai pantaloni larghi che indossavano alcuni giovani nel nord-est dell’Afghanistan

kabulnow.com Nazanin Mohseni 20 giugno 2026

Dopo aver vietato i pantaloni attillati alle donne, i talebani hanno ora proibito anche ai giovani uomini di indossare pantaloni larghi.

Nei giorni scorsi, nel Badakhshan, nel nord-est dell’Afghanistan, i talebani hanno confiscato i pantaloni larghi di alcuni giovani e li hanno bruciati.

Il mullah Jalil Siddiqi, un ufficiale dell’anticrimine del comando di sicurezza talebano nel Badakhshan, ha dichiarato in un video di aver bruciato i pantaloni dei giovani perché troppo larghi.

Nel video si vedono membri talebani che tolgono pubblicamente i pantaloni ai giovani e li incendiano, avvertendo gli altri di non indossare abiti simili. Il filmato sembra anche mostrare un funzionario che fa rispettare il codice di abbigliamento per le strade, usando l’intimidazione come mezzo di attuazione.

Avverte i giovani di non indossare pantaloni larghi e lunghi che arrivano alle caviglie.

La lunghezza e la taglia dei pantaloni dei cittadini sono diventate una delle preoccupazioni e priorità di governo dei talebani. Nel 2024, i talebani, in base alla Legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, avevano già vietato alle donne di indossare determinati indumenti, in particolare pantaloni attillati.

Dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, questi imposero gradualmente in tutto l’Afghanistan rigide norme sull’aspetto personale e sociale. Una delle prime misure di applicazione prevedeva che gli uomini impiegati in istituzioni pubbliche, inclusi insegnanti, dipendenti pubblici e studenti, si facessero crescere la barba e indossassero abiti tradizionali come turbanti o berretti.

Queste regole venivano applicate dal Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che effettuava ispezioni regolari nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli spazi pubblici. In molte aree, gli uomini venivano ammoniti o puniti per non aver rispettato questi standard di aspetto, il che contribuiva alle dimissioni e alla riduzione della partecipazione al mercato del lavoro pubblico.

In precedenza, nella zona occidentale di Herat, alcuni insegnanti avevano segnalato di aver lasciato le scuole pubbliche a causa delle crescenti pressioni dei talebani, tra cui rigide norme sull’aspetto e riduzioni salariali. Secondo quanto riferito da diversi insegnanti intervistati da KabulNow, le autorità talebane effettuavano frequenti ispezioni nelle scuole, monitorando attentamente il rispetto da parte degli insegnanti dei codici di abbigliamento e degli standard di cura personale.

Gli insegnanti hanno descritto un clima di costante sorveglianza, in cui i rappresentanti talebani si recavano nelle scuole ogni due settimane. Durante queste ispezioni, gli insegnanti maschi venivano controllati per verificare la presenza di barba, l’uso di cappelli o turbanti tradizionali e il rispetto delle norme sull’abbigliamento.

Vietati gli smartphone, per mettere a tacere il dissenso e nascondere la realtà

8AM media, 14 giugno 2026

Diversi dipendenti pubblici sotto il controllo dei talebani affermano che questi ultimi hanno imposto il divieto di utilizzo degli smartphone in tutte le istituzioni. Aggiungono che i talebani hanno avvertito che, in caso di disobbedienza, i trasgressori saranno deferiti al tribunale militare del gruppo e i loro smartphone saranno distrutti. I dipendenti pubblici sotto il controllo dei talebani sostengono che tale provvedimento sia stato adottato su ordine verbale di Haibatullah Akhundzada, il leader del gruppo. Il gruppo ha anche distrutto gli smartphone di diversi insegnanti delle scuole di Khost, ai quali oggi è stato chiesto di portare i propri dispositivi affinché vengano distrutti, come dimostrazione di “obbedienza e lealtà” a Haibatullah.

Il quotidiano 8AM è entrato in possesso di una registrazione audio in cui un funzionario talebano locale di Badghis ordina a tutti gli insegnanti e al personale scolastico della provincia che d’ora in poi nessuno ha il diritto di portare smartphone negli uffici governativi e che non è consentito utilizzare questi telefoni dalle 8:00 alle 16:00.

La registrazione audio afferma: “Da sabato [13-6], gli smartphone sono severamente vietati. Si è tenuta una riunione; chiunque ne utilizzi uno da sabato verrà portato davanti a un tribunale militare e il suo telefono verrà distrutto. Scattare foto e filmare è severamente proibito. Portate telefoni non smartphone e usateli solo per le chiamate. Non si accettano chiamate tramite WhatsApp e dopo le quattro del pomeriggio non ci assumiamo alcuna responsabilità.”

I Talebani non si fidano

Un impiegato statale sotto il controllo dei talebani a Herat ha confermato al quotidiano 8AM che i talebani li hanno avvertiti di non usare gli smartphone durante l’orario di lavoro e che, in caso di violazione di tale divieto, saranno deferiti al tribunale militare del gruppo. Ha dichiarato: “Ai dipendenti statali di Herat è vietato l’uso degli smartphone e i trasgressori saranno portati davanti al tribunale militare; quest’ordine è stato emesso oggi”.

Un ex dipendente governativo sotto il regime talebano a Kabul, confermando l’ordine di vietare l’uso degli smartphone, ha dichiarato: “Danno semplicemente un ordine, nessuno dall’esterno può più usarli, punto e basta. Poi possono facilmente interrompere la connessione internet. Non si fidano al 100% degli ex dipendenti, ecco perché hanno vietato i telefoni”.

Un ex dipendente pubblico sotto il controllo dei talebani a Kabul, confermando l’ordine di divieto degli smartphone, dichiara: “Basta che emanino un ordine e nessuno all’esterno potrà più usarli, punto. Dopodiché potranno interrompere tranquillamente Internet. Non si fidano affatto degli ex dipendenti pubblici; è per questo che hanno vietato i telefoni”.

Distrutti gli smartphone degli insegnanti

Un video proveniente dalla provincia di Khost, che mostra la rottura di alcuni smartphone, è stato pubblicato sui social media. Secondo alcune fonti, i telefoni appartengono agli insegnanti di una scuola nella provincia di Khost.

Nel frattempo, fonti locali a Khost affermano che il processo di distruzione degli smartphone degli insegnanti è ancora in corso e che a tutti è stato chiesto di portare con sé i propri telefoni e distruggerli per seguire Haibatullah. Secondo le fonti, oggi agli insegnanti delle scuole è stato chiesto indirettamente e ingannevolmente se possedessero uno smartphone, dopodiché i loro nomi sono stati registrati e sono stati avvertiti di portare i loro telefoni da distruggere domani o di consegnarli ai talebani affinché vengano distrutti come segno di obbedienza al gruppo. Agli insegnanti è stato detto che gli smartphone sono “lo splendore di Satana” e che sono dispositivi che non dovrebbero essere utilizzati.

Le fonti aggiungono che gli insegnanti, anche quelli che vorrebbero avere almeno dieci afghani, trovano molto difficile rompere un telefono cellulare funzionante; per questo motivo, la maggior parte di loro ha cercato di trovare vecchi cellulari per romperli o consegnarli oggi ai rappresentanti dei talebani.

Un altro video, pubblicato sui social media, mostra diversi membri dei talebani che distruggono i propri smartphone. Secondo alcune fonti, questi combattenti talebani avrebbero compiuto questo gesto per dimostrare la loro obbedienza a Haibatullah e la loro lealtà ai suoi ordini.

Preludio di un divieto nazionale?

Nel frattempo, Bismillah Taban, ricercatore nel campo della sicurezza, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano 8AM che la preoccupazione dei talebani per gli smartphone rappresenta un serio problema di sicurezza, prima ancora di essere una questione religiosa o amministrativa.

“Sebbene i talebani siano interessati a far sì che le informazioni vengano riprese dai mass media e li abbiano utilizzati come strumento importante per diffondere la loro narrativa sin dagli anni 2010, ora temono di non essere in grado di gestire così tanti account, nemmeno quelli appartenenti ai loro membri e sostenitori”, afferma Taban. I talebani temono di essere smascherati e di rivelare la realtà che si verifica quotidianamente in Afghanistan. Sottolinea che il divieto di utilizzo degli smartphone negli uffici del gruppo sarà di fatto il preludio a un divieto a livello nazionale.

Il ricercatore nel campo della sicurezza aggiunge: “In generale, i talebani preferiscono essere odiati ma temuti dalla società, piuttosto che essere popolari e non temuti”.

I dipendenti delle istituzioni governative sotto il controllo dei talebani affermano che queste restrizioni sono dovute alla preoccupazione dei talebani di diffondere la consapevolezza pubblica e di organizzare proteste popolari attraverso i social media. Secondo loro, oggi i media e il cyberspazio sono diventati strumenti importanti per informare e comunicare tra le persone, e limitarne l’uso non può eliminare il malcontento esistente.

Herat, i talebani minacciano arresti per violazione del codice di abbigliamento femminile

Siyar Sirat, AMU Tv, 6 giugno 2026

Secondo fonti locali e un documento ottenuto da Amu TV, la Direzione talebana per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio a Herat ha avvertito le famiglie di assicurarsi che le donne rispettino il codice di abbigliamento imposto dai talebani, pena l’arresto.

La Direzione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei Talebani a Herat ha avvertito le famiglie che devono assicurarsi che le donne rispettino il codice di abbigliamento imposto dai Talebani, altrimenti rischiano la detenzione, secondo fonti locali e un documento ottenuto da Amu TV.

Campagna di controllo intensificata

La direttiva, una copia della quale è stata condivisa con Amu TV, invita i membri maschi della famiglia a impedire che le donne compaiano in pubblico senza quello che i Talebani definiscono un hijab appropriato.

Secondo il documento, le donne viste in pubblico senza un velo da preghiera, con il volto scoperto, con abiti aderenti o truccate potrebbero essere fermate dagli agenti talebani incaricati della moralità e trasferite in una struttura di detenzione femminile.

Il documento cita disposizioni della Legge talebana sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, la cosiddetta “legge sulla moralità”, e afferma che i tutori maschi sono responsabili di garantire che le donne delle loro famiglie rispettino il codice di abbigliamento prescritto. Il testo avverte che le violazioni potrebbero comportare azioni legali e il trasferimento delle donne in strutture di detenzione.

La direttiva sottolinea sia l’applicazione delle norme talebane sull’abbigliamento sia la responsabilità dei parenti maschi per l’aspetto delle donne in pubblico, avvertendo che il mancato rispetto delle regole potrebbe portare alla detenzione e al deferimento alle autorità giudiziarie talebane.

L’ordine segnalato coincide con la diffusione di una registrazione audio a Herat che, secondo fonti locali, sarebbe collegata agli incaricati talebani della moralità. Nella registrazione, l’oratore afferma che la misura è stata adottata in seguito a una riunione delle autorità talebane locali e che entrerà in vigore sabato.

L’audio incarica inoltre i rappresentanti dei quartieri e gli imam delle moschee di informare i residenti sulle nuove misure.

Posti di blocco per controllare l’abbigliamento

I residenti affermano che negli ultimi mesi gli incaricati talebani della moralità hanno già intensificato il controllo sull’abbigliamento femminile a Herat attraverso posti di blocco nelle zone più trafficate della città.

Secondo fonti locali, sono stati istituiti posti di controllo in aree come Shahr-e-Naw, la rotatoria 29 Hoot, Bakrabad e la strada di Lailami, dove veicoli e taxi sono stati fermati e perquisiti.

I residenti hanno riferito che gli agenti della moralità hanno detto alle donne fermate ai posti di blocco che il loro abbigliamento non rispettava gli standard imposti dai Talebani.

Campagne di controllo simili erano già state segnalate in precedenza a Kabul e in altre parti dell’Afghanistan.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto 2021, i Talebani hanno imposto ampie restrizioni alle donne e alle ragazze. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che il gruppo ha emanato oltre 100 decreti che limitano l’accesso delle donne all’istruzione, al lavoro, agli spazi pubblici e ad altri aspetti della vita pubblica.

Tra queste restrizioni figurano il divieto per le ragazze di proseguire gli studi oltre la sesta classe, il divieto per le donne di frequentare l’università, limitazioni alla formazione medica e restrizioni al lavoro femminile presso organizzazioni non governative e agenzie delle Nazioni Unite.

I Talebani sostengono che le loro politiche siano coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e dei valori culturali afghani, mentre le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente invitato i Talebani a revocare queste misure e a rispettare i diritti delle donne e delle ragazze.

Una nuova normativa talebana sui matrimoni di minori

Siyar Sirat, AMU Tv, 15 maggio 2026

I talebani hanno emanato una nuova normativa in materia di diritto di famiglia che riconosce la validità legale dei matrimoni che coinvolgono minori in determinate circostanze, consentendo tuttavia ai bambini di chiedere l’annullamento del matrimonio dopo aver raggiunto la pubertà solo tramite un’ordinanza del tribunale.
Il regolamento concede inoltre ai tribunali religiosi ampi poteri in materia di annullamenti e controversie matrimoniali.
Il regolamento di 31 articoli, intitolato “Principi di separazione tra coniugi”, è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale dei talebani dopo essere stato approvato dal loro leader Hibatullah Akhundzada.

Le norme sullo scioglimento del matrimonio

Il documento delinea le norme che regolano lo scioglimento dei matrimoni in una vasta gamma di circostanze religiose e legali, tra cui matrimoni infantili, mariti irreperibili, apostasia, separazione forzata, rapporti di allattamento e accuse di adulterio.

Il principio del “khiyar al-bulugh”

Una delle sezioni più attentamente esaminate riguarda il “khiyar al-bulugh”, ovvero l'”opzione al raggiungimento della pubertà”, un concetto della giurisprudenza islamica che consente a un bambino sposato in giovane età di chiedere l’annullamento del matrimonio dopo aver raggiunto la pubertà.
L’articolo 5 stabilisce che se il matrimonio di un minore, maschio o femmina, viene combinato da parenti diversi dal padre o dal nonno, il contratto matrimoniale è considerato legalmente valido se i coniugi sono ritenuti socialmente compatibili e la dote adeguata. Il minore può successivamente chiedere l’annullamento dopo aver raggiunto la pubertà, ma solo tramite un’ordinanza del tribunale.
Un’altra disposizione stabilisce che i matrimoni che coinvolgono un coniuge “incompatibile” o una dote eccessivamente iniqua non sarebbero considerati validi.

Il ruolo di padri e nonni

Il regolamento concede inoltre a padri e nonni ampi poteri in materia di matrimoni infantili, pur prevedendo che i matrimoni possano essere invalidati qualora i tutori siano considerati violenti, mentalmente inadatti o moralmente corrotti.
Diverse disposizioni rafforzano le norme conservatrici in materia di tutela delle donne.

Consenso al matrimonio

L’articolo 7 stabilisce che il silenzio di una ragazza vergine dopo aver raggiunto la pubertà può essere interpretato come consenso al matrimonio, mentre il silenzio di un ragazzo o di una donna precedentemente sposata non costituisce automaticamente consenso.

I poteri dei giudici religiosi

Il regolamento conferisce inoltre ai giudici talebani il potere di intervenire nelle controversie matrimoniali sulla base di un’ampia gamma di categorie religiose, tra cui l’apostasia, l'”allontanamento dall’Islam”, la prolungata assenza del marito, le accuse di adulterio e lo “zihar”, un concetto islamico classico in cui il marito paragona la moglie a una parente di sesso femminile con cui il matrimonio sarebbe proibito.
Ai sensi della sezione relativa allo “zihar”, i giudici sono autorizzati a obbligare i mariti a rispettare le pene religiose o a concedere il divorzio. Il documento afferma che i giudici possono ricorrere alla reclusione e alle punizioni fisiche per imporre l’adempimento.

Matrimoni con non musulmani

Altre sezioni trattano i matrimoni che coinvolgono non musulmani. Il regolamento stabilisce che se un marito non musulmano si converte all’Islam mentre la moglie rimane tra la “Gente del Libro”, il matrimonio può continuare. Ma se una donna musulmana si converte e il marito si rifiuta di accettare l’Islam dopo essere stato invitato a farlo, un giudice può ordinare la separazione.
Il documento affronta anche la questione dei matrimoni tra “politeisti” o “adoratori del fuoco”, affermando che se un coniuge si converte all’Islam e l’altro si rifiuta, i tribunali possono ordinare la separazione.

“Fratelli di latte”

Un’altra sezione tratta dei matrimoni influenzati dal concetto di allattamento al seno, un principio del diritto islamico secondo il quale i figli allattati dalla stessa donna sono considerati fratelli religiosi e non possono sposarsi tra loro. La normativa stabilisce che, qualora si instauri un tale rapporto tra i coniugi, i giudici possono disporre la separazione.

Mariti scomparsi

Le norme stabiliscono anche procedure per le donne i cui mariti risultano irreperibili per periodi prolungati, consentendo ai tribunali di intervenire in determinate condizioni.

Le critiche delle organizzazioni per i diritti umani

pubblicazione del regolamento giunge mentre i talebani continuano a imporre severe restrizioni a donne e ragazze da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021.
Alle ragazze è stato impedito di proseguire gli studi oltre la sesta elementare, alle donne è stato vietato l’accesso all’università e sono state imposte severe restrizioni all’occupazione, alla libertà di movimento e alla partecipazione pubblica delle donne. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente condannato tali restrizioni, definendole violazioni sistematiche dei diritti fondamentali.
Gli attivisti per i diritti umani hanno inoltre espresso preoccupazione per il fatto che i talebani stiano codificando sempre più interpretazioni intransigenti della giurisprudenza islamica nei regolamenti statali, istituzionalizzando ulteriormente le restrizioni di genere attraverso il sistema legale.

Quanto costa all’Afghanistan il divieto scolastico femminile

Il paese entro il 2030 perderà 20 mila insegnanti donne, 5 mila tra dottoresse e infermiere: l’Unicef pubblica “The costa of inaction” o “Il costo dell’inazione”
Asia Vicentino, ZAI.NET,  14 maggio 2026
Quante ragazze sognavano di diventare insegnanti e ora al mattino guardano i loro fratelli preparare lo zaino e andare a scuola? Quante bambine si immaginavano con il camice bianco in corsia e ora osservano la vita di loro amiche sposate. Quando i taleban nel 2021 sono tornati al potere, hanno sospeso l’istruzione per le ragazze dopo i 12 anni e varato pesanti limitazioni al lavoro delle donne oltre quello domestico, ma il primo a rimetterci sarà il Paese stesso.

Facendo un rapido calcolo, se il divieto all’istruzione persisterà fino al 2030, il numero di ragazze private del loro diritto allo studio sarà di oltre due milioni, circa 250mila all’anno. Il grave danno sarà prima di tutto l’assenza di un ricambio per sostituire le insegnanti e il personale sanitario femminile negli unici due settori in cui alle donne è ancora permesso lavorare, salute e istruzione. 73mila maestre nel 2022, nel 2024 si sono ridotte a 66mila, il 9% in meno. Dunque, l’Afghanistan potrebbe perdere fino a 20.000 insegnanti donne entro il 20230. L’idea è quella di rimpiazzarle, solo in parte, con colleghi uomini, ma la dinamica continua a essere problematica, dal momento che per le bambine si preferiscono insegnanti donne.

Tra le operatrici sanitarie- ostetriche, infermiere e dottoresse- se ne perderanno 5400 entro il 2030. Va da sé che la misura è primariamente dannosa per le donne, visto che in molte aree del paese la tradizione non consente alle figlie, alle madri e alle mogli di essere visitate da personale medico maschile. Non di importanza inferiore, la scarsa istruzione delle madri e la diminuzione dell’età al parto si riflettono anche sulla salute dei nati e delle nate.

Il report

Il nuovo report Unicef “Il costo dell’inazione sull’istruzione delle ragazze e sulla partecipazione delle donne alla forza lavoro in Afghanistan” evidenzia come questo sia un danno sociale, ma anche economico: le restrizioni all’istruzione e al lavoro femminile stanno costando al Paese già 84 milioni di dollari l’anno in termini di perdita di produzione, insieme a un calo del PIL del 12.5% da qui al 2030.

Il Paese riversa già da qualche anno in una situazione difficile, si stima che 22 milioni di persone, la metà della popolazione, quest’anno avranno bisogno di aiuto umanitario, e 8 milioni di loro sono bambini. Il documento Unicef sostiene così che “the inaction” ovvero “l’inazione” non è neutrale. È una scelta attiva che accelera il declino strutturale del Paese. Al contrario, tutelare l’istruzione delle ragazze e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro rappresenta un investimento strategico per prevenire il collasso economico e sociale a lungo termine, anche nell’attuale contesto operativo limitato dell’Afghanistan.

Punti principali

L’Afghanistan rimane uno Stato fragile. Negli ultimi anni siccità, terremoti e shock economici hanno colpito ampie fasce della popolazione. Si stima che nel 2026 21.9 milioni di persone – circa il 45% della popolazione – avranno bisogno di assistenza umanitaria.

Oltre 3 milioni di persone restano sfollate nelle aree interne del Paese, mentre i recenti rimpatri da Iran e Pakistan hanno aggravato la situazione ulteriormente, aumentando la pressione sui servizi pubblici. La crescita del PIL reale tra il 2020 e il 2022 è stata registrata negativa, l’economia è tornata a crescere nel 2023. Si prevedeva che la crescista restasse positiva fino al 2026 e 2027, prima dello scoppio della crisi iraniana, ma non è stato così. L’inflazione è diminuita rispetto al picco del 2022 e la mobilitazione delle entrate interne è migliorata, raggiungendo il 15.5 % del PIL nel 2024, ma le tendenze indicano una fragile ripresa economica che potrebbe produrre effetti positivi, se sostenuta nel tempo. Delle circa 6,27 milioni di ragazze tra i 7 e i 18 anni, approssimativamente il 61% (3,8 milioni) non frequentava la scuola nel 2024. Tra le adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni, almeno 2,6 milioni erano fuori dal sistema scolastico; circa 1 milione di loro era escluso direttamente a causa delle restrizioni sull’istruzione secondaria imposte dalle autorità de-facto (DFA) in Afghanistan.

Lo studio evidenzia inoltre che, nonostante la storicamente bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, le restrizioni all’istruzione secondaria delle ragazze e alla partecipazione lavorativa delle donne costeranno all’economia afghana almeno 84 milioni di dollari all’anno nel lungo periodo, equivalenti a circa lo 0,5% del PIL del 2023. Tali perdite si accumuleranno nel tempo.

L’analisi dei dati dell’Afghanistan Multiple Indicator Cluster Survey 2022-2023 evidenzia una correlazione tra il livello di istruzione delle madri e la situazione sanitaria dei bambini e bambine, incluse la copertura vaccinale, la malnutrizione cronica e il peso alla nascita. Si prevede così che il calo dei livelli di istruzione femminile peggiorerà lo stato sanitario per entrambi.

Il cambiamento della leadership politica in Afghanistan nell’agosto del 2021 ha portato a questo nuovo decreto delle autorità-de facto, che ha sospeso la frequenza scolastica delle ragazze oltre il livello primario, limitato la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, anche quelle con i livelli più alti di istruzione, non consente più loro di ricoprire posizioni dirigenziali e non le autorizza a lavorare interagendo con colleghi. La legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV), introdotta nell’agosto del 2024, ha formalizzato le restrizioni e ne ha introdotte di più limitanti. Tali misure hanno infierito, in misura ancora maggiore, sulla capacità delle donne di accedere agli spazi pubblici, di partecipare alla vita sociale ed economica.

Durante l’anno accademico 2022–2023, il primo successivo alla presa del potere da parte delle autorità de facto, si stimava che oltre la metà (circa il 58%) delle ragazze afghane tra i 7 e i 18 anni fosse fuori dal sistema scolastico, rappresentando uno dei tassi di iscrizione femminile più bassi al mondo. Nel 2020, la partecipazione femminile al mercato del lavoro era pari al 16,5%, con un rapporto occupazione-popolazione dell’11,2%.

Più della metà (56%) delle donne attive nel mercato del lavoro era classificata come collaboratrice familiare, principalmente impegnata nel supporto all’agricoltura domestica o ad attività familiari non agricole, mentre solo l’1,6% delle donne occupava posizioni dirigenziali. Come indicato sopra, con questo andamento, l’economia afghana potrebbe perdere fino al 12.5% del PIL del 2022, al contrario, invece, se tali decreti venissero revocati e fossero adottate misure per integrare maggiormente la componente femminile nell’istruzione e nel mondo del lavoro, l’economia potrebbe registrare un incremento fino al 35% del PIL (rispetto al 2022).

Le soluzioni Unicef

Le autorità-de facto in Afghanistan dovrebbero revocare il divieto imposto all’istruzione secondaria e universitaria delle ragazze. A ogni anno di ritardo: aumenta la quota di donne prive di istruzione, che contribuisce a perdite annuali del PIL pari a 84 milioni di dollari, equivalenti al 20% della crescita economica potenziale. Potrebbe aumentare il tasso di malnutrizione cronica nei bambini e bambine tra 0 e 59 mesi (sotto i 5 anni): le stime mostrano che il tasso di stunting, malnutrizione cronica, nei bambini sotto i 5 anni è aumentato dal 44.7% al 45.6%, colpendo 10.000 bambini in più. Potrebbe portare a una bassa copertura vaccinale e a un calo dell’assistenza prenatale e dei parti assistiti per le donne in gravidanza. I donatori e i partner internazionali dovrebbero continuare a investire nell’istruzione primaria, sia come percorso fondamentale per lo sviluppo del capitale umano, sia come dimostrazione dell’impatto positivo, per le ragazze, di un ambiente educativo inclusivo.

Le DFA dovrebbero tutelare la formazione professionale e consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro. Questa misura potrebbe aggiungere annualmente 0,5 punti percentuali alla crescita economica, con ulteriori benefici qualora si ampliassero le opportunità educative e occupazionali per le donne. La direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha commentato: “L’Afghanistan non può permettersi di perdere future insegnanti, infermiere, dottoresse, ostetriche e assistenti sociali, che sostengono servizi essenziali. Questa sarà la realtà se le ragazze continueranno a essere escluse dall’istruzione”. Qui si tratta di interrompere vite di ragazze, che da un giorno all’altro si sono ritrovate prive del diritto all’istruzione e obbligate a stare in casa.

Quello che per le autorità sembra solo una limitazione della libertà femminile, è una restrizione drastica della libertà del Paese, e il prezzo da pagare è già alto e pronto a incombere pesantemente.

“Legge sui predicatori”: controllo religioso e potere politico

Redazione CISDA, 1 maggio 2026

Negli ultimi giorni i talebani hanno reso ufficiale la loro nuova “Legge sui Predicatori”, un provvedimento che irrigidisce ulteriormente il controllo sulla diffusione della religione in Afghanistan. La legge, già approvata lo scorso anno dal loro leader Hibatullah Akhundzada, è composta da una prefazione, tre capitoli, due sezioni e 17 articoli ed è ora entrata in vigore attraverso la gazzetta ufficiale del governo.

La normativa stabilisce criteri rigidi e selettivi su chi può predicare: solo musulmani appartenenti alla scuola hanafita sono considerati legittimi. In questo modo si impone un unico riferimento religioso ufficiale, escludendo automaticamente tutte le altre interpretazioni dell’Islam e colpendo qualsiasi forma di pluralismo interno. Chi non rientra in questo schema viene semplicemente escluso dall’attività.

Non si tratta solo di un filtro sull’accesso alla predicazione, ma anche di un controllo diretto sui contenuti. Oltre agli insegnamenti religiosi di base, i predicatori sono obbligati a promuovere le cosiddette “virtù del jihad” e a ubbidire alla visione ideologica definita dal regime.

Anche i metodi della comunicazione vengono normati.

Innanzitutto il linguaggio va adattato alle due categorie in cui viene diviso il pubblico: istruito o “comune”.

I predicatori talebani devono invitare la popolazione ad aderire a quelli che definiscono “valori islamici” attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Radio, riviste, libri e notiziari sono considerati uno dei principali strumenti di propaganda, a condizione che non contengano immagini di esseri viventi.

Inoltre, anche la “lotta jihadista” è esplicitamente citata come ulteriore metodo di diffusione del messaggio.

Tutto dev’essere sotto controllo

Elemento centrale della legge è il rafforzamento del controllo istituzionale. Tutta l’attività dei predicatori viene infatti posta sotto la supervisione del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. In questo modo la predicazione perde ogni autonomia e viene completamente assorbita nella struttura amministrativa dello stato talebano.

Questo provvedimento si inserisce in una strategia dei talebani di trasformare ogni ambito della vita religiosa in un apparato regolato, centralizzato e strettamente controllato. La religione, sempre più assorbita nella struttura del potere politico, diventa uno strumento di governo.

La “Legge sui Predicatori” non rappresenta quindi una semplice riorganizzazione normativa, ma un ulteriore passo verso la concentrazione totale dell’autorità religiosa nelle mani dei talebani e, in modo sempre più evidente, del suo leader.

Una legge concepita per rafforzare il controllo ideologico sulla società, comprimendo ulteriormente il pluralismo religioso e restringendo i diritti delle minoranze.

Afghanistan: sciiti e minoranze vivono nella paura


Waslat Hasrat-Nazimi, DW, 29 aprile 2026

All’inizio di aprile, un attacco a un luogo di culto sciita a Herat, nell’Afghanistan occidentale, ha causato almeno 11 morti, secondo l’agenzia AFP, mentre fonti locali parlano di un numero di vittime più elevato.

Finora nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. Le autorità talebane hanno annunciato un’indagine e promesso di assicurare i responsabili alla giustizia. Tuttavia, al momento non sono stati resi noti risultati.

In passato, il cosiddetto “Stato Islamico del Khorasan” (ISKP) ha spesso rivendicato attacchi contro strutture sciite. Il silenzio nel caso di Herat ha sollevato interrogativi sui possibili responsabili, sulla situazione della sicurezza e sulla capacità delle autorità di garantire protezione.

Gli osservatori considerano la condizione della comunità sciita come un indicatore della capacità dei talebani di tutelare istituzionalmente la diversità religiosa. La sicurezza non è definita solo dalla presenza militare, ma anche dal riconoscimento politico, dall’uguaglianza legale e da una protezione affidabile.

Le promesse di sicurezza dei talebani sotto pressione

Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno sottolineato di aver ristabilito la stabilità in tutto l’Afghanistan. I loro portavoce assicurano regolarmente che tutti i cittadini, indipendentemente da etnia o religione, sono protetti.

L’attacco di Herat ha scosso questa promessa e, per molti membri della comunità sciita, la questione della sicurezza resta fondamentale.

“Purtroppo l’Afghanistan non è mai stato un luogo sicuro per gli sciiti, né oggi né in passato, sia sotto questo governo sia sotto il precedente”, ha dichiarato un residente di Herat che ha voluto restare anonimo.

“Questo è il primo attacco contro la comunità sciita da quando i talebani sono tornati al potere, ma certamente non sarà l’ultimo”, ha detto.

Una residente di Herat: “Abbiamo paura”

Per una donna di Herat che ha assistito all’attacco e ha perso il figlio, il dibattito sulle misure di sicurezza è secondario. Anche lei ha scelto l’anonimato e ha raccontato di vivere nel terrore costante.

“Abbiamo paura e non riusciamo a dormire. Ogni giorno ci aspettiamo che l’atrocità si ripeta”, ha detto.

Il giorno dell’attacco si trovava nel parco — utilizzato anche come luogo di culto — con la famiglia per pregare e fare un picnic.

“Avevo appena finito di pregare quando li ho visti separare uomini e donne. All’inizio pensavamo volessero solo controllarci e guardare i telefoni. Quando hanno iniziato a uccidere, mi sono sentita male e sono entrata in stato di shock. Dopo non ho più capito bene cosa stesse succedendo.”

Secondo il suo racconto, sono state sepolte 14 persone. I feriti sono stati portati nel vicino Iran per essere curati. Anche la moglie di suo figlio è rimasta ferita e ora lei si prende cura dei nipoti.

“I bambini piangono e hanno paura. Non vogliono andare a scuola perché temono le guardie all’esterno. Le armi che portano ricordano loro l’attacco e li spaventano.”

Ha aggiunto che non c’è stato alcun sostegno da parte delle autorità: “Il giorno del funerale ci hanno assicurato che avrebbero trovato i responsabili, ma finora non è successo nulla.”

Sta pensando di lasciare il Paese: “Vogliamo andare via, ma dove? Non possiamo andare in Iran: lì saremmo rifugiati senza un posto. Se potessimo, ce ne andremmo.”

“Ho paura e non so cosa succederà. Ma qui non ci sentiamo al sicuro.”

Minoranze etniche vulnerabili in Afghanistan

Secondo Niala Mohammad del Center for the Study of Organized Hate, con sede a Washington, l’attacco riflette un problema più profondo.

“Il recente attacco a Herat evidenzia la continua vulnerabilità della comunità sciita in Afghanistan”, ha dichiarato.

“L’interpretazione ultra-conservatrice sunnita dell’Islam da parte dei talebani considera gli sciiti eretici. Questa caratterizzazione contribuisce alla loro vulnerabilità e aumenta l’esposizione alla violenza comunitaria.”

Gli sciiti costituiscono una minoranza in Afghanistan, in gran parte appartenente al gruppo etnico hazara, e rappresentano circa il 10-20% della popolazione, secondo stime (non esiste un censimento dagli anni ’70).

Attacchi contro moschee sciite, centri educativi e strutture civili si sono verificati anche sotto i governi precedenti, spesso per mano dell’ISKP. L’attacco di Herat dimostra però che il rischio persiste anche sotto il governo talebano, che presenta la sicurezza come pilastro della propria legittimità.

Secondo esperti e organizzazioni per i diritti umani, questa affermazione è discutibile. I talebani sono stati responsabili di diversi massacri contro gli sciiti negli ultimi decenni e continuano a discriminarli sistematicamente anche oggi.

Dalla loro presa di potere, organizzazioni internazionali hanno documentato misure che colpiscono in particolare le comunità sciite.

Nel luglio 2025, Human Rights Watch ha segnalato l’espulsione violenta di 25 famiglie hazara dalla provincia di Bamiyan. Inoltre, nel Badakhshan, circa 50 membri della comunità ismailita sarebbero stati costretti a convertirsi all’Islam sunnita sotto minaccia di violenza.

L’insegnamento della giurisprudenza sciita è stato vietato in tutte le scuole del Paese, comprese quelle private. Il sistema legale sciita è stato abolito, la letteratura sciita limitata e festività persiane come Nowruz sono state proibite. Inoltre, gli hazara sono stati esclusi dal servizio pubblico.

Questi sviluppi incidono sia sulla pratica religiosa sia sulla partecipazione istituzionale, e l’attacco di Herat si inserisce in questo contesto di restrizioni strutturali.

Come vedono i talebani gli sciiti?

Secondo Besmillah Taban, ex capo del dipartimento investigativo criminale afghano e oggi dottorando all’Università Jagellonica di Cracovia, la violenza contro gli sciiti è alimentata da pregiudizi ideologici.

“L’ideologia dei talebani e del governatore di Herat considera gli sciiti eretici. Se viene emessa una fatwa che li dichiara infedeli, il regime non ha bisogno di ordinare direttamente di ucciderli: i combattenti agiranno da soli”, ha affermato.

Allo stesso tempo, ha sottolineato che tra la popolazione esiste ancora solidarietà interreligiosa: “Quando gli sciiti sono stati vittime, cittadini sunniti hanno donato sangue e mostrato solidarietà.”

Mashkur Kabuli, un religioso sciita in esilio in Germania, ha ricordato le precedenti promesse di protezione dei talebani:

“I talebani hanno ripetutamente assicurato che avrebbero protetto gli sciiti. Se davvero intendono farlo, non lo hanno ancora dimostrato.”

“I talebani non accettano nessuna confessione religiosa diversa dalla scuola sunnita hanafita e si aspettano che tutti gli altri si convertano.”

Secondo Kabuli, questa esclusività strutturale rende difficile costruire fiducia tra le autorità e la comunità sciita. Tuttavia, ha anche sottolineato che i talebani non riusciranno a distruggere i rapporti tra sunniti e sciiti in Afghanistan.