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Tag: leggi talebane

Quanto costa all’Afghanistan il divieto scolastico femminile

Il paese entro il 2030 perderà 20 mila insegnanti donne, 5 mila tra dottoresse e infermiere: l’Unicef pubblica “The costa of inaction” o “Il costo dell’inazione”
Asia Vicentino, ZAI.NET,  14 maggio 2026
Quante ragazze sognavano di diventare insegnanti e ora al mattino guardano i loro fratelli preparare lo zaino e andare a scuola? Quante bambine si immaginavano con il camice bianco in corsia e ora osservano la vita di loro amiche sposate. Quando i taleban nel 2021 sono tornati al potere, hanno sospeso l’istruzione per le ragazze dopo i 12 anni e varato pesanti limitazioni al lavoro delle donne oltre quello domestico, ma il primo a rimetterci sarà il Paese stesso.

Facendo un rapido calcolo, se il divieto all’istruzione persisterà fino al 2030, il numero di ragazze private del loro diritto allo studio sarà di oltre due milioni, circa 250mila all’anno. Il grave danno sarà prima di tutto l’assenza di un ricambio per sostituire le insegnanti e il personale sanitario femminile negli unici due settori in cui alle donne è ancora permesso lavorare, salute e istruzione. 73mila maestre nel 2022, nel 2024 si sono ridotte a 66mila, il 9% in meno. Dunque, l’Afghanistan potrebbe perdere fino a 20.000 insegnanti donne entro il 20230. L’idea è quella di rimpiazzarle, solo in parte, con colleghi uomini, ma la dinamica continua a essere problematica, dal momento che per le bambine si preferiscono insegnanti donne.

Tra le operatrici sanitarie- ostetriche, infermiere e dottoresse- se ne perderanno 5400 entro il 2030. Va da sé che la misura è primariamente dannosa per le donne, visto che in molte aree del paese la tradizione non consente alle figlie, alle madri e alle mogli di essere visitate da personale medico maschile. Non di importanza inferiore, la scarsa istruzione delle madri e la diminuzione dell’età al parto si riflettono anche sulla salute dei nati e delle nate.

Il report

Il nuovo report Unicef “Il costo dell’inazione sull’istruzione delle ragazze e sulla partecipazione delle donne alla forza lavoro in Afghanistan” evidenzia come questo sia un danno sociale, ma anche economico: le restrizioni all’istruzione e al lavoro femminile stanno costando al Paese già 84 milioni di dollari l’anno in termini di perdita di produzione, insieme a un calo del PIL del 12.5% da qui al 2030.

Il Paese riversa già da qualche anno in una situazione difficile, si stima che 22 milioni di persone, la metà della popolazione, quest’anno avranno bisogno di aiuto umanitario, e 8 milioni di loro sono bambini. Il documento Unicef sostiene così che “the inaction” ovvero “l’inazione” non è neutrale. È una scelta attiva che accelera il declino strutturale del Paese. Al contrario, tutelare l’istruzione delle ragazze e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro rappresenta un investimento strategico per prevenire il collasso economico e sociale a lungo termine, anche nell’attuale contesto operativo limitato dell’Afghanistan.

Punti principali

L’Afghanistan rimane uno Stato fragile. Negli ultimi anni siccità, terremoti e shock economici hanno colpito ampie fasce della popolazione. Si stima che nel 2026 21.9 milioni di persone – circa il 45% della popolazione – avranno bisogno di assistenza umanitaria.

Oltre 3 milioni di persone restano sfollate nelle aree interne del Paese, mentre i recenti rimpatri da Iran e Pakistan hanno aggravato la situazione ulteriormente, aumentando la pressione sui servizi pubblici. La crescita del PIL reale tra il 2020 e il 2022 è stata registrata negativa, l’economia è tornata a crescere nel 2023. Si prevedeva che la crescista restasse positiva fino al 2026 e 2027, prima dello scoppio della crisi iraniana, ma non è stato così. L’inflazione è diminuita rispetto al picco del 2022 e la mobilitazione delle entrate interne è migliorata, raggiungendo il 15.5 % del PIL nel 2024, ma le tendenze indicano una fragile ripresa economica che potrebbe produrre effetti positivi, se sostenuta nel tempo. Delle circa 6,27 milioni di ragazze tra i 7 e i 18 anni, approssimativamente il 61% (3,8 milioni) non frequentava la scuola nel 2024. Tra le adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni, almeno 2,6 milioni erano fuori dal sistema scolastico; circa 1 milione di loro era escluso direttamente a causa delle restrizioni sull’istruzione secondaria imposte dalle autorità de-facto (DFA) in Afghanistan.

Lo studio evidenzia inoltre che, nonostante la storicamente bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, le restrizioni all’istruzione secondaria delle ragazze e alla partecipazione lavorativa delle donne costeranno all’economia afghana almeno 84 milioni di dollari all’anno nel lungo periodo, equivalenti a circa lo 0,5% del PIL del 2023. Tali perdite si accumuleranno nel tempo.

L’analisi dei dati dell’Afghanistan Multiple Indicator Cluster Survey 2022-2023 evidenzia una correlazione tra il livello di istruzione delle madri e la situazione sanitaria dei bambini e bambine, incluse la copertura vaccinale, la malnutrizione cronica e il peso alla nascita. Si prevede così che il calo dei livelli di istruzione femminile peggiorerà lo stato sanitario per entrambi.

Il cambiamento della leadership politica in Afghanistan nell’agosto del 2021 ha portato a questo nuovo decreto delle autorità-de facto, che ha sospeso la frequenza scolastica delle ragazze oltre il livello primario, limitato la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, anche quelle con i livelli più alti di istruzione, non consente più loro di ricoprire posizioni dirigenziali e non le autorizza a lavorare interagendo con colleghi. La legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV), introdotta nell’agosto del 2024, ha formalizzato le restrizioni e ne ha introdotte di più limitanti. Tali misure hanno infierito, in misura ancora maggiore, sulla capacità delle donne di accedere agli spazi pubblici, di partecipare alla vita sociale ed economica.

Durante l’anno accademico 2022–2023, il primo successivo alla presa del potere da parte delle autorità de facto, si stimava che oltre la metà (circa il 58%) delle ragazze afghane tra i 7 e i 18 anni fosse fuori dal sistema scolastico, rappresentando uno dei tassi di iscrizione femminile più bassi al mondo. Nel 2020, la partecipazione femminile al mercato del lavoro era pari al 16,5%, con un rapporto occupazione-popolazione dell’11,2%.

Più della metà (56%) delle donne attive nel mercato del lavoro era classificata come collaboratrice familiare, principalmente impegnata nel supporto all’agricoltura domestica o ad attività familiari non agricole, mentre solo l’1,6% delle donne occupava posizioni dirigenziali. Come indicato sopra, con questo andamento, l’economia afghana potrebbe perdere fino al 12.5% del PIL del 2022, al contrario, invece, se tali decreti venissero revocati e fossero adottate misure per integrare maggiormente la componente femminile nell’istruzione e nel mondo del lavoro, l’economia potrebbe registrare un incremento fino al 35% del PIL (rispetto al 2022).

Le soluzioni Unicef

Le autorità-de facto in Afghanistan dovrebbero revocare il divieto imposto all’istruzione secondaria e universitaria delle ragazze. A ogni anno di ritardo: aumenta la quota di donne prive di istruzione, che contribuisce a perdite annuali del PIL pari a 84 milioni di dollari, equivalenti al 20% della crescita economica potenziale. Potrebbe aumentare il tasso di malnutrizione cronica nei bambini e bambine tra 0 e 59 mesi (sotto i 5 anni): le stime mostrano che il tasso di stunting, malnutrizione cronica, nei bambini sotto i 5 anni è aumentato dal 44.7% al 45.6%, colpendo 10.000 bambini in più. Potrebbe portare a una bassa copertura vaccinale e a un calo dell’assistenza prenatale e dei parti assistiti per le donne in gravidanza. I donatori e i partner internazionali dovrebbero continuare a investire nell’istruzione primaria, sia come percorso fondamentale per lo sviluppo del capitale umano, sia come dimostrazione dell’impatto positivo, per le ragazze, di un ambiente educativo inclusivo.

Le DFA dovrebbero tutelare la formazione professionale e consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro. Questa misura potrebbe aggiungere annualmente 0,5 punti percentuali alla crescita economica, con ulteriori benefici qualora si ampliassero le opportunità educative e occupazionali per le donne. La direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha commentato: “L’Afghanistan non può permettersi di perdere future insegnanti, infermiere, dottoresse, ostetriche e assistenti sociali, che sostengono servizi essenziali. Questa sarà la realtà se le ragazze continueranno a essere escluse dall’istruzione”. Qui si tratta di interrompere vite di ragazze, che da un giorno all’altro si sono ritrovate prive del diritto all’istruzione e obbligate a stare in casa.

Quello che per le autorità sembra solo una limitazione della libertà femminile, è una restrizione drastica della libertà del Paese, e il prezzo da pagare è già alto e pronto a incombere pesantemente.

“Legge sui predicatori”: controllo religioso e potere politico

Redazione CISDA, 1 maggio 2026

Negli ultimi giorni i talebani hanno reso ufficiale la loro nuova “Legge sui Predicatori”, un provvedimento che irrigidisce ulteriormente il controllo sulla diffusione della religione in Afghanistan. La legge, già approvata lo scorso anno dal loro leader Hibatullah Akhundzada, è composta da una prefazione, tre capitoli, due sezioni e 17 articoli ed è ora entrata in vigore attraverso la gazzetta ufficiale del governo.

La normativa stabilisce criteri rigidi e selettivi su chi può predicare: solo musulmani appartenenti alla scuola hanafita sono considerati legittimi. In questo modo si impone un unico riferimento religioso ufficiale, escludendo automaticamente tutte le altre interpretazioni dell’Islam e colpendo qualsiasi forma di pluralismo interno. Chi non rientra in questo schema viene semplicemente escluso dall’attività.

Non si tratta solo di un filtro sull’accesso alla predicazione, ma anche di un controllo diretto sui contenuti. Oltre agli insegnamenti religiosi di base, i predicatori sono obbligati a promuovere le cosiddette “virtù del jihad” e a ubbidire alla visione ideologica definita dal regime.

Anche i metodi della comunicazione vengono normati.

Innanzitutto il linguaggio va adattato alle due categorie in cui viene diviso il pubblico: istruito o “comune”.

I predicatori talebani devono invitare la popolazione ad aderire a quelli che definiscono “valori islamici” attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Radio, riviste, libri e notiziari sono considerati uno dei principali strumenti di propaganda, a condizione che non contengano immagini di esseri viventi.

Inoltre, anche la “lotta jihadista” è esplicitamente citata come ulteriore metodo di diffusione del messaggio.

Tutto dev’essere sotto controllo

Elemento centrale della legge è il rafforzamento del controllo istituzionale. Tutta l’attività dei predicatori viene infatti posta sotto la supervisione del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. In questo modo la predicazione perde ogni autonomia e viene completamente assorbita nella struttura amministrativa dello stato talebano.

Questo provvedimento si inserisce in una strategia dei talebani di trasformare ogni ambito della vita religiosa in un apparato regolato, centralizzato e strettamente controllato. La religione, sempre più assorbita nella struttura del potere politico, diventa uno strumento di governo.

La “Legge sui Predicatori” non rappresenta quindi una semplice riorganizzazione normativa, ma un ulteriore passo verso la concentrazione totale dell’autorità religiosa nelle mani dei talebani e, in modo sempre più evidente, del suo leader.

Una legge concepita per rafforzare il controllo ideologico sulla società, comprimendo ulteriormente il pluralismo religioso e restringendo i diritti delle minoranze.

Afghanistan: sciiti e minoranze vivono nella paura


Waslat Hasrat-Nazimi, DW, 29 aprile 2026

All’inizio di aprile, un attacco a un luogo di culto sciita a Herat, nell’Afghanistan occidentale, ha causato almeno 11 morti, secondo l’agenzia AFP, mentre fonti locali parlano di un numero di vittime più elevato.

Finora nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. Le autorità talebane hanno annunciato un’indagine e promesso di assicurare i responsabili alla giustizia. Tuttavia, al momento non sono stati resi noti risultati.

In passato, il cosiddetto “Stato Islamico del Khorasan” (ISKP) ha spesso rivendicato attacchi contro strutture sciite. Il silenzio nel caso di Herat ha sollevato interrogativi sui possibili responsabili, sulla situazione della sicurezza e sulla capacità delle autorità di garantire protezione.

Gli osservatori considerano la condizione della comunità sciita come un indicatore della capacità dei talebani di tutelare istituzionalmente la diversità religiosa. La sicurezza non è definita solo dalla presenza militare, ma anche dal riconoscimento politico, dall’uguaglianza legale e da una protezione affidabile.

Le promesse di sicurezza dei talebani sotto pressione

Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno sottolineato di aver ristabilito la stabilità in tutto l’Afghanistan. I loro portavoce assicurano regolarmente che tutti i cittadini, indipendentemente da etnia o religione, sono protetti.

L’attacco di Herat ha scosso questa promessa e, per molti membri della comunità sciita, la questione della sicurezza resta fondamentale.

“Purtroppo l’Afghanistan non è mai stato un luogo sicuro per gli sciiti, né oggi né in passato, sia sotto questo governo sia sotto il precedente”, ha dichiarato un residente di Herat che ha voluto restare anonimo.

“Questo è il primo attacco contro la comunità sciita da quando i talebani sono tornati al potere, ma certamente non sarà l’ultimo”, ha detto.

Una residente di Herat: “Abbiamo paura”

Per una donna di Herat che ha assistito all’attacco e ha perso il figlio, il dibattito sulle misure di sicurezza è secondario. Anche lei ha scelto l’anonimato e ha raccontato di vivere nel terrore costante.

“Abbiamo paura e non riusciamo a dormire. Ogni giorno ci aspettiamo che l’atrocità si ripeta”, ha detto.

Il giorno dell’attacco si trovava nel parco — utilizzato anche come luogo di culto — con la famiglia per pregare e fare un picnic.

“Avevo appena finito di pregare quando li ho visti separare uomini e donne. All’inizio pensavamo volessero solo controllarci e guardare i telefoni. Quando hanno iniziato a uccidere, mi sono sentita male e sono entrata in stato di shock. Dopo non ho più capito bene cosa stesse succedendo.”

Secondo il suo racconto, sono state sepolte 14 persone. I feriti sono stati portati nel vicino Iran per essere curati. Anche la moglie di suo figlio è rimasta ferita e ora lei si prende cura dei nipoti.

“I bambini piangono e hanno paura. Non vogliono andare a scuola perché temono le guardie all’esterno. Le armi che portano ricordano loro l’attacco e li spaventano.”

Ha aggiunto che non c’è stato alcun sostegno da parte delle autorità: “Il giorno del funerale ci hanno assicurato che avrebbero trovato i responsabili, ma finora non è successo nulla.”

Sta pensando di lasciare il Paese: “Vogliamo andare via, ma dove? Non possiamo andare in Iran: lì saremmo rifugiati senza un posto. Se potessimo, ce ne andremmo.”

“Ho paura e non so cosa succederà. Ma qui non ci sentiamo al sicuro.”

Minoranze etniche vulnerabili in Afghanistan

Secondo Niala Mohammad del Center for the Study of Organized Hate, con sede a Washington, l’attacco riflette un problema più profondo.

“Il recente attacco a Herat evidenzia la continua vulnerabilità della comunità sciita in Afghanistan”, ha dichiarato.

“L’interpretazione ultra-conservatrice sunnita dell’Islam da parte dei talebani considera gli sciiti eretici. Questa caratterizzazione contribuisce alla loro vulnerabilità e aumenta l’esposizione alla violenza comunitaria.”

Gli sciiti costituiscono una minoranza in Afghanistan, in gran parte appartenente al gruppo etnico hazara, e rappresentano circa il 10-20% della popolazione, secondo stime (non esiste un censimento dagli anni ’70).

Attacchi contro moschee sciite, centri educativi e strutture civili si sono verificati anche sotto i governi precedenti, spesso per mano dell’ISKP. L’attacco di Herat dimostra però che il rischio persiste anche sotto il governo talebano, che presenta la sicurezza come pilastro della propria legittimità.

Secondo esperti e organizzazioni per i diritti umani, questa affermazione è discutibile. I talebani sono stati responsabili di diversi massacri contro gli sciiti negli ultimi decenni e continuano a discriminarli sistematicamente anche oggi.

Dalla loro presa di potere, organizzazioni internazionali hanno documentato misure che colpiscono in particolare le comunità sciite.

Nel luglio 2025, Human Rights Watch ha segnalato l’espulsione violenta di 25 famiglie hazara dalla provincia di Bamiyan. Inoltre, nel Badakhshan, circa 50 membri della comunità ismailita sarebbero stati costretti a convertirsi all’Islam sunnita sotto minaccia di violenza.

L’insegnamento della giurisprudenza sciita è stato vietato in tutte le scuole del Paese, comprese quelle private. Il sistema legale sciita è stato abolito, la letteratura sciita limitata e festività persiane come Nowruz sono state proibite. Inoltre, gli hazara sono stati esclusi dal servizio pubblico.

Questi sviluppi incidono sia sulla pratica religiosa sia sulla partecipazione istituzionale, e l’attacco di Herat si inserisce in questo contesto di restrizioni strutturali.

Come vedono i talebani gli sciiti?

Secondo Besmillah Taban, ex capo del dipartimento investigativo criminale afghano e oggi dottorando all’Università Jagellonica di Cracovia, la violenza contro gli sciiti è alimentata da pregiudizi ideologici.

“L’ideologia dei talebani e del governatore di Herat considera gli sciiti eretici. Se viene emessa una fatwa che li dichiara infedeli, il regime non ha bisogno di ordinare direttamente di ucciderli: i combattenti agiranno da soli”, ha affermato.

Allo stesso tempo, ha sottolineato che tra la popolazione esiste ancora solidarietà interreligiosa: “Quando gli sciiti sono stati vittime, cittadini sunniti hanno donato sangue e mostrato solidarietà.”

Mashkur Kabuli, un religioso sciita in esilio in Germania, ha ricordato le precedenti promesse di protezione dei talebani:

“I talebani hanno ripetutamente assicurato che avrebbero protetto gli sciiti. Se davvero intendono farlo, non lo hanno ancora dimostrato.”

“I talebani non accettano nessuna confessione religiosa diversa dalla scuola sunnita hanafita e si aspettano che tutti gli altri si convertano.”

Secondo Kabuli, questa esclusività strutturale rende difficile costruire fiducia tra le autorità e la comunità sciita. Tuttavia, ha anche sottolineato che i talebani non riusciranno a distruggere i rapporti tra sunniti e sciiti in Afghanistan.

Per le donne afghane, persino respirare all’aperto è proibito

Jarira Shekohman, Zan Times, 20 aprile 2026

Un’altra regola non scritta sembra prendere piede: il divieto silenzioso della presenza delle donne nella natura. Forse esiste da tempo, e noi, nel tentativo di normalizzare la nostra situazione, non siamo riusciti a vederla chiaramente. A Faizabad, una città pittoresca così spesso celebrata sui social media, il paesaggio ora appartiene agli uomini. Alle donne non è permesso mettere piede negli spazi pubblici ricreativi, soprattutto quelli legati alla natura.

Mentre le restrizioni dei talebani hanno confinato le donne nelle loro case in tutto l’Afghanistan, la sensazione di soffocamento è più acuta in luoghi come Badakhshan e in città più piccole come Faizabad e Taloqan. In alcuni aspetti, le regole qui sono persino più severe che a Kabul, come se Faizabad fosse modellata come la città ideale immaginata dai religiosi deobandi.

La città sembra svuotata. Non ci sono centri educativi per ragazze né opportunità per le donne di lavorare e sostenere le loro famiglie. Sotto la superficie silenziosa della città si nasconde una paura costante e inespressa di essere portate all’ufficio dei talebani. Se cammini troppo a lungo per le strade, rischi di essere portata lì. Rimani fuori dopo le cinque e rischi di essere portata lì. Vai da qualche parte da sola e rischi di essere portata lì. Poi tuo padre o tuo fratello vengono convocati, e torni a casa oppressa dall’umiliazione.

Le giovani donne di Faizabad parlano di una vita vissuta nel soffocamento: “I ‘custodi del vizio e della virtù’ operano qui con ancora maggiore libertà. Li ho incontrati prima del Ramadan. Non appena mi hanno vista, hanno detto: ‘Una maschera non è un hijab — devi indossare un burqa o una chadari.’ È come se i loro occhi fossero dotati di lenti speciali, capaci di individuare anche una sola ciocca di capelli o il minimo accenno del volto di una donna. Non so da dove traggano l’autorità per scrutinare le donne così da vicino, ma sembra far parte del loro dovere. Non si fermano mai a chiedersi quanto il loro sguardo sia violento — quanto somigli allo stesso sguardo predatorio da cui affermano di voler proteggere.”

Con l’arrivo della primavera, la natura umana desidera il rinnovamento. Il profumo dell’erba fresca e dei fiori, il suono degli uccelli, la vista della pioggia, delle nuvole e di un cielo limpido — non sono lussi, ma bisogni istintivi. In un luogo come Badakhshan, ricco di bellezza naturale, il cuore resiste alla reclusione. Eppure anche questo impulso umano più elementare deve essere represso. Cercare la natura significa rischiare una punizione.

I luoghi pubblici che un tempo offrivano rifugio alle donne per alleviare il dolore o sfuggire alla stanchezza, come il Giardino Agricolo o le rive del fiume Kokcha, sono ora loro preclusi. Le donne sono confinate in casa, tagliate fuori proprio dall’ambiente che sostiene la vita.

Un’amica, tornata in città dopo anni di assenza, ha condiviso la sua esperienza: “Un giorno, con un gruppo di donne della mia famiglia, abbiamo deciso di alleviare il peso della vita e visitare un paesaggio naturale rinato con la primavera. Siamo uscite di casa indossando il velo islamico completo e con la sincera intenzione di godere di ciò che Dio ci ha concesso. Ma proprio mentre attraversavamo il ponte in direzione dell’Orto Agricolo, un veicolo con a bordo degli agenti si è avvicinato a noi.»

Un “territorio maschile”

“Uno di loro è sceso. Non pensavo avessimo motivo di avere paura. L’ho guardato negli occhi, cercando di capire cosa avrebbe detto. Ma ha parlato con autorità, come se il posto di una donna fosse solo a casa. ‘Non ti vergogni?’ ha detto.

“‘Vergognarmi di cosa?’ ho chiesto.

“‘Questo posto non è per le donne. Qui le donne non sono ammesse. Non pensi a quanti uomini ti hanno vista dal ponte fino a qui?’

“Per me, essere vista in pubblico, vestita in modo appropriato, non era mai stato un problema. Ma le sue parole mi hanno trascinata in un mondo di pensiero decadente. Prima che potessi rispondere, ci ha ordinato di andarcene immediatamente o saremmo state portate all’ufficio. Dopo altri insulti, ce ne siamo andate, in silenzio, da quello che ormai sembrava un ‘territorio maschile’.”

Quando il controllo assoluto prende il sopravvento, anche la certezza di avere ragione inizia a sgretolarsi. Il ragionamento religioso, gli argomenti morali e gli appelli alla giustizia cominciano a sembrare inutili. Una strana vergogna febbrile si insinua nel corpo. Volenti o nolenti, la società inizia ad accettare questo ordine come inevitabile. Non ci si aspetta più che gli uomini parlino in tua difesa — alcuni sono d’accordo, altri hanno paura, mentre altri ancora restano in silenzio perché ne traggono vantaggio.

Ciò che rende il dolore ancora più profondo è che le donne che hanno perso il lavoro e le ragazze escluse dall’istruzione portano già il peso della frustrazione e della disperazione. Ora, senza accesso alla natura, non resta loro alcun rifugio.

Nel frattempo, gli uomini si muovono liberamente. Si radunano lungo il fiume Kokcha, scattano fotografie, passeggiano nei giardini e riempiono i polmoni con l’aria profumata di Faizabad. Le donne restano confinate nelle loro case.

Quando una donna cammina con sicurezza per la città, diventa oggetto di curiosità. Gli sguardi la seguono. Si levano sussurri: Chi è? Deve essere nuova. Come se fosse impensabile che una donna osi ancora rivendicare uno spazio pubblico. Molte hanno imparato a rinunciare ai propri diritti per evitare umiliazioni e proteggere le loro famiglie dal disonore.

Aree naturali distrutte

Dopo quattro anni di assenza, vedo come tanta attenzione sia stata rivolta al controllo delle donne, piuttosto che alla costruzione di una città funzionante.

Anche in una piccola città, i rifiuti di plastica si accumulano in piena vista. Le aree naturali “di proprietà maschile” vengono distrutte con la stessa brutalità dei diritti delle donne. Gli stessi uomini che si fissano sull’abbigliamento femminile sembrano avere poca cura per l’ambiente che appartiene loro. La natura è segnata da scavi, disseminata di plastica e rifiuti alimentari. Per chi detiene il potere, la terra del Badakhshan ha valore solo per il suo oro. Persone arrivano da tutto il paese, scavano dove vogliono, estraggono ciò che possono e lasciano dietro di sé un paesaggio in rovina. Nessuna autorità interviene.

In verità, trovo lo stato della natura del Badakhshan ancora più angosciante della condizione delle sue donne. La natura soffre in silenzio, mentre le donne trovano modi per dare voce al loro soffocamento.

Scrivo nella speranza che un giorno, quando tornerò a camminare in questi paesaggi, nessun funzionario o esecutore metterà in discussione il mio diritto di respirare. Tra tutte le dignità riconosciute a ogni essere umano, questa è quella che un giorno verrà finalmente rispettata.

16 politiche dei talebani violano il Trattato internazionale sui diritti delle donne, CEDAW

Kabul Now, 3 aprile 2026

Una analisi giuridica delle Nazioni Unite ha concluso che 16 provvedimenti imposti dai talebani dall’agosto 2021 costituiscono una discriminazione sistemica nei confronti di donne e ragazze, violando gli obblighi dell’Afghanistan ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW).

Il rapporto di 52 pagine, pubblicato congiuntamente dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e da UN Women, esamina ogni direttiva e legge talebana alla luce di specifici articoli del trattato. L’Afghanistan ha ratificato la CEDAW nel 2003 e rimane vincolato da essa indipendentemente dal governo in carica.

Tutti i divieti

La revisione esamina le politiche emanate tra il 2021 e il 2025, tra cui i divieti di istruzione secondaria e superiore per le ragazze, le restrizioni alla partecipazione delle donne agli istituti di formazione medica, i limiti al rientro al lavoro delle dipendenti pubbliche e i divieti di lavoro per le donne presso ONG o le Nazioni Unite.

Il provvedimento riguarda anche la chiusura dei saloni di bellezza femminili, l’obbligo di avere un accompagnatore maschile durante i viaggi, le norme sull’hijab che prevedono anche la copertura del viso, e la Legge del 2024 sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che impone codici di abbigliamento, l’obbligo di parlare a voce alta e restrizioni sull’uso dei mezzi pubblici da parte delle donne.

Il rapporto evidenzia i divieti di accesso all’istruzione come violazioni particolarmente gravi, descrivendo l’istruzione come un “diritto fondamentale” la cui negazione comporta danni più ampi in termini di occupazione, indipendenza economica, accesso all’assistenza sanitaria e partecipazione alla vita pubblica.

Inoltre evidenzia il divieto di accesso per donne e ragazze agli istituti medici, evidenziandone il potenziale impatto a lungo termine sulla salute pubblica e avvertendo che la conseguente carenza di professioniste sanitarie potrebbe limitare l’accesso delle donne alle cure, in particolare ai servizi di salute riproduttiva e materna, e aumentare rischi come la mortalità materna, in violazione dell’articolo 12 della CEDAW.

Le restrizioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione pubblica, comprese le direttive sull’hijab, sul silenzio e sull’obbligo di accompagnamento maschile, sono descritte come violazioni della libertà di movimento, della libertà di espressione e dell’obbligo di eliminare costumi e stereotipi discriminatori.

Violazioni sistematiche della CEDAW

La revisione conclude che le 16 politiche nel loro insieme costituiscono un “sistema di discriminazione istituzionalizzata“, in cui le restrizioni in un ambito ne rafforzano altre in ambito politico, economico, sociale e culturale. Tutte le misure sono considerate violazioni sistematiche dei principi fondamentali della CEDAW, tra cui la non discriminazione, l’uguaglianza davanti alla legge e l’obbligo degli Stati di eliminare le pratiche discriminatorie.

L’OHCHR e UN Women presentano la revisione come uno strumento giuridico neutrale a supporto della responsabilizzazione, senza tuttavia formulare raccomandazioni politiche.

Le autorità talebane non hanno commentato il rapporto. In precedenza, avevano difeso le proprie azioni sostenendo che fossero coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e avevano accusato i critici internazionali di pregiudizi contro l’Islam.

Questi risultati giungono in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la progressiva riduzione delle opportunità per donne e ragazze in Afghanistan, dove l’accesso all’istruzione, all’occupazione e all’assistenza sanitaria rimane fortemente limitato sotto il regime talebano. Esperti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani avvertono che tali politiche minano decenni di progressi in materia di diritti delle donne e costituiscono “crimini contro l’umanità” ai sensi del diritto internazionale.

8 marzo: il Chador, lezioni e resistenza quotidiana

Bahar Karimi, AMU Tv, 8 marzo 2026

Tengo la mia borsa stretta al petto. Dentro ci sono due piccoli quaderni — uno per gli appunti delle lezioni, l’altro per le riflessioni personali che scrivo ogni giorno — insieme alla mia scatola di penne, sistemata comodamente nello zaino. Penne dalle cui punte, per me, la vita comincia a scorrere. E a volte il “chador”… il chador che, solo pochi minuti fa, ho tirato sopra di me e indossato. Un chador che io, e molte di noi, siamo state obbligate a portare. Devo averlo con me ogni volta che esco di casa, altrimenti i tassisti non mi fanno salire; e anche se lo fanno, mi fanno scendere prima di arrivare agli incroci e alle piazze. Ai conducenti non importa se mancano solo pochi minuti all’inizio della tua lezione. Anche se il posto non è molto conosciuto, anche se in questi giorni studiare sembra portare pochi benefici — tutti dicono che studiare non ti porterà nulla! — resta comunque una lezione, e cercare la conoscenza è un dovere sia per le donne sia per gli uomini. Ti faranno comunque scendere, anche se metà della tua lezione di un’ora sarà ormai già passata.

Mia sorella siede accanto a me, chiusa in se stessa. Dopo il suo primo scoppio di pianto, ora guarda fuori in silenzio con gli occhi ancora un po’ arrossati. È cresciuta . Non piange più per ore per qualcosa che l’ha ferita. Al massimo adesso piange per cinque minuti, forse meno. Forse continua a piangere dentro di sé; dopotutto, è uno degli effetti collaterali del crescere.

Distolgo lo sguardo da lei e lo rivolgo al caos fuori dal finestrino del taxi. Prima che i miei pensieri tornino alla donna che ha fatto piangere mia sorella, vagano verso un’altra donna, quella che l’autista ha costretto a scendere a metà strada perché non indossava il chador. La povera donna era appena tornata dall’Iran. L’autista disse che non poteva più sopportare di vedere suo figlio restare senza acqua. Quando lo disse, aveva urlato contro quella donna. Suo figlio era l’assistente dell’autista e aiutava i passeggeri a salire.

E quella donna era stata lasciata esattamente quattro incroci prima del luogo in cui doveva andare. Non conosceva nemmeno bene la zona. Ora, mentre ci allontaniamo dal punto in cui è stata lasciata, prego in silenzio che l’uomo che ha fermato la sua macchina e l’ha fatta salire la porti sana e salva alla sua destinazione, anche se non indossa un chador.

Pochi minuti prima, quando siamo salite sul taxi, ci siamo tirate il chador sopra la testa.

Un’anziana — che parlava come se, facendo così, avessimo insultato le nonne di un lontano passato — disse con rammarico:

“Se solo temeste Dio quanto temete i suoi servitori!”

Per qualche momento rimasi sconvolta da ciò che aveva detto, e anche mia sorella. Per rispetto della sua età restammo in silenzio, ma  lei continuò a parlare. Purtroppo, perché mentre andava avanti, mia sorella ed io, completamente coperte, ci sentivamo come se non avessimo addosso nulla.

Mi vergognavo moltissimo. Mi era così difficile capire come qualcuno del mio stesso genere potesse attaccarci e giudicarci così duramente.

In quel momento, il silenzio sarebbe stato una forma di autolesionismo. Dissi: “Guardi, cara zia, non c’è nulla di sbagliato nell’hijab mio e di mia sorella. Noi leggiamo il Corano, studiamo la cultura islamica a lezione e comprendiamo la nostra religione e il nostro hijab.”

Ma lei non addolcì le sue parole. Disse ancora: “Tu chiami questo hijab? Questo chador apparteneva alle nostre nonne. Questo è il vero hijab.”

In quel momento tutto ciò che riuscii a dire fu: “Ma zia…” — la chiamai zia in parte per frustrazione e in parte per rabbia — “le nostre nonne non andavano nemmeno in macchina, perché le macchine non esistevano!”

Le mie parole la sorpresero per un momento, poi la fecero arrabbiare.

“Il diavolo ha fatto davvero un buon lavoro con voi ragazze”, disse, e continuò finché all’improvviso mia sorella scoppiò in lacrime e disse: “La prego, zia, mi perdoni se glielo dico, ma per favore stia zitta… smetta. Lei è una di noi. Come può fare questo?”

Il suo pianto riempì il taxi. Un’altra donna seduta vicino a me strinse il suo chador intorno alla gola e disse piano:

“Anche il pudore e la vergogna sono cose buone.”

In quel momento provai una sensazione terribile verso quel taxi, le sue pareti, persino le strade della città. Mi sentii sola. Come se non avessi alcuna esistenza, come se non fossi nulla. Mia sorella pianse per alcuni minuti e poi sedette in silenzio, aspettando di arrivare.

Prima di scendere, quell’anziana si scusò con mia sorella per averla fatta piangere e le baciò la testa. Ma alcune parole, come si dice, restano per sempre nel cuore di una persona.

Le sue mani, come il suo volto, erano piene delle rughe del tempo che passa. In realtà non era completamente colpa sua. Non era del tutto responsabile di ciò che aveva detto. Provenivamo da mondi diversi. Lei era cresciuta con l’idea del chador, profondamente incisa nella sua vita, e con convinzioni appartenenti al suo tempo.

Eravamo persone di mondi diversi sotto lo stesso cielo afghano. Altrove tali differenze di idee forse non si vedono così apertamente. Ma nella nostra patria apparivano in modo evidente. Idee, opinioni, giudizi — ce n’erano così tanti. Sguardi che guardavano verso l’esterno solo dall’interno del proprio mondo.

Il taxi si fermò e interruppe i miei pensieri aggrovigliati.

Quella donna ci lasciò una grande lezione per gli anni a venire: che non sono solo gli uomini patriarcali a tenerci lontane dalla società ,a volte sono le donne… a volte donne patriarcali.

Scendo. Il mio chador scivola dalle spalle fino alla vita. Attraverso la strada velocemente — quello che nella mia città chiamano “correre come un proiettile vagante” — e sul marciapiede, davanti a uomini e donne, raccolgo il chador intorno a me, lo tengo in una mano e mi dirigo verso il ponte pedonale di Piazza Cinema.

Sono di nuovo in ritardo. Corriamo su per le scale. Sì, il luogo dove studio non è un’istituzione governativa, ma è comunque un luogo di apprendimento. E ora, in piedi sul ponte con un chador in mano, cammino verso la lezione per non restare ancora più indietro di quanto già non sia.

In questi giorni anche imparare il primo soccorso è una grande benedizione.

Il mio hijab, la mia sciarpa e il chador nella mia mano vengono catturati dal vento. Gli sguardi delle persone scivolano verso il chador che porto. E insieme raccontiamo tutti una silenziosa menzogna — dicendo che indossare il chador è semplicemente obbedienza all’imposizione religiosa.

“Bahar Karimi” è una studentessa della provincia di Herat, in Afghanistan, rimasta esclusa dopo che le università sono state chiuse alle donne.

Afghanistan dei talebani: donne schiave alla mercé di mariti e religiosi

Globalist, 15 Febbraio 2026

I talebani hanno pubblicato un nuovo codice penale che inserisce nella legislazione dell’Afghanistan alcune delle loro pratiche più arretrate, con le donne destinate in particolare a soffrire nelle aule di tribunale.

Firmato dal leader supremo del gruppo islamista radicale Hibatullah Akhundzada, il codice penale di 90 pagine include disposizioni anacronistiche che richiamano le scritture islamiche, come diversi livelli di punizione a seconda che l’autore del reato sia “libero” o “schiavo”.

Di fatto, crea un nuovo sistema di caste tra membri di rango superiore e inferiore della società afghana, consentendo ai leader religiosi o mullah al vertice una quasi totale immunità dalla persecuzione penale e prevedendo le punizioni più severe per le classi lavoratrici.

Forse l’aspetto più allarmante è che il codice sembra mettere le donne sullo stesso piano degli “schiavi”, con clausole che stabiliscono che i “padroni” o i mariti possano infliggere punizioni discrezionali, sotto forma di percosse, alle loro mogli o subordinati.

Una copia del codice penale, chiamato De Mahakumu Jazaai Osulnama, che è stato distribuito ai tribunali in Afghanistan.

Molte persone hanno paura di esprimersi contro il codice per timore di ritorsioni da parte dei talebani, anche in forma anonima. Dopo che segni di malcontento hanno iniziato a diffondersi online e tramite attivisti basati all’estero, i talebani hanno emesso una decisione separata secondo cui anche discutere del nuovo codice costituisce un reato, secondo gruppi per i diritti umani.

Il codice stabilisce che le punizioni corporali per i reati gravi saranno eseguite non dai servizi penitenziari, ma da religiosi islamici.

Incoraggia inoltre che le infrazioni meno gravi siano trattate tramite il “ta’zir” (punizione discrezionale) — in altre parole, nei casi in cui la “colpevole” sia una moglie, con una punizione inflitta dal marito.

Il codice prevede formalmente una via alla giustizia per le donne aggredite, ma esse devono dimostrare di aver subito gravi danni fisici mostrando le ferite al giudice, pur essendo obbligate a rimanere completamente coperte. Devono inoltre presentarsi in tribunale accompagnate dal marito o da un accompagnatore maschio (mehram), anche se nella maggior parte dei casi gli aggressori sono proprio i mariti.

Una consulente legale che lavora nella capitale afghana, parlando in forma anonima, ha dichiarato che per le donne ottenere giustizia per aggressioni secondo la legge talebana è un processo “estremamente lungo e difficile”.

Ha citato un caso recente in cui una donna è stata picchiata da una guardia talebana durante una visita al marito in prigione. Quando ha denunciato l’accaduto alle autorità, le è stato detto che la sua richiesta non sarebbe stata esaminata senza la presenza di un accompagnatore maschio — il marito che si trovava in carcere.

La consulente ha raccontato che la donna ha risposto che, se avesse avuto un accompagnatore, la guardia talebana non l’avrebbe aggredita. “Ha pianto e gridato in pubblico che la morte è meglio [del processo che sta affrontando]”, ha detto. “È impossibile per le donne ottenere giustizia per un’aggressione subita.”

Si tratta di un netto passo indietro rispetto ai progressi compiuti sotto la precedente amministrazione afghana sostenuta dalla Nato, che aveva introdotto misure severe contro i matrimoni forzati, lo stupro e altre forme di violenza di genere. La violenza domestica contro le donne era punita con pene da tre mesi a un anno.

Con il nuovo codice, anche se una donna riesce a superare tutti gli ostacoli legali e sociali e a dimostrare di essere stata vittima di una grave aggressione da parte del coniuge, il marito riceverà una pena massima di 15 giorni.

Secondo esperti di diritti umani, nel nuovo codice i talebani non hanno né condannato né esplicitamente proibito la violenza fisica, psicologica o sessuale contro le donne.

Uno dei pochi percorsi verso la giustizia per le donne gravemente picchiate è mostrare le ferite a un giudice, pur rimanendo completamente coperte.

Rawadari, un movimento per i diritti umani che monitora il regime islamista radicale in Afghanistan e opera in gran parte dall’esilio, ha dichiarato che un’altra parte del codice impedisce alle donne di trovare rifugio sicuro nella casa dei genitori.

“L’articolo 34 stabilisce che se una donna si reca ripetutamente a casa del padre o di altri parenti senza il permesso del marito e non torna a casa nonostante la richiesta del marito, la donna e qualsiasi membro della famiglia o parente che le abbia impedito di tornare dal marito sono considerati colpevoli di reato e saranno condannati a tre mesi di reclusione”, ha affermato l’organizzazione in un comunicato.

“Questa disposizione, in particolare nel caso delle donne che cercano rifugio nelle case dei genitori o dei parenti per sfuggire alla violenza e ai maltrattamenti dei mariti, le espone a ulteriori violenze domestiche e le priva della protezione familiare e comunitaria, l’unica rimasta in assenza di rimedi legali formali”, ha aggiunto Rawadari.

Shaharzad Akbar, direttrice esecutiva dell’organizzazione, ha dichiarato che il codice rende gli studiosi religiosi responsabili dell’applicazione di restrizioni sistematiche ai diritti di donne, ragazze e minoranze, mentre i mullah stessi ricevono un’ampia immunità legale.

Il nuovo sistema giuridico istituisce di fatto anche un sistema di caste in cui la punizione è determinata non dalla natura del crimine, ma dallo status sociale del colpevole. Al vertice della gerarchia ci sono gli studiosi religiosi, seguiti dalle élite, dalla “classe media” e, in fondo, dalla “classe inferiore”.

Se uno studioso religioso commette un reato, riceverà “consigli” sul proprio comportamento. Un membro dell’élite sociale riceverà al massimo un richiamo e, se necessario, una convocazione in tribunale. Per la “classe media”, la pena massima è la detenzione, mentre per la “classe inferiore” è la detenzione combinata con punizioni corporali.

“Quindi ora il mullah è il re”, ha detto Akbar. “Il mullah decide tutto e ottiene privilegi che la gente comune non può avere, perché viene posto persino al di sopra delle élite.”

 

I talebani hanno riscritto il codice penale e ora le mogli sono ufficialmente schiave dei mariti

Marie Claire, 3 febbraio 2026, di Debora Attanasio

Quando le notizie shock sono troppe e troppo frequenti, tanto che la realtà a volte supera la fantasia, alcuni temi, alcune aree del mondo, vengono completamente dimenticati, ed è quello che sta accadendo in Afghanistan, dove ogni giorno il peggior tipo di uomini cerca nuovi sistemi per esprimere l’odio verso le donne schiacciandone i diritti, la volontà e le vite. L’ultima novità smentisce definitivamente tutte le teorie di chi nel 2021 giurava che i “nuovi talebani” che stavano riprendendosi il potere fossero “diversi”, “evoluti”, “utenti dei social media”, e avrebbero rispettato le donne. Ecco in che modo dimostreranno il loro rispetto, a partire da questo momento.

Nel gennaio del 2026, i talebani hanno emesso un decreto che approva formalmente un nuovo Codice di procedura penale. Questo regolamento non è stato annunciato pubblicamente, la sua approvazione è venuta alla luce solo dopo che un’organizzazione umanitaria ne ha pubblicato una copia in lingua originale pashtu sul proprio sito web il 21 gennaio. Dopo che è stato notato dalla comunità, qualcuno bilingue lo ha tradotto in inglese, e ora dall’inglese ne parliamo in italiano. Ecco alcune delle nuove disposizioni che, in pratica, rendono legale la schiavitù delle donne.

L’articolo 34 è quello che ne regola la mobilità. Stabilisce che una donna può essere incarcerata per tre mesi solo per essere rimasta nella casa della sua famiglia d’origine senza il permesso del marito o per un “motivo giustificato dalla Sharia”. Se la sua famiglia non la rimanda a casa, i membri vengono incriminati e soggetti alla stessa pena. Di fatto, questa disposizione rende le donne sposate come proprietà dei loro mariti, negando loro il diritto di scegliere dove vivere o cercare rifugio in caso di litigi familiari o di conflitti domestici.

L’articolo 32, invece, stabilisce che se un marito picchia la moglie con “forza esagerata” – definita in senso stretto come fratture, ferite o lividi visibili – può essere condannato a soli quindici giorni di reclusione, a condizione che la moglie possa provare l’abuso in tribunale. Assurdo, se si pensa che il contatto fisico consensuale tra adulti non imparentati può comportare invece un anno di carcere. Ancora di più se si pensa che era così anche in Italia fino a sessant’anni fa.

L’articolo 58 stabilisce che se una donna abbandona l’Islam può essere condannata all’ergastolo. Inoltre, deve ricevere dieci frustate ogni tre giorni fino al ritorno alla fede.

Al contrario, il codice penale talebano non specifica esplicitamente la punizione per gli apostati maschi. In sintesi, con il nuovo codice di procedura penale le donne sono colpite in modo sproporzionato dalla legge, i loro movimenti, le loro relazioni, le loro convinzioni e le loro decisioni familiari sono soggetti a controllo legale e la loro protezione dalla violenza è limitata, mentre il loro comportamento è fortemente regolamentato.

Tutto questo accade nella completa indifferenza della comunità internazionale. Ed è triste dirlo, ma se non ci sono reazioni è proprio perché il problema colpisce solo le donne. Una prova del nove di ciò che il femminismo lamenta da sempre, che non c’è alcuna guerra fa uomo e donna, ma quella di un tipo di uomini contro le donne, mentre l’altra metà sta a guardare. Altrimenti ci sarebbero state già reazioni concrete anche contro un presidente degli Stati Uniti sempre più coinvolto in fatti raccapriccianti.

Come i talebani hanno riportato l’Afghanistan al Medioevo

Zan Times, 2 febbraio 2026, di Omid Sharafat *

La pubblicazione del nuovo codice penale dei Talebani segna un ulteriore passo nel loro tentativo di riportare il Paese a un ordine medievale, questa volta sotto le spoglie di un documento apparentemente legale. Questo codice, emanato e approvato dalle autorità talebane, è composto da 10 capitoli e 119 articoli e riflette l’intento del gruppo di monopolizzare il potere, ridefinire la gerarchia sociale, cancellare lo status civile dei residenti del Paese e legittimare l’uso su larga scala di una violenza secolare nel XXI secolo.

I talebani manifestano apertamente la loro determinazione a riportare il Paese a un’era di ignoranza e brutalità, abolendo tutte le precedenti leggi afghane, che traevano spunto dalle esperienze dei Paesi vicini e del mondo e abbracciavano un’interpretazione dell’Islam radicata nella tolleranza e nella moderazione, impegnandosi per l’uguaglianza giuridica, la dignità umana e il rispetto dei più ampi diritti umani, e sostituendole con questo codice.

Naturalmente, i Talebani hanno già applicato molti aspetti di questo nuovo codice penale da quando hanno ripreso il potere nel 2021. Pertanto, la sua pubblicazione ufficiale serve come copertura legale e come tentativo di legittimare la condotta discriminatoria, violenta e classista del gruppo.

Considerata l’ampia gamma di reazioni al nuovo codice penale dei talebani, è necessario comprenderne i pilastri fondamentali:

La monarchia assoluta del Mullah Hibatullah Akhundzada

Nei sistemi politici moderni, in cui la sovranità popolare è il principio fondamentale, il ruolo del monarca è stato abolito o è rigidamente definito e limitato dalla legge, spesso ridotto a una funzione simbolica. Solo nelle monarchie assolute il re si pone al di sopra della legge, fungendo allo stesso tempo da fonte del diritto e da autorità suprema per la sua interpretazione. Attraverso lunghe e costose battaglie per il costituzionalismo, l’Afghanistan si è lasciato alle spalle l’era della monarchia assoluta più di un secolo fa.

Tuttavia, in questo momento, i talebani hanno concesso al Mullah Hibatullah lo status effettivo di sovrano assoluto, segnando niente meno che un ritorno all’era della regalità senza freni. L’articolo 1 di questo codice designa il Mullah Hibatullah come autorità per la redazione e l’interpretazione delle leggi. Gli articoli 118 e 119 sottolineano ulteriormente i suoi poteri esclusivi di emendare, annullare o ratificare questo documento e qualsiasi altra legge.

La concentrazione di tutti i poteri nelle mani del Mullah Hibatullah rivela anche una profonda sfiducia all’interno delle fila dei talebani, poiché l’autorità di rivedere o interpretare la legge non è stata delegata a nessuna istituzione sotto la sua supervisione.

Una gerarchia sociale basata sulle caste

Questo codice penale individua quattro gruppi sociali:

  1. Mullah e aristocrazia
  2. I capi tribù e i mercanti
  3. La classe media
  4. La classe inferiore

Secondo l’articolo 9 di questo codice, le punizioni per questi quattro gruppi sono esplicitamente discriminatorie. Se uno studioso o un anziano della casta più elevata commette un reato, il giudice si limita a emettere un avvertimento, e questo è tutto. I capi tribù e i mercanti che commettono la stessa violazione vengono solo convocati in tribunale e rimproverati. Ma se lo stesso reato viene commesso da qualcuno della classe più bassa, allora deve ricevere punizioni corporali, che possono arrivare fino a 39 frustate.

Un simile trattamento discriminatorio può essere interpretato solo come un’approvazione di un sistema di caste e di una divisione dei cittadini in ranghi diseguali. In base a questo codice penale, agli studiosi viene concesso uno status privilegiato che ricorda quello del clero nel Medioevo. L’articolo 17 stabilisce esplicitamente che chiunque affermi di non accettare le parole degli studiosi è soggetto a due anni di carcere.

Legittimare la giustizia sommaria e la pena sommaria

Questo documento delinea i metodi per provare i reati punibili con il ta’zir , nonché chi può eseguire tali punizioni e a chi possono essere imposte, dando luogo, in pratica, alla chiara legittimazione della giustizia sommaria e della punizione sommaria.

L’articolo 4, che spiega la distinzione tra hudud e ta’zir , afferma esplicitamente che un reato ta’zir può essere accertato anche in presenza di dubbio e che anche i bambini possono essere sottoposti a punizione . Al contrario, i reati hudud non possono essere accertati in caso di dubbio e non possono essere applicati ai bambini.

Il codice penale stabilisce inoltre che qualsiasi musulmano che assista a una persona che commette un peccato contro “i diritti di Dio” – vale a dire atti considerati dannosi per la moralità pubblica piuttosto che per un individuo specifico – è autorizzato a eseguire lui stesso la punizione.

In base a questa disposizione, qualsiasi musulmano (per “musulmano” si intendono effettivamente i seguaci della scuola hanafita) può affermare di aver assistito a qualcuno che commetteva un atto peccaminoso e può, su questa base, infliggere personalmente la punizione, anche se il presunto colpevole è un bambino.

Tale autorizzazione implica che agli individui favoriti o sanzionati dalle autorità talebane viene di fatto concessa carta bianca per commettere violenza contro altri.

Negazione del pluralismo religioso

Un altro segno distintivo di questo ritorno a un ordine medievale è il rifiuto delle altre sette islamiche e l’insistenza sulla legittimità esclusiva di una singola scuola di giurisprudenza. Tale posizione si traduce logicamente in una pressione sui seguaci di altre sette.

L’articolo 26 di questo codice afferma esplicitamente che nessuno in Afghanistan ha il diritto di abbandonare la scuola hanafita e chiunque lo faccia sarà punito. Limitare la punizione per “abbandono della fede” esclusivamente a coloro che si allontanano dalla scuola hanafita implica che ad altre sette islamiche non venga garantito lo stesso rispetto o la stessa posizione giuridica. In effetti, suggerisce che abbandonare la fede ismailita, la setta sciita duodecimana o altre confessioni e religioni sia ammissibile o addirittura auspicabile.

Ciò è in netto contrasto con la realtà dell’Afghanistan, un paese eterogeneo non solo dal punto di vista etnico e linguistico, ma anche religioso, dove diverse confessioni religiose hanno storicamente convissuto con rispetto reciproco. Se l’Afghanistan si attenesse alle norme globali, dovrebbe muoversi verso una maggiore tolleranza religiosa e un maggiore pluralismo, non invertirne la rotta.

Considerata l’inclusione di questa sezione nel codice penale dei talebani, diventa evidente che le segnalazioni di pressioni sugli ismailiti affinché si convertano sono del tutto coerenti con la più ampia politica religiosa dei talebani.

Trattare le donne come proprietà

Gli articoli 32 e 34 del codice penale talebano disciplinano il rapporto tra marito e moglie. Il tipo e l’entità delle pene comminate a uomini e donne rivelano che, nel XXI secolo, i talebani trattano ancora le donne come merci di proprietà maschile.

Questa sezione stabilisce che se un uomo picchia gravemente la moglie, provocandole fratture, ferite o contusioni, e la donna è in grado di provarlo, l’uomo sarà condannato a 15 giorni di carcere. Ma se una donna si reca a casa dei genitori senza il permesso del marito e non torna, sia lei che il padre saranno condannati a tre mesi di carcere.

La disparità di queste punizioni rende chiaro che le donne sono considerate una proprietà. La clausola relativa alla punizione per un uomo che danneggia la moglie stabilisce anche che la donna debba dimostrare che le fratture, le ferite o i lividi sono stati causati dal marito. In una società profondamente patriarcale, soprattutto sotto il regime talebano, questo è praticamente impossibile. Le donne sono solitamente costrette a ritrattare le accuse e a scagionare i mariti dalle loro azioni illecite.

Conclusione

I punti evidenziati sopra sono solo alcuni esempi dell’approccio medievale dei talebani nei confronti dei valori universalmente accettati del mondo moderno. Estrarre e analizzare tutti gli elementi di questo codice che contraddicono i valori umani, le norme e gli imperativi del XXI secolo richiederebbe molto tempo e spazio.

Allo stesso tempo, la pubblicazione di questo codice è utile in quanto fornisce ai difensori dei diritti umani e ai ricercatori afghani un documento ufficiale dei Talebani che possono citare quando interagiscono con governi, organizzazioni e istituzioni legate all’Afghanistan. Sebbene i Talebani abbiano negato di aver permesso la violenza diffusa contro i cittadini afghani, questo codice rappresenta una prova inconfutabile della loro discriminazione religiosa e di genere.

*Omid Sharafat è lo pseudonimo di un ex professore universitario di Kabul e ricercatore di relazioni internazionali.

[Trad. automatica]