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Tag: leggi talebane

I talebani hanno riscritto il codice penale e ora le mogli sono ufficialmente schiave dei mariti

Marie Claire, 3 febbraio 2026, di Debora Attanasio

Quando le notizie shock sono troppe e troppo frequenti, tanto che la realtà a volte supera la fantasia, alcuni temi, alcune aree del mondo, vengono completamente dimenticati, ed è quello che sta accadendo in Afghanistan, dove ogni giorno il peggior tipo di uomini cerca nuovi sistemi per esprimere l’odio verso le donne schiacciandone i diritti, la volontà e le vite. L’ultima novità smentisce definitivamente tutte le teorie di chi nel 2021 giurava che i “nuovi talebani” che stavano riprendendosi il potere fossero “diversi”, “evoluti”, “utenti dei social media”, e avrebbero rispettato le donne. Ecco in che modo dimostreranno il loro rispetto, a partire da questo momento.

Nel gennaio del 2026, i talebani hanno emesso un decreto che approva formalmente un nuovo Codice di procedura penale. Questo regolamento non è stato annunciato pubblicamente, la sua approvazione è venuta alla luce solo dopo che un’organizzazione umanitaria ne ha pubblicato una copia in lingua originale pashtu sul proprio sito web il 21 gennaio. Dopo che è stato notato dalla comunità, qualcuno bilingue lo ha tradotto in inglese, e ora dall’inglese ne parliamo in italiano. Ecco alcune delle nuove disposizioni che, in pratica, rendono legale la schiavitù delle donne. L’articolo 34 è quello che ne regola la mobilità. Stabilisce che una donna può essere incarcerata per tre mesi solo per essere rimasta nella casa della sua famiglia d’origine senza il permesso del marito o per un “motivo giustificato dalla Sharia”. Se la sua famiglia non la rimanda a casa, i membri vengono incriminati e soggetti alla stessa pena. Di fatto, questa disposizione rende le donne sposate come proprietà dei loro mariti, negando loro il diritto di scegliere dove vivere o cercare rifugio in caso di litigi familiari o di conflitti domestici. L’articolo 32, invece, stabilisce che se un marito picchia la moglie con “forza esagerata” – definita in senso stretto come fratture, ferite o lividi visibili – può essere condannato a soli quindici giorni di reclusione, a condizione che la moglie possa provare l’abuso in tribunale. Assurdo, se si pensa che il contatto fisico consensuale tra adulti non imparentati può comportare invece un anno di carcere. Ancora di più se si pensa che era così anche in Italia fino a sessant’anni fa. L’articolo 58 stabilisce che se una donna abbandona l’Islam può essere condannata all’ergastolo. Inoltre, deve ricevere dieci frustate ogni tre giorni fino al ritorno alla fede.

Al contrario, il codice penale talebano non specifica esplicitamente la punizione per gli apostati maschi. In sintesi, con il nuovo codice di procedura penale le donne sono colpite in modo sproporzionato dalla legge, i loro movimenti, le loro relazioni, le loro convinzioni e le loro decisioni familiari sono soggetti a controllo legale e la loro protezione dalla violenza è limitata, mentre il loro comportamento è fortemente regolamentato. Tutto questo accade nella completa indifferenza della comunità internazionale. Ed è triste dirlo, ma se non ci sono reazioni è proprio perché il problema colpisce solo le donne. Una prova del nove di ciò che il femminismo lamenta da sempre, che non c’è alcuna guerra fa uomo e donna, ma quella di un tipo di uomini contro le donne, mentre l’altra metà sta a guardare. Altrimenti ci sarebbero state già reazioni concrete anche contro un presidente degli Stati Uniti sempre più coinvolto in fatti raccapriccianti.

Come i talebani hanno riportato l’Afghanistan al Medioevo

Zan Times, 2 febbraio 2026, di Omid Sharafat *

La pubblicazione del nuovo codice penale dei Talebani segna un ulteriore passo nel loro tentativo di riportare il Paese a un ordine medievale, questa volta sotto le spoglie di un documento apparentemente legale. Questo codice, emanato e approvato dalle autorità talebane, è composto da 10 capitoli e 119 articoli e riflette l’intento del gruppo di monopolizzare il potere, ridefinire la gerarchia sociale, cancellare lo status civile dei residenti del Paese e legittimare l’uso su larga scala di una violenza secolare nel XXI secolo.

I talebani manifestano apertamente la loro determinazione a riportare il Paese a un’era di ignoranza e brutalità, abolendo tutte le precedenti leggi afghane, che traevano spunto dalle esperienze dei Paesi vicini e del mondo e abbracciavano un’interpretazione dell’Islam radicata nella tolleranza e nella moderazione, impegnandosi per l’uguaglianza giuridica, la dignità umana e il rispetto dei più ampi diritti umani, e sostituendole con questo codice.

Naturalmente, i Talebani hanno già applicato molti aspetti di questo nuovo codice penale da quando hanno ripreso il potere nel 2021. Pertanto, la sua pubblicazione ufficiale serve come copertura legale e come tentativo di legittimare la condotta discriminatoria, violenta e classista del gruppo.

Considerata l’ampia gamma di reazioni al nuovo codice penale dei talebani, è necessario comprenderne i pilastri fondamentali:

La monarchia assoluta del Mullah Hibatullah Akhundzada

Nei sistemi politici moderni, in cui la sovranità popolare è il principio fondamentale, il ruolo del monarca è stato abolito o è rigidamente definito e limitato dalla legge, spesso ridotto a una funzione simbolica. Solo nelle monarchie assolute il re si pone al di sopra della legge, fungendo allo stesso tempo da fonte del diritto e da autorità suprema per la sua interpretazione. Attraverso lunghe e costose battaglie per il costituzionalismo, l’Afghanistan si è lasciato alle spalle l’era della monarchia assoluta più di un secolo fa.

Tuttavia, in questo momento, i talebani hanno concesso al Mullah Hibatullah lo status effettivo di sovrano assoluto, segnando niente meno che un ritorno all’era della regalità senza freni. L’articolo 1 di questo codice designa il Mullah Hibatullah come autorità per la redazione e l’interpretazione delle leggi. Gli articoli 118 e 119 sottolineano ulteriormente i suoi poteri esclusivi di emendare, annullare o ratificare questo documento e qualsiasi altra legge.

La concentrazione di tutti i poteri nelle mani del Mullah Hibatullah rivela anche una profonda sfiducia all’interno delle fila dei talebani, poiché l’autorità di rivedere o interpretare la legge non è stata delegata a nessuna istituzione sotto la sua supervisione.

Una gerarchia sociale basata sulle caste

Questo codice penale individua quattro gruppi sociali:

  1. Mullah e aristocrazia
  2. I capi tribù e i mercanti
  3. La classe media
  4. La classe inferiore

Secondo l’articolo 9 di questo codice, le punizioni per questi quattro gruppi sono esplicitamente discriminatorie. Se uno studioso o un anziano della casta più elevata commette un reato, il giudice si limita a emettere un avvertimento, e questo è tutto. I capi tribù e i mercanti che commettono la stessa violazione vengono solo convocati in tribunale e rimproverati. Ma se lo stesso reato viene commesso da qualcuno della classe più bassa, allora deve ricevere punizioni corporali, che possono arrivare fino a 39 frustate.

Un simile trattamento discriminatorio può essere interpretato solo come un’approvazione di un sistema di caste e di una divisione dei cittadini in ranghi diseguali. In base a questo codice penale, agli studiosi viene concesso uno status privilegiato che ricorda quello del clero nel Medioevo. L’articolo 17 stabilisce esplicitamente che chiunque affermi di non accettare le parole degli studiosi è soggetto a due anni di carcere.

Legittimare la giustizia sommaria e la pena sommaria

Questo documento delinea i metodi per provare i reati punibili con il ta’zir , nonché chi può eseguire tali punizioni e a chi possono essere imposte, dando luogo, in pratica, alla chiara legittimazione della giustizia sommaria e della punizione sommaria.

L’articolo 4, che spiega la distinzione tra hudud e ta’zir , afferma esplicitamente che un reato ta’zir può essere accertato anche in presenza di dubbio e che anche i bambini possono essere sottoposti a punizione . Al contrario, i reati hudud non possono essere accertati in caso di dubbio e non possono essere applicati ai bambini.

Il codice penale stabilisce inoltre che qualsiasi musulmano che assista a una persona che commette un peccato contro “i diritti di Dio” – vale a dire atti considerati dannosi per la moralità pubblica piuttosto che per un individuo specifico – è autorizzato a eseguire lui stesso la punizione.

In base a questa disposizione, qualsiasi musulmano (per “musulmano” si intendono effettivamente i seguaci della scuola hanafita) può affermare di aver assistito a qualcuno che commetteva un atto peccaminoso e può, su questa base, infliggere personalmente la punizione, anche se il presunto colpevole è un bambino.

Tale autorizzazione implica che agli individui favoriti o sanzionati dalle autorità talebane viene di fatto concessa carta bianca per commettere violenza contro altri.

Negazione del pluralismo religioso

Un altro segno distintivo di questo ritorno a un ordine medievale è il rifiuto delle altre sette islamiche e l’insistenza sulla legittimità esclusiva di una singola scuola di giurisprudenza. Tale posizione si traduce logicamente in una pressione sui seguaci di altre sette.

L’articolo 26 di questo codice afferma esplicitamente che nessuno in Afghanistan ha il diritto di abbandonare la scuola hanafita e chiunque lo faccia sarà punito. Limitare la punizione per “abbandono della fede” esclusivamente a coloro che si allontanano dalla scuola hanafita implica che ad altre sette islamiche non venga garantito lo stesso rispetto o la stessa posizione giuridica. In effetti, suggerisce che abbandonare la fede ismailita, la setta sciita duodecimana o altre confessioni e religioni sia ammissibile o addirittura auspicabile.

Ciò è in netto contrasto con la realtà dell’Afghanistan, un paese eterogeneo non solo dal punto di vista etnico e linguistico, ma anche religioso, dove diverse confessioni religiose hanno storicamente convissuto con rispetto reciproco. Se l’Afghanistan si attenesse alle norme globali, dovrebbe muoversi verso una maggiore tolleranza religiosa e un maggiore pluralismo, non invertirne la rotta.

Considerata l’inclusione di questa sezione nel codice penale dei talebani, diventa evidente che le segnalazioni di pressioni sugli ismailiti affinché si convertano sono del tutto coerenti con la più ampia politica religiosa dei talebani.

Trattare le donne come proprietà

Gli articoli 32 e 34 del codice penale talebano disciplinano il rapporto tra marito e moglie. Il tipo e l’entità delle pene comminate a uomini e donne rivelano che, nel XXI secolo, i talebani trattano ancora le donne come merci di proprietà maschile.

Questa sezione stabilisce che se un uomo picchia gravemente la moglie, provocandole fratture, ferite o contusioni, e la donna è in grado di provarlo, l’uomo sarà condannato a 15 giorni di carcere. Ma se una donna si reca a casa dei genitori senza il permesso del marito e non torna, sia lei che il padre saranno condannati a tre mesi di carcere.

La disparità di queste punizioni rende chiaro che le donne sono considerate una proprietà. La clausola relativa alla punizione per un uomo che danneggia la moglie stabilisce anche che la donna debba dimostrare che le fratture, le ferite o i lividi sono stati causati dal marito. In una società profondamente patriarcale, soprattutto sotto il regime talebano, questo è praticamente impossibile. Le donne sono solitamente costrette a ritrattare le accuse e a scagionare i mariti dalle loro azioni illecite.

Conclusione

I punti evidenziati sopra sono solo alcuni esempi dell’approccio medievale dei talebani nei confronti dei valori universalmente accettati del mondo moderno. Estrarre e analizzare tutti gli elementi di questo codice che contraddicono i valori umani, le norme e gli imperativi del XXI secolo richiederebbe molto tempo e spazio.

Allo stesso tempo, la pubblicazione di questo codice è utile in quanto fornisce ai difensori dei diritti umani e ai ricercatori afghani un documento ufficiale dei Talebani che possono citare quando interagiscono con governi, organizzazioni e istituzioni legate all’Afghanistan. Sebbene i Talebani abbiano negato di aver permesso la violenza diffusa contro i cittadini afghani, questo codice rappresenta una prova inconfutabile della loro discriminazione religiosa e di genere.

*Omid Sharafat è lo pseudonimo di un ex professore universitario di Kabul e ricercatore di relazioni internazionali.

[Trad. automatica]