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Tag: Manifestazioni

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La resistenza delle donne afgane

Sinistrasindacale.it  – NUMERO 16 – 2021 – Linda Bergamo – 12 settembre 2021

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“Abbiamo già bruciato i nostri libri…’’, mi racconta Hafiza al telefono. ‘‘Le milizie taliban passano di casa in casa dicendo che vengono a cercare le armi. Noi sappiamo che in realtà cercano di capire chi siamo, se abbiamo lavorato col governo o con gli americani, se abbiamo studiato o se abbiamo fatto politica. Un quartiere dopo l’altro, arrivano. Tra qualche giorno saranno qui’’.

C’è un solo tipo di musica autorizzato dal regime talibano, ancora diffusa dalle autoradio delle macchine ferme all’incrocio. Pattuglie di taliban camminano per la strada, o osservano la gente seduti a bordo dei pick up. C’è chi cerca di scappare, nei Paesi vicini, in Europa o negli Usa, le immagini dell’aeroporto di Kabul lasciano l’amaro in bocca. L’Afghanistan sembra in attesa. In attesa di sapere se sarà formato un governo di coalizione fra taliban e alcuni membri del governo precedente. In attesa di sapere quali saranno le regole di questo nuovo periodo storico. In attesa di ritirare soldi dalle banche, perché sono tutte chiuse. La preoccupazione più grande è quella di finire le scorte, di non avere più nulla da mangiare. Cosa ne sarà degli ospedali, delle scuole, delle istituzioni? I fondi internazionali sono stati bloccati. Forse saranno usati come leva da parte della comunità internazionale per imporre condizioni volte al rispetto dei diritti umani.

Al di là dell’incertezza e della paura, c’è la resistenza. La resistenza in Afghanistan assume tante forme, alcune più visibili di altre, nello spazio pubblico o privato. All’indomani della presa di Kabul, una parte della popolazione è scesa in piazza con le bandiere tricolori, manifestando contro i nuovi detentori del potere. La maggior parte delle manifestazioni sono state represse nel sangue, quelle invece mediatizzate sembravano voler rassicurare il popolo che i taliban sono aperti alle forme di protesta.

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Afghan lives matter

Uniamoci alla resistenza delle donne afghane

A Milano, a Roma, a Trieste, in Sicilia e in tante realtà italiane si stanno costruendo reti di donne che cercano di collaborare attorno all’obiettivo di mantenere desta l’attenzione sulla questione afghana.

Fiorella Carollo, Pressenza, 11 settembre 2021

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A Milano, a Roma, a Trieste, in Sicilia e in tante realtà italiane si stanno costruendo reti di donne che cercano di collaborare attorno all’obiettivo di mantenere desta l’attenzione sulla questione afghana. “Associazioni che in realtà hanno scopi specifici diversi, si stanno rendendo disponibili e questa è decisamente una novità. Ci stanno arrivando ovunque offerte di collaborazione e stiamo cercando di mettere tutte in rete. Per esperienza sappiamo e abbiamo visto negli anni che le reti si formano per poi scomparire ed è proprio quello che noi vogliamo evitare avvenga. Stiamo cercando di creare una coalizione con una base condivisa, nonostante le diverse origini, e che su alcune questioni condividano proprio un progetto di trasformazione che riguardi sì la difesa dei diritti delle donne in Afghanistan, ma anche qui in Italia perché siamo sulla stessa barca.”

A parlare è Gabriella Gagliardo, presidente del Cisda, (Coordinamento italiano sostegno donne afghane) un’associazione che da diversi decenni sostiene il gruppo politico Rawa, le donne rivoluzionarie dell’Afghanistan di cui si è fatta portavoce in Italia. Oggi il Rawa è decisamente in prima linea nella resistenza ai talebani e sta sollecitando le sue relazioni all’estero affinché si uniscano in un fronte comune e non disperdano la grande solidarietà delle donne, come al solito estremamente frammentata.

Il Rawa ha una certa diffusione sul territorio afghano perché iniziò a lavorare nei campi profughi che negli anni Settanta con l’invasione russa dell’Afghanistan si erano creati in Pakistan. Con l’occupazione della Nato vennero rasi al suolo e ricostruiti all’interno del paese, perché la gente rifugiata ormai sfollata da anni non sapeva dove andare e nessuno li ricollocava. In questi vent’anni dell’occupazione Rawa Nato ha lavorato sia all’interno dei campi profughi che nei villaggi, nelle campagne oltre alle principali città afghane.

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SPA 7 giugno 2020

Presidio di Hambastaghi in solidarietà con Black Lives Matter.

 Dal sito di Hambastaghi – 7 giugno 2020 – Kabul:

SPA 7 giugno 2020Oggi alcuni attivisti di Hambastagi, il Partito di solidarietà dell’Afghanistan (SPA), hanno tenuto un presidio in solidarietà alle manifestazioni di protesta degli Stati Uniti contro la repressione imposta dal loro governo fascista. Uno degli obiettivi di Hambastagi è esprimere solidarietà a tutti i movimenti progressisti antimperialisti e li sostiene ad ogni occasione.

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distribuzione pane

Una sparatoria durante la distribuzione di aiuti alimentari in Afghanistan ha ucciso sei persone.

Aljazeera – 9 maggio 2020 *

distribuzione paneGli scontri sono scoppiati in Afghanistan centrale a seguito della protesta dei residenti che chiedevano assistenza economica e sono state uccise sei persone.

Almeno sei persone sono state uccise a seguito degli sconti con la polizia nella provincia centrale di Ghor in Afghanistan. I manifestanti protestavano perché consideravano iniqua la distribuzione degli aiuti alimentari durante la pandemia del coronavirus.

Il consigliere provinciale Abdul Basir Qaderi ha riferito che la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti dopo che avevano danneggiato proprietà del governo e attaccato le forze di sicurezza con lancio di pietre.

Nonostante colpi di avvertimento e cannoni ad acqua, ha detto, non si è riusciti a disperdere i manifestanti. Tra i morti ci sono due agenti di polizia, un giornalista e tre manifestanti. Tra i feriti 10 poliziotti e 9 manifestanti.

Ha detto Quaderi: “La città è al momento militarizzata. Ci sono carri armati per le strade”.

Su Twitter il presidente dell’’Afghanistan Independent Human Rights Commission (AIHRC) Shaharzad Akbar ha detto che sta esaminando i preoccupanti rapporti di polizia sulle sparatorie sui manifestanti.

Amnesty International ha chiesto un’indagine indipendente sull’uso della forza da parte della polizia.

A seguito dell’incidente, il Primo Vice Presidente dell’Afghanistan Amrullas Saleh si è detto scioccato e rattristato dalla notizia.

Saleh ha scritto su Facebook: “Indagheremo seriamente sull’’incidente”.

Ghor è una delle province più povere, insicure e sottosviluppate del paese.

In Afghanistan è iniziata una distribuzione gratuita di pane per i più poveri nelle panetterie, mentre continua il blocco per il coronavirus.

A livello nazionale su 15.000 test condotti ci sono stati circa 4.000 casi confermati.

La Banca mondiale ha affermato venerdì che la pandemia sarà una grande sfida per l’Afghanistan, già provato da incertezza politica, sicurezza e alto tasso di povertà.

*[trad. a cura di Cisda]

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Sabato 25 gennaio 2020 giornata di mobilitazione internazionale per la pace

Arci.it  14 gennaio 2020

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‘Spegniamo la guerra, accendiamo la Pace!’   contro le guerre e le dittature a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti.

“La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.

Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa.

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rojava

Manifestazione nazionale 1° novembre a Roma #controlaGuerra #IostoconiCurdi

rojava

Retekurdistan.it – 28 ottobre 2019

Alle ore 15:00 del 9 ottobre la Turchia ha iniziato l’attaco di invasione del Nord – Est della Siria, il Rojava, provando a distruggere quello che curdi, armeni, arabi, assiri e turcomanni, cristiani, siriaci hanno costruito insieme.

Questi popoli sono il simbolo mondiale della resistenza all’ Isis e in un Paese martoriato da anni di guerra civile sono riusciti a dare vita ad un sistema.

Questa invasione viene portata avanti con il pretesto di un presunto problema di sicurezza e di pericolo per la Repubblica Turca ma da quando ha avuto inizio il conflitto in questa regione, ossia a Marzo 2011, nessun tipo di iniziativa o attacco sono stati intrapresi né contro il confine, né tanto meno contro la Turchia.

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4 hambastagi 8th saur 26 april 2019

6 TAURUS 1398 – 26 aprile 2019 – Manifestazione a Kabul per i Black Days del 1992

Kabul – Commemorazione dei Black Days

4 hambastagi 8th saur 26 april 2019Senza perseguire i criminali del 27 aprile 1978 e 28 aprile 1992, il nostro popolo non potrà mai vedere pace e prosperità!

Nonostante siano ormai passati molti anni da quei giorni bui del 27 aprile 1978 e 28 aprile 1992 (ndt. ingresso dei jihadisti a Kabul, inizio della guerra civile), il popolo afghano sta ancora pagando le conseguenze disastrose di quei due giorni infausti.

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Nonostante siano ormai passati molti anni da quei giorni bui del 27 aprile 1978 e 28 aprile 1992 (ndt. ingresso dei jihadisti a Kabul, inizio della guerra civile), il popolo afghano sta ancora pagando le conseguenze disastrose di quei due giorni infausti.

1 hambastagi 8th saur 26 april 20192 hambastagi 8th saur 26 april 20193 hambastagi 8th saur 26 april 201913 hambastagi 8th saur 26 april 20198 hambastagi 8th saur 26 april 20197 hambastagi 8th saur 26 april 201912 hambastagi 8th saur 26 april 2019Quei terribili giorni hanno causato centinaia di migliaia di vittime del nostro paese; milioni di sfollati; la scomparsa di migliaia di esseri umani liberi e consapevoli; lo stupro di bambine di 7 anni e di anziane di 70; la distruzione delle nostre infrastrutture economiche e sociali. Ogni istituzione della nostra nazione è stata saccheggiata e sono state commesse brutalità e depravazioni di ogni genere. Conosciamo i colpevoli: le fazioni Khalqi-Parcham e i leader jihadisti sono le principali cause della distruzione del nostro paese e di quanto succede oggi. È a causa del loro tradimento che l’Afghanistan è diventato il terreno di scontro tra Pakistan e Iran, e di occupazione permanente per ben quaranta paesi guidati dagli Stati Uniti.

Ma è ancora più doloroso quando gli autori di quelle violenze stanno ancora governando il nostro paese e il destino del popolo afghano, protetti dagli Stati Uniti e dai loro alleati. E ancora sono responsabili di oppressione, avidità e crimini, con la pretesa di definirsi “eroi”. I criminali del 28 aprile 1992, i loro padroni pakistani, arabi e iraniani, hanno trasformato l’Afghanistan in una macelleria e sono così spudorati da non assumersi nemmeno un milionesimo di responsabilità per i crimini commessi. Pensano solo a salvare se stessi dalla giustizia di un tribunale, che li condannerebbe senza appello per le violenze sanguinarie degli ultimi quattro decenni. Se questi crimini non fossero accaduti in Afghanistan, di sicuro il nostro popolo non avrebbe dovuto affrontare il terrore di talebani e ISIS, esplosioni e attentati suicidi, i bombardamenti continui degli Stati Uniti e della NATO.

Il governo dell’Afghanistan è composto da corrotti che con la scusa del “processo di pace” hanno reso omaggio ad assassini talebani e pro-Gulbuddin Hekmatyar, amnistiando i peggiori criminali e liberandoli dal carcere . MA NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA! Quella giustizia che nel corso degli ultimi decenni è stata sacrificata allo strapotere di oppressori e predatori. Gli attentati suicidi a Kabul e nelle province sono le conseguenze di questa mancanza di giustizia e ancora una volta il popolo afghano ne è la principale vittima. E l’esecutore di queste politiche è proprio il governo mafioso di Abdullah e di Ghani, così come lo è stato Karzai, al servizio di John Kerry e della Casa Bianca. I risultati di queste politiche hanno determinato l’insicurezza nel Nord, soprattutto a Kunduz, e hanno affondato il paese nella violenza, ostilità etniche e religiose, povertà, disoccupazione, crisi ed estremismo: questi sono i risultati di queste politiche demagogiche. Gli Stati Uniti stanno trasformando l’Afghanistan in un centro per il narcotraffico e per il terrorismo internazionale, sperando così di destabilizzare i paesi rivali Cina e Russia. Il popolo afghano sta pagando un caro prezzo per i programmi neo-coloniali degli Stati Uniti…

Finché non riusciremo a cancellare la vergogna del 27 e 28 aprile 1992 non riusciremo a chiudere i conti con i disastri che ne sono scaturiti e non avremo MAI pace e felicità! La cultura dell’impunità per i criminali è la ragione principale per cui il nostro Paese sta affondando nell’oppressione e nel terrore. Uniamoci per liberare il nostro paese dall’oscurità e dalla violenza. Solo l’unità, la lotta e la consapevolezza possono liberare il nostro popolo!

Il Partito della Solidarietà dell’Afghanistan (SPA) chiede il sostegno di tutte le organizzazioni che si battono per la liberta del nostro paese e fa appello per la mobilitazione e la lotta contro tutti i fondamentalismi, contro le le forze reazionarie e contro le ingerenze straniere. L’unità e la lotta sono l’unica via per raggiungere la pace, la giustizia e la democrazia. Solo le nazioni del mondo che si sono ribellate all’ingiustizia hanno vissuto nella sicurezza e nell’orgoglio.

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16 Febbraio a Roma: Libertà per Ocalan e per tutte e tutti i prigionieri politici & Difendiamo il Rojava per la libertà e la pace in Medio Oriente – Adesioni

UIKI – MANIFESTAZIONE NAZIONALE – Roma il 16 febbraio 2019 ore 14.:00

corteo 2 1 630x325 599x275Sono 20 anni che il leader del popolo curdo Abdullah Ocalan è sequestrato nell’isola-carcere di Imrali, in condizione di totale isolamento. Dal 2011 gli è negato l’incontro con i suoi legali e dal 2015 lo Stato turco impedisce ogni qualsivoglia contatto.

Solo qualche giorno fa, per pochi minuti ha potuto riabbracciare il fratello, stante la pressione esercitata nel mondo dal #HungerStrike di migliaia di curde/i, in particolare nelle carceri turche dove la deputata HDP Leyla GÜVEN è giunta al 70° giorno di sciopero insieme a centinaia di detenute/i con l’intento di “porre fine all’isolamento di Ocalan”.

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“VOI VANDEA, NOI MAREA”: IN 200 MILA A ROMA AL CORTEO DI NON UNA DI MENO

Dinamopress – 24 novembre 2018

copLa potenza ha tante forme. Quattro ragazzine che camminano abbracciate con il pañuelo fuxia tirato sopra il naso. Gli striscioni che puntellano il corteo con i nomi delle città più disparate. I cartelli e i cori che esprimono le richieste più urgenti: basta violenza maschile sulle donne, libertà di scelta, no al Ddl Pillon e al decreto Salvini.

il corteo è stato segnato da diverse azioni performative. Si è aperto con le ancelle che hanno letto il proclama contro il Ddl Pillon e gettato la loro cuffia al grido di «ci volete ancelle, ci avrete ribelli!». È proseguito con i palloncini pieni di riso per le tante donne uccise da femminicidio e violenza di cui non sempre sappiamo i nomi.
A Piazza Esquilino è stato simbolicamente chiuso con il nastro bianco e rosso l’accesso al Viminale, un grande pañuelo fuxia riportava la scritta «freedom of movement is our struggle». A piazza Santa Maria Maggiore le precarie Istat vestite da ancelle hanno protestato contro la candidatura “inconcepibile” del pro-life Blangiardo  alla direzione dell’Istituto. Diversi interventi hanno denunciato l’apertura della nuova sede di Provita, ulteriore conferma dell’alleanza tra antiabortisti e estrema destra. prima di entrare in piazza le donne Curde hanno letto un testo inviato dalle compagne delle Ypj e dato vita a una danza tradizionale sulle note di una delle canzoni più toccanti della lotta di liberazione della Siria del Nord.

Tantissime le città da nord a sud scese in piazza: Alessandria, Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Brindisi, Firenze, Genova, Latina, Livorno, Lucca, Mantova, Milano, Monterotondo, Napoli, Padova, Vicenza e Ferrara, Pavia, Perugia, Pescara, Pisa, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini, Salerno, Siena, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Venezia, Verona, Viareggio.

In piazza sono scese 200 mila persone. Ma più dei numeri conta l’energia della manifestazione. «Ho 18 anni – racconta Marta, studentessa romana – vengo alle manifestazioni di Non Una Di Meno da quando ne avevo 16. Dobbiamo lottare contro questo governo che vuole portarci indietro al Medioevo». Dietro di lei sfila lo spezzone della Casa internazionale delle Donne, minacciata di sgombero dalla giunta Raggi. Le donne che reggono lo striscione hanno combattuto tante battaglie.

Accanto passa una mamma con tre figlie. «Chi dice che i femminicidi non esistono, che sono omicidi come gli altri – dice Roberta, studentessa universitaria di 21 anni – lo fa perché vuole nascondere una società maschilista in cui l’uomo sente sua moglie, sua sorella, la ragazza che passa per strada come sua proprietà».

Slogan e voci raccontano una condizione di violenza strutturale che attraversa la società: dalla vita quotidiana ai provvedimenti del governo. «Sono qui perché non è giusto che devo aver paura di tornare a casa di notte, come fanno i miei compagni maschi», dice Alessia, 18 anni. «I problemi delle donne – aggiunge Marta, che di anni ne ha 40 – vengono da molto lontano, dalla storia di questa società. Noi adesso abbiamo deciso di cambiare tutto e non sarà questo governo sessista e razzista a fermarci».

Un grido ha attraversato tutta la mobilitazione: stato di agitazione permanente. Contro questo governo e contro questa società patriarcale: le voci e gli slogan che rimbalzano nel corteo testimoniano della capacità del movimento femminista di tenere assieme rivendicazioni generali e mobilitazioni diffuse sui territori.

Mentre si svolge la manifestazione romana, Giulia racconta che a Verona erano previste per oggi due iniziative: «il convegno di Forza Nuova che riuniva molti leader dell’estrema destra internazionale e il comitato “No 194” a cui è iscritto anche il Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che sfilava per le vie della città per chiedere l’abrogazione della legge». «Poco più di 100 persone – continua Giulia – diversamente dalle molte centinaia che hanno preso parte alla piazza organizzata da Nudm Verona e dagli altri movimenti della città».

L’attacco contro l’accesso delle donne all’aborto era passato recentemente dalla mozione presentata proprio a Verona e riproposta anche nei Consigli Comunali di Roma, Milano ed Alessandria, suscitando una forte mobilitazione da parte delle reti territoriali del movimento. Come sottolinea un intervento dal microfono, si sta consolidando «un’alleanza tra pro-life e fascisti che oggi sfilano insieme contro la libertà e l’autodeterminazione delle donne per abolire la 194».

Adele di Pisa ci parla della nomina ad Assessore alla Cultura Andrea Buscemi accusato di stalking e condannato per questo in sede civile: «è in corso una mobilitazione in città per far dimettere questo assessore».

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malalai

L’8 Marzo di Malalai in Germania a fianco delle donne Curde

Tratto da facebook di Malalai

Traduzione di Cristina Cangemi, Giulia Giunta, Ester Peruzzi, Dalila Scaglione e Sara Somaini

malalaiVorrei estendere i miei più sinceri ringraziamenti all’International Women Space per avermi invitato a partecipare a questa dimostrazione nella Giornata internazionale della donna e a portarvi il messaggio degli afghani sofferenti e oppressi, soprattutto le donne.

Vengo da un paese dilaniato e ferito dalla guerra chiamato Afghanistan, un paese dove gli uomini e le donne non hanno alcuna emancipazione e continuano a subire il fascismo di diversi tipi di fondamentalismo e l’occupazione da parte degli Stati Uniti e della NATO. Un paese dove le bombe, gli attacchi suicidi, gli attacchi di droni, le esecuzioni pubbliche, gli stupri di gruppo, il rapimento, la tossicodipendenza e il traffico di droga, la corruzione e un migliaio di altre tragedie minacciano la vita della popolazione ogni secondo.

A più di sedici anni dalla cosiddetta “liberazione delle donne afghane” da parte degli Stati Uniti e della NATO e dopo aver speso più di 100 miliardi di dollari, sfortunatamente il nostro paese occupa ancora la prima posizione nella lista dei paesi dilaniati dalla guerra, produttori di droga, corrotti, analfabeti, infelici e segnati dalla guerra. Il genocidio perpetrato nel nostro paese non è inferiore alla brutalità dell’era talebana.
Tuttora le principali vittime sono le donne afghane. La condizione delle donne in Afghanistan è tanto catastrofica quanto lo era durante il regime ignorante e misogino dei Talebani.
Forse vi è arrivata la scioccante notizia dell’uccisione della ventisettenne Farkhunda che è stata brutalmente picchiata a morte da un gruppo di criminali ignoranti e il suo corpo è stato bruciato in pubblico a solo un paio di chilometri dal palazzo presidenziale. Ciò ha dimostrato che le grandi affermazioni del governo statunitense e di quello occidentale, dei media e dei loro fantocci afghani sui diritti delle donne nel paese sono solo grandi bugie per fini propagandistici. Sfortunatamente assistiamo a uccisioni, stupri, lapidazioni a morte, tagli di orecchie e nasi, pestaggi pubblici di donne sia da parte dei talebani, signori della guerra locali e da parte dell’ISIS, flagellazione, perseguimento, tossicodipendenza, matrimoni forzati, spose bambine, attacchi con acidi a ragazze, violenza domestica, aggressioni a studentesse o avvelenamenti e altri crimini medievali contro le nostre donne avvengono ogni giorno.

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