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Tag: Manifestazioni

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Il racconto dell’attivista afghana: “Un anno fa la morte delle donne”

Agi.it – Veronique Viriglio – 14 agosto 2022

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AGI – “Per noi donne e ragazze dell’Afghanistan, quel 15/16 agosto 2021 rappresenta il giorno della nostra morte collettiva. In una sola notte sono stati cancellati 20 anni delle nostre battaglie per la libertà, per il diritto allo studio, al lavoro, per il diritto alla vita. Tutte le nostre speranze per il futuro sono svanite in un istante”.

È con queste parole che Batool Haidari – psicologa, docente universitaria, madre di due figlie ed attivista afghana rifugiata in Italia – racconta all’AGI della triste ricorrenza del ritorno dei talebani al potere a Kabul.

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Cosa sta succedendo in Afghanistan

Cisda.it – 3 marzo 2022 

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Mentre imperversa la guerra in Ucraina e tutti sono impegnati a seguirne gli sviluppi sui media, in Afghanistan i talebani stanno inasprendo le regole e le loro modalità repressive.

Tutti i giornalisti ora sono in Ucraina, e non vengono divulgate notizie sull’Afghanistan. Dagli attivisti e attiviste di RAWA e Hambastagi con cui lavoriamo e che hanno deciso di rimanere a lottare nel loro paese, ci arrivano notizie sempre più allarmanti.

  • I talebani vogliono impedire l’istituzione di classi di alfabetizzazione nelle case private, una delle poche modalità per poter far sì che le bambine abbiano un’istruzione.
  • I talebani stanno rastrellano le case quartiere per quartiere, in particolare quelle di attiviste e attivisti. Spesso hanno elenchi con i nomi, per andare a colpo sicuro. Anche le case delle nostre attiviste in questi giorni sono state perquisite e loro sono state obbligate a cambiare spesso abitazione per non rischiare la vita, a distruggere documenti e a nascondere computer e telefoni.
  • Le manifestazioni delle donne sono sempre represse e le attiviste, a distanza di giorni, vengono raggiunte nelle loro case e arrestate o uccise.
  • I confini sono stati chiusi e i talebani stanno proibendo ai cittadini di uscire dal paese. Un visto per il Pakistan costa fino a 600 dollari. Centinaia di afghani che speravano di avere un visto per un paese europeo aspettano nei paesi confinanti senza avere risposte.
  • Anche le distribuzioni di cibo alle persone più bisognose vengono vietate alle organizzazioni e per poterle fare è necessario passare controlli e interrogatori.

Tutto questo accade nel silenzio più assoluto e senza che arrivino immagini e notizie precise. Siamo molto preoccupate per quello che sta avvenendo, anche se era prevedibile una volta spenti i riflettori sul paese.

Denunciamo questo clima di terrore e nel contempo continuiamo a chiedere di non riconoscere il governo talebano perché questo porterebbe a una maggior repressione soprattutto nei confronti delle donne.

 

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Afghanistan: l’ultima attivista donna ad essere “arrestata” dai talebani dopo le proteste

Rawa.org  BBC 3 febbraio 2022

La signora Ayar è la sesta donna ad essere stata presa dai talebani nelle ultime settimane

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Un’attivista afghana è stata presa con la forza da casa sua, l’ultima di una serie di presunti arresti da parte dei talebani.

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afghan women protest in kabul against taliban

Le donne afghane che vivono sotto i talebani combattono per i loro diritti sei mesi dopo la presa del potere.

Rawanews BBC World Service Yalda Hakim  28 gennaio 2022

In un nuovo documentario le manifestanti hanno detto a Yalda Hakim della BBC di essere state minacciate e spruzzate di peperoncino.

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Sheila Dost trattiene le lacrime mentre mi racconta del giorno in cui ha portato i suoi due bambini piccoli a manifestare contro le restrizioni talebane all’istruzione delle ragazze.

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Ocalan libertà

Il tempo della libertà è arrivato: Appello per una mobilitazione in Italia il 12 febbraio per la liberazione di Abdullah Öcalan

Uiki Onlus, 20 dicembre 2021

Ocalan libertàDa 23 anni Abdullah Öcalan è stato imprigionato a seguito della cospirazione internazionale del 15 febbraio 1999. Per oltre dieci anni è stato l’unico prigioniero nell’isola fortezza di Imrali. Nonostante le condizioni indescrivibili del suo isolamento non ha mai smesso di sperare in una soluzione pacifica ai conflitti in Medio Oriente. Per diversi anni Öcalan è riuscito a negoziare con il governo turco per raggiungere questo obiettivo. La stragrande maggioranza della popolazione curda vede Abdullah Öcalan come proprio rappresentante, e ciò è stato confermato dalla raccolta di firme di oltre 3,5 milioni di curdi nel 2005. Ocalan è un attore politico e il suo status ha anche dimensioni politiche più ampie. La società curda, così come gli analisti politici, lo considerano un leader nazionale e il rappresentante politico dei curdi.

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Kabul proteste

L’Afghanistan affamato manifesta

Enrico Campofreda, 22 dicembre 21

Kabul proteste“Fateci mangiare”. “Dateci i nostri soldi congelati” dicono i cartelli dei cittadini di Kabul, quelli che non vogliono né possono fuggire. Desiderosi di vivere nella propria terra, da cinquant’anni stuprata da soggetti politici – interni e internazionali – che hanno inanellato disastri, lasciandosi alle spalle scie di sangue e un vuoto di futuro. Gli ultimi sono gli occidentali, di cui anche la nazione italiana ha fatto parte, dileguatisi nell’agosto scorso, passando il testimone agli ex nemici talebani diventati statisti.

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kabul

KABUL, CHI TACE ACCONSENTE?

kabulKabul, 19 agosto 2021 – la bandiera afghana è un segno di protesta contro i Talebani al potere

Dopo un anno e mezzo di trattative con i Talebani, l’esercito degli Stati Uniti e le truppe alleate lasciano l’Afghanistan. L’ultimo volo degli americani è salutato in Occidente da commenti ironici sull’avventura di 20 anni di guerra finita in una fuga precipitosa e in un indecoroso fallimento.
I più importanti Paesi musulmani tacciono. Imran Kan, primo ministro del Paese che più ha sostenuto la guerra delle bande islamiste, afferma che «gli insorti hanno spezzato le catene della schiavitù». Ha ragione? L’indipendenza nazionale, quella che i Talebani hanno sempre affermato di perseguire e che ora hanno effettivamente conseguito, non è la stessa cosa della liberazione dalla schiavitù, ma è esattamente ciò contro cui USA e alleati hanno combattuto per due decenni.
Della schiavitù imposta ad una intera popolazione è importato e importa poco, anche se la campagna mediatica delle “democrazie” nel mondo si è affannata a testimoniare compassionevole solidarietà alle donne afghane colpite dalla più brutale oppressione “di genere”.

Quello che importa è che un Paese ricco di risorse naturali e punto di intersezione di vie di transito delle merci e degli affari sia “stabilizzato”, cioè che vi sia qualcuno che comanda con il quale trattare l’apertura alla competizione tra multinazionali. L’uscita di scena (almeno apparente) degli Stati Uniti contribuisce a sconvolgere la rete di alleanze che hanno tenuto in equilibrio i rapporti tra le grandi potenze e lascia spazio al conflitto tra Paesi musulmani che rischia di coinvolgere l’Occidente.

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Manifesto 25 settembre 21

Contro l’ideologia talebana, l’impegno non si spenga.

La manifestazione di oggi 25 settembre a Roma, che era già stata organizzata e programmata da diverso tempo il cui appello è «La voce delle donne per prendersi cura del mondo» sarà dedicata in parte alla situazione delle donne in Afghanistan. 

Il Manifesto, 25 settembre 2021, di Giuliana Sgrena  Manifesto 25 settembre 21

Oggi a Roma. L’oppressione degli studenti coranici ha una sua specificità insormontabile. Solo individuandola è possibile combattere insieme alle donne afghane. Senza far spegnere i riflettori.

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La nostra solidarietà alle donne dell’Afghanistan Coordinamento nazionale donne Anpi

Patriaindipendente.it – 16 settembre 2021

Sosteniamo la loro resistenza nella coraggiosa battaglia per i diritti attraverso progetti di associazioni quali Cisda, restate nel Paese accanto alla popolazione civile, mettendo a rischio anche la sicurezza di operatrici e operatori, ribadiamo l’appello per una grande mobilitazione e per l’apertura di corridoi umanitari.

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Da settimane l’Afghanistan è ripiombato nell’incubo dell’integralismo talebano che, con particolare accanimento, è tornato a violare i diritti di libertà e autodeterminazione delle donne, specchio del grado di civiltà di ogni società.

Nel corso degli ultimi anni, nonostante il permanere di uno scenario di guerra e di occupazione militare da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, le donne afghane, in particolare delle realtà urbane, erano riuscite, seppur relativamente, ad avviare, attraverso lo studio, il lavoro e la partecipazione a funzioni istituzionali, un percorso di riconoscimento della loro soggettività e a migliorare le loro condizione di vita.

Ora, la caotica modalità con cui gli Stati Uniti hanno dato luogo al ritiro militare e la contestuale occupazione del territorio da parte dei talebani, oltre al permanere di condizioni di instabilità, ha immediatamente riproposto il tema dell’eliminazione di quei diritti e di quelle conquiste, e il pericolo altissimo che possono correre le donne che si sono esposte per il progresso della società intera.

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Nonostante tali pericoli e le limitate informazioni, in questi giorni, a Herat, Kabul e in altre aree del nord del Paese, abbiamo potuto vedere che le donne, con una straordinaria forza di ribellione e di idee, sono scese in piazza per rompere il silenzio e hanno coraggiosamente manifestato al grido di “diritti e libertà”.

Le donne afghane chiedono che vengano garantiti il diritto all’educazione, la libertà di parola, la possibilità di contribuire alla vita politica e sociale.

In Afghanistan a sostegno delle donne e non solo, operano diverse associazioni, tra queste, da oltre due decenni, c’è il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane Onlus (Cisda), che è riuscito a tessere una preziosa rete di relazioni a supporto delle attiviste locali con la presentazione di molteplici progetti e che in diverse città italiane ha già organizzato iniziative.

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Ci piace segnalare “Vite Preziose”, finalizzato al sostegno a distanza delle donne afghane che intendono sfuggire dalla violenza e raggiungere l’autodeterminazione personale e politica. Tramite Hawca, il partner afghano di Cisda, sono nate una casa protetta, un centro culturale e un centro di aiuto legale.

Nel mese di luglio scorso il Coordinamento nazionale donne Anpi aveva inviato una lettera di condivisione e di adesione al progetto. E a seguito del precipitare degli eventi di agosto,  ha lanciato un appello che richiama la necessità, a fronte della nuova, devastante emergenza umanitaria, di una mobilitazione urgente, anche di solidarietà materiale.

Per tali ragioni, va dato pieno sostegno alle associazioni che hanno deciso di rimanere nel Paese accanto alla popolazione civile, con un enorme rischio per la stessa sicurezza delle proprie operatrici e operatori.

L’appello più urgente che le organizzazioni umanitarie lanciano a tutti i Paesi è quello di aprire corridoi umanitari non solo per gli stranieri residenti in Afghanistan e per quanti hanno collaborato con la comunità internazionale ma anche per chi è nel mirino dei talebani, a cominciare dalle donne, ampliando la rete di sostegno alla popolazione femminile che cerca di resistere.

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La locandina della manifestazione “TULL QUADZE/TUTTE LE DONNE. La voce delle donne per prendersi cura del mondo”

La solidarietà alle donne afghane sarà parte rilevante della manifestazione nazionale delle donne “TULL QUADZE/TUTTE LE DONNE. La voce delle donne per prendersi cura del mondo” promossa dall’assemblea della Magnolia che si svolgerà a Roma il prossimo 25 settembre che vedrà anche la partecipazione del Coordinamento nazionale donne dell’Anpi.

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La resistenza delle donne afgane

Sinistrasindacale.it  – NUMERO 16 – 2021 – Linda Bergamo – 12 settembre 2021

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“Abbiamo già bruciato i nostri libri…’’, mi racconta Hafiza al telefono. ‘‘Le milizie taliban passano di casa in casa dicendo che vengono a cercare le armi. Noi sappiamo che in realtà cercano di capire chi siamo, se abbiamo lavorato col governo o con gli americani, se abbiamo studiato o se abbiamo fatto politica. Un quartiere dopo l’altro, arrivano. Tra qualche giorno saranno qui’’.

C’è un solo tipo di musica autorizzato dal regime talibano, ancora diffusa dalle autoradio delle macchine ferme all’incrocio. Pattuglie di taliban camminano per la strada, o osservano la gente seduti a bordo dei pick up. C’è chi cerca di scappare, nei Paesi vicini, in Europa o negli Usa, le immagini dell’aeroporto di Kabul lasciano l’amaro in bocca. L’Afghanistan sembra in attesa. In attesa di sapere se sarà formato un governo di coalizione fra taliban e alcuni membri del governo precedente. In attesa di sapere quali saranno le regole di questo nuovo periodo storico. In attesa di ritirare soldi dalle banche, perché sono tutte chiuse. La preoccupazione più grande è quella di finire le scorte, di non avere più nulla da mangiare. Cosa ne sarà degli ospedali, delle scuole, delle istituzioni? I fondi internazionali sono stati bloccati. Forse saranno usati come leva da parte della comunità internazionale per imporre condizioni volte al rispetto dei diritti umani.

Al di là dell’incertezza e della paura, c’è la resistenza. La resistenza in Afghanistan assume tante forme, alcune più visibili di altre, nello spazio pubblico o privato. All’indomani della presa di Kabul, una parte della popolazione è scesa in piazza con le bandiere tricolori, manifestando contro i nuovi detentori del potere. La maggior parte delle manifestazioni sono state represse nel sangue, quelle invece mediatizzate sembravano voler rassicurare il popolo che i taliban sono aperti alle forme di protesta.

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