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Tag: Proteste

In Afghanistan, dove il sangue della rivolta è già stato cancellato. «Nessuno qui è al sicuro»

Avvenire, 21 luglio 2026, di Lucia Capuzzi, inviata a Jibril (Herat)

Siamo tornati a Jibril, nel Paese dei taleban, a un mese dalla protesta dei giovani che chiedevano «lavoro, scuola, libertà». Sei ragazzi sono morti, venti feriti gravi. La repressione è sempre più feroce e nel mirino restano i più giovani e le donne. «La polizia del regime perquisisce tutte le case per trovare chi si è ribellato»

Le chiazze di sangue sono scomparse dall’asfalto di Bahor zendeghi, il “luogo dove nasce la primavera”. Spariti pure i frantumi delle telecamere di sorveglianza, crivellate dai colpi di Kalashnikov, una ad una, lungo l’intero incrocio, per evitare scomodi testimoni. Il check-point taleban, invece, è ancora là, a oltre un mese dall’inedita “rivolta dei ragazzini” di cui non deve restare traccia nell’Emirato islamico d’Afghanistan. Vigila che nulla alteri l’opprimente normalità di Jibril.

Una routine di cantieri in cui, a ciclo continuo, schiene curve di giovani, anziani e bambini trascinano immense pietre bianche, paioli di fango e mattoni arrossati dal sole. Di negozietti dove si vende di tutto e sempre meno si compra a causa dell’inflazione. Di corpi di donne imbozzolati in teli ingombranti da cui spuntano a malapena gli occhi e piedi, incredibilmente svelti. Meglio non indugiare davanti alle sentinelle anche se non è scritto nei decreti redatti a Kandahar, proclamati a Kabul e scagliati con particolare forza ora su Herat, l’inquieta capitale culturale del Paese, dalle pattuglie di Amreba-marof, la “polizia speciale per la prevenzione del vizio e il controllo della virtù”.

La loro presenza, prima platealmente esibita, s’è fatta più “discreta”. Dopo la “grande protesta” – la prima e l’ultima di massa dal ritorno degli ex studenti coranici, il 15 agosto 2021 –, qualunque fremito può far crollare il traballante equilibrio della metropoli d’Occidente, a ridosso del confine con l’Iran, e di Jibril, la sua roccaforte hazara, una delle tre comunità che, insieme a pashtun e tagiki, compongono il mosaico nazionale. Eppure, gli agenti di Amreba-marof non rinunciano a scrutare le sagome femminili, misurando i centimetri di pelle visibili. Dalla pianta dei piedi alla radice del naso, in pratica, non devono essercene, fatta eccezione, forse, per le mani, ma dipende dall’esaminatore.

Da fine giugno, oltre 200 afghane sono state incarcerate, una quindicina nell’ultima settimana e le famiglie costrette alla “vergogna” di una sfilza di interrogatori, biasimo pubblico, reprimenda religiose e il pagamento di una multa equivalente a 200 dollari per farle rilasciare. Nessuno potrà, però, liberarle dal “disonore” dei giorni trascorsi in prigione. Per questo, tre giovani, vittime delle maxi-retate dei primi di giugno – in cui sono finite in cella in 32 – si sono tolte la vita. Il mese prima era accaduto a una coppia. Non si sa se siano stati i suicidi la causa scatenante della rivolta. O, piuttosto, l’accumularsi di frustrazione per il mix di stretta e crisi. L’emergenza economica si è acuita dalla chiusura del confine col Pakistan in seguito al conflitto. Mentre i crescenti divieti pesano come un macigno sulle spalle dei più giovani, la “generazione R”, quella nata durante la Repubblica filo-occidentale. Un’era di caos, corruzione, attentati e combattimenti quotidiani. Ma gli under 25 ricordano soprattutto le piccole cose. Come la possibilità di sedere al tavolo di una gelateria senza barricarsi dietro una tenda, in stile pronto soccorso. Di camminare al parco, mogli e mariti insieme, non con le prime lasciate a guardare la famiglia dietro la recinzione. Di portare i jeans.

Così, su migliaia e migliaia di profili social – troppi perché i taleban risalissero alla fonte originaria – è rimbalzato l’invito, scritto a mano su un foglio, a scendere in piazza alle prime ore del mattino del 9 giugno al grido: “khar, tahsil, azadi”, lavoro, scuola, libertà. Guidata da due giovanissime completamente coperte, una folla di trecento ragazzini hazara ha bloccato il traffico e ha scandito le sue parole d’ordine in faccia alle decine e decine di taleban accorse a Bahor zendeghi dal centro di Herat. Là avrebbe dovuto svolgersi la manifestazione – proprio di fronte al palazzo del governatore – ma il massiccio dispiegamento di forze l’ha dirottata nel periferico quartiere di Jibril, tra i bersagli del giro di vite. Per una manciata di minuti eterni, i due Afghanistan – il vecchio e il nuovo, a seconda della prospettiva – si sono guardati negli occhi. Poi, alla radio del comandante è giunta la sentenza: «Avete l’autorizzazione». «La carica è stata immediata: li hanno colpiti con bastoni e taser: tutti, maschi e femmine. Dato che non indietreggiavano hanno sparato. Ho visto due persone cadere nel caos. Una scena orribile», racconta Maruf, nome di fantasia di uno dei testimoni diretti grazie a cui Avvenire ha potuto ricostruire la storia della ribellione che i taleban hanno cercato in ogni modo di tenere nascosta.

Per questo, le interviste hanno dovuto tenersi in luoghi sicuri raggiunti in tempi differenti per non dare nell’occhio, con lo sguardo fisso sull’orologio e i sensi all’erta. «Hanno battuto il quartiere casa per casa a caccia dei dimostranti in fuga – prosegue -. Ne hanno presi 350: più di quanti sono scesi in piazza. In pratica qualunque ragazzo sopra i 15 anni è stato arrestato e tutte le giovani nei cui telefoni ci fossero immagini del corteo». Non si sa quanti siano ancora in cella. «Di sicuro il proprietario dell’hotel su Bahor zendeghi. Un video fatto dal quinto piano è approdato sui social. Per rappresaglia hanno preso lui». «La polizia è arrivata in classe – racconta Malia, altro nome fittizio, 12 anni, all’ultimo anno delle elementari, le sole scuole consentite alle donne –. Ci hanno messe in fila e riprese mentre mostravamo un cartello con scritto: “Siamo felici delle regole sull’abbigliamento”. A qualcuna scendevano le lacrime….».

Non esiste un bilancio ufficiale delle vittime della repressione. Fonti attendibili hanno contato sei morti e venti feriti gravi, incluso un bimbo di 10 anni. Morteza Karimi, meccanico 17enne, era uno di loro. È rimasto per sei ore a dissanguarsi su una panca dell’ospedale governativo di Herat con il piede destro e il ginocchio sinistro spappolati dai proiettili prima di essere curato. Si è spento una settimana dopo, il 16 giugno, a un anno esatto dal ritorno dall’Iran nel pieno del giro di vite sui profughi afghani. Nella nuca due rigonfiamenti anonimi spuntati, dicono le fonti, dopo il blitz di due taleban nella clinica. Per poterlo seppellire, la famiglia è stata costretta a sottoscrivere una dichiarazione in cui imputava la responsabilità della morte di Morteza ai manifestanti. Le forze di sicurezza hanno presidiato il funerale e impedito la partecipazione del pubblico, dopo aver rimosso tutte le foto del giovane che, come raccontano testimonianze riservate, non aveva scelto di andare alla protesta.

«Ma quando mi sono trovato in mezzo – ha detto prima di perdere conoscenza – ho deciso di restare. Non potevo lasciare che massacrassero le ragazze senza nemmeno provare a difenderle». Ali, altro nome di fantasia, invece, 16 anni era uscito di casa a posta quella mattina, nonostante il no secco dei genitori. Non riusciva più a tollerare l’angoscia delle sorelle, una privata della scuola secondaria, l’altra dall’università. Ora anche lui ha dovuto interrompere gli studi per scampare alle retate. Per oltre tre settimane la famiglia l’ha nascosto in casa di amici prima di riuscire a portarlo in un’altra provincia dove dovrà ricominciare daccapo. «Salvo? Nessuno è in salvo qui. Per questo l’ho fatto. E lo rifarei», il suo commento. Aziza, 23 anni, ha cambiato idea all’ultimo. La notte prima del corteo aveva salutato la sorella e scritto una lettera d’addio in cui si rivolgeva al mondo: «Non avrei mai pensato di doverti ricordare che sono parte di te». Era diretta verso l’incrocio di Jibril quando l’incontro con una alunna 14enne le ha fatto prendere un’altra strada. «Se mi avessero uccisa, chi avrebbe proseguito le lezioni clandestine? – domanda -. La scuola che mando avanti con altre amiche, aggirando il bando taleban, è l’unica cosa importante ormai. Per il resto, non ho timore di morire. Pensi forse che sia viva? Respiro, è un’altra cosa».

Il frastuono quotidiano non scioglie il silenzio asfissiante che, da Bahor zendeghi, ormai ripulito dal sangue, si propaga per Jibril. «Khar, tahsil, azadi», lavoro, scuola, libertà. Il grido è diventato un sussurro, ripetuto dietro le porte chiuse. Delle case e perfino nelle moschee. Quando, il 27 giugno, su ordine dei taleban, l’imam di Jibril ha tenuto un sermone in favore del velo integrale, le donne presenti hanno lasciato la sala. La “rivolta dei ragazzini” di Herat non riesce a smuovere l’Afghanistan. Ma non si rassegna a soffocare.

Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale

La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda

Beatrice Biliato, Altreconomia, 17 luglio 2026

La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”.

La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda).

“Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si sono suicidate per la vergogna”.

La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade.

La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale.

Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime.

Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica.

L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione.

Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità.

È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa.

L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa.

Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme più minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia.

L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile.

In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile.

Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese.

Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il “Signal for help”, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali.

Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza.

Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)

La lotta delle donne di Herat per la libertà

«A Herat le donne escono di casa con molta più cautela. Si è instaurato un clima di paura e di preoccupazione e alcune cercano, almeno per il momento, di uscire il meno possibile. Oppure, se escono, indossano il chador che copre interamente il corpo e il volto.»

Maryam Foumani, aasoo.org, 24 giugno 2026

Questa è la descrizione che Shahrzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente afghana per i diritti umani, offre dell’atmosfera che domina a Herat dopo i recenti arresti di donne.

La vicenda è iniziata quando i Talebani, venerdì 15 giugno, hanno annunciato che da quel momento in poi sarebbero state arrestate le donne prive di un «hijab completo». Per «hijab completo» si intende che, oltre ai lunghi mantelli (manteau) e agli ampi foulard portati sul capo, le donne debbano indossare anche un chador che copra interamente il corpo e il volto. Anche mostrare i piedi senza calze o lasciare intravedere il trucco sotto la mascherina viene considerato un caso di «mancanza di hijab».

Oltre ad annunciare questa restrizione durante il sermone della preghiera del venerdì e nelle moschee, i rappresentanti locali hanno inviato messaggi alle famiglie affinché non permettessero alle proprie figlie, mogli e madri di uscire di casa con un abbigliamento diverso da quello stabilito dai Talebani.

Sabato 6 giugno, dopo questi avvertimenti pronunciati durante la preghiera del venerdì, quando le donne di Herat sono uscite per strada indossando gli stessi lunghi mantelli, gli ampi foulard che avevano sempre portato e, in alcuni casi, una mascherina sul volto, gli agenti talebani ne hanno arrestate molte.

In seguito a questi arresti, martedì 9 giugno, le donne di Herat, accompagnate da un certo numero di uomini, sono scese in strada. Decine di manifestanti sono stati arrestati, una donna e un bambino sono stati uccisi, nei giorni successivi altri manifestanti sono stati identificati e arrestati e la protesta è stata repressa con estrema durezza. Tuttavia, ancora una volta, le donne afghane hanno fatto sentire la propria voce con lo slogan: «Lavoro, istruzione, libertà».

La preoccupazione dei Talebani per la disobbedienza delle donne di Herat

Come spiega Shahrzad Akbar, il rimpatrio forzato di migliaia di migranti dal Pakistan e dall’Iran verso l’Afghanistan è uno degli elementi che hanno influito sulla recente controversia riguardante l’abbigliamento femminile.

«Queste donne rimpatriate avevano un modo di vestirsi diverso da quello oggi prevalente tra le donne che vivono in Afghanistan. Ad esempio, quelle provenienti dall’Iran indossano mantello e foulard, ma i Talebani non accettano questo tipo di abbigliamento e vogliono che anche il volto delle donne sia coperto con un chador o con una mascherina, in modo che siano visibili soltanto gli occhi.»

Secondo Akbar: «Le donne rientrate dall’Iran e dal Pakistan, in particolare quelle che hanno vissuto per un certo periodo in Iran, hanno sperimentato un grado maggiore di libertà sociale e ritengono un loro diritto fondamentale poter partecipare alla vita pubblica con quel tipo di abbigliamento. Questo è in netto contrasto con la visione dei Talebani.»

Le recenti dichiarazioni di Nur Ahmad Eslamjar, governatore talebano di Herat, confermano il timore dei Talebani nei confronti della presenza più disinvolta di queste donne appena rientrate.

Secondo quanto riportato dalla BBC, il governatore ha definito queste donne «influenzate da culture straniere» e ha affermato che esse intendono «modificare il volto religioso, culturale e storico di Herat, un volto fondato sull’onore, sulla tutela della dignità familiare e sul prestigio».

Manifestando la propria preoccupazione per il fatto che «l’hijab delle donne diventava ogni giorno meno rigoroso», ha definito le donne di Herat che non rispettano gli standard di abbigliamento imposti dai Talebani persone affette da una «malattia mentale e religiosa».

Tuttavia, la questione non riguarda soltanto le donne recentemente tornate a Herat.

Anche le residenti storiche della città si sono sempre distinte dagli stereotipi e dalle aspettative dei Talebani.

Come osserva Shahrzad Akbar: «Pur essendo Herat una città fortemente patriarcale, le donne hanno sempre avuto una posizione diversa rispetto ad altre zone del Paese. Lavorano nell’industria dello zafferano, praticano sport, hanno i loro circoli di lettura e da sempre è in corso una sorta di gioco del gatto e del topo tra le donne di Herat e i Talebani.

Le mie amiche di Herat mi raccontano che a volte si riuniscono a casa di una di loro per fare ginnastica. Alcune volte si accorgono di essere seguite e allora sospendono gli allenamenti per una settimana; quella successiva ricominciano. Da alcuni anni le donne di Herat organizzano queste attività. Con questi arresti, i Talebani vogliono inviare loro un messaggio: sappiamo che ci state disobbedendo e vogliamo reprimervi.»

Arresti che hanno portato anche gli uomini in strada

Non è la prima volta che i Talebani arrestano donne afghane.

Nel «Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan», svoltosi a Madrid nell’autunno dell’anno scorso, sono stati presentati numerosi documenti e testimonianze riguardanti questi arresti e alcune donne hanno deposto davanti al tribunale.

Ciò che però ha provocato una reazione di protesta più ampia, andata oltre la cerchia delle attiviste per i diritti delle donne e che ha portato perfino gli uomini a scendere in piazza, è stato il diverso modo in cui sono stati effettuati gli arresti più recenti.

Molte delle donne arrestate in gruppo per le strade di Herat, diversamente da quanto avveniva abitualmente negli arresti operati dai Talebani, non erano attiviste politiche o civili né dipendenti del precedente governo. Erano donne che stavano semplicemente vivendo la loro vita quotidiana: erano dirette a fare la spesa, dal medico, a casa di parenti oppure al lavoro quando, con il pretesto della «mancanza di hijab», sono state arrestate.

Secondo Shahrzad Akbar, una parte degli uomini che sono scesi in strada per protestare erano proprio familiari di queste donne.

«Erano uomini che dicevano: le nostre donne non erano nemmeno uscite per manifestare, perché avrebbero dovuto essere arrestate? In quel momento il livello dell’ingiustizia è apparso in tutta la sua evidenza. I Talebani non potevano più raccontare, come fanno di solito, che queste donne erano occidentali, che avevano un’agenda politica o che volevano ottenere asilo all’estero. Questa volta il pericolo si è avvicinato anche alla gente comune e una parte della presa di coscienza nasce proprio da questa percezione del rischio.»

Le ragioni della protesta maschile

Tarannom Seydi, presidente della Rete per la partecipazione politica delle donne afghane, afferma che durante tutti questi cinque anni le donne non hanno mai smesso di protestare.

«La realtà è che la maggior parte della popolazione o condivideva le idee dei Talebani oppure desiderava semplicemente una vita tranquilla, e per questo è rimasta in silenzio. All’inizio molti uomini pensavano che i Talebani parlassero nel loro interesse e fossero venuti per instaurare un buon governo islamico. Ma ora vedono che i Talebani non hanno alcuna pietà né per la vita, né per i beni, né per l’esistenza delle persone; arrivano perfino a portare via le loro donne e a dire che, se non pagheranno una determinata somma di denaro, non le rilasceranno.»

Shahrzad Akbar ritiene che una parte della protesta maschile contro i recenti arresti delle donne derivi anche da una concezione patriarcale.

Secondo lei, molti uomini interpretano il comportamento dei Talebani nei confronti delle donne come un’offesa al proprio «onore familiare» (nâmus).

Nei giorni successivi agli arresti, molti degli uomini che hanno alzato la voce contro i Talebani hanno più volte insistito proprio su questo aspetto, parlando di un’aggressione al loro onore.

Akbar ritiene tuttavia che vi sia anche un’altra ragione che ha spinto gli uomini ad affiancare le donne: la popolazione è ormai esasperata dalla situazione economica, dalle discriminazioni etniche e religiose e dal modo in cui il Paese viene governato.

Secondo lei, perfino alcuni sostenitori dei Talebani sono irritati dal modo in cui viene applicata la politica della «promozione della virtù e prevenzione del vizio».

La religione nella vita delle persone

«La religione costituisce una parte fondamentale dell’identità del popolo afghano. Uno degli atteggiamenti dei Talebani che la gente trova particolarmente difficile da sopportare e profondamente offensivo è il fatto che essi accusino continuamente le persone di non rispettare la religione, imponendo punizioni e restrizioni.

La gente dice: siamo musulmani da molti secoli, l’Islam è una parte essenziale della nostra storia e abbiamo combattuto più volte in suo nome. Chi sei tu per dirci che cosa sia l’Islam e sostenere che il nostro comportamento non sia conforme alla fede musulmana?»

Secondo Akbar, molte delle donne arrestate e maltrattate dai Talebani pregano, visitano i luoghi santi e osservano tutti i doveri religiosi.

«Per questo motivo trovano profondamente offensivo che un talebano dica loro che non rispettano l’abbigliamento islamico.»

Come spiega Forouzan Amiri, scrittrice e ricercatrice afghana, questi arresti di massa hanno provocato un’indignazione collettiva che ha ridotto la paura della popolazione e ha incoraggiato le persone a scendere in piazza.

«I Talebani non immaginavano affatto che, dopo una repressione così dura esercitata fin dall’inizio del loro ritorno al potere, donne e uomini avrebbero infine trovato il coraggio di opporsi e iniziare a protestare.

La manifestazione di martedì a Herat ha rappresentato un duro colpo per i Talebani e ha incrinato la loro convinzione che la popolazione avrebbe continuato a tacere per sempre a causa del clima di paura e di terrore che avevano instaurato.»

Che cosa intendono le donne afghane per «libertà»?

«Lavoro, istruzione, libertà»: è lo slogan che le donne afghane hanno adottato fin dalle prime proteste seguite al ritorno al potere dei Talebani, ed è stato ancora una volta il principale slogan dei manifestanti.

Nei video diffusi delle proteste di Herat si sente anche il grido: «Donna, vita, libertà».

Alla domanda su che cosa significhi per le donne afghane la parola «libertà», Shahrzad Akbar risponde: «Le richieste delle donne afghane sono molteplici e diverse tra loro. Tuttavia, credo che quando scandiscono lo slogan “libertà”, al di là di tutte le differenze di opinione che possono esistere fra loro, intendano innanzitutto la libertà dalla repressione dei Talebani. Libertà da un regime che le ha private della scuola, dell’università, del lavoro, della possibilità di viaggiare e di partecipare alla vita politica.

Le donne afghane possono avere opinioni molto differenti su quali siano i limiti o il contenuto preciso di questa libertà. Ma in questo momento essa significa soprattutto libertà dal dominio dei Talebani.»

Akbar spiega inoltre che anche durante il periodo della Repubblica le donne non godevano di una reale uguaglianza, a causa della struttura tradizionale e patriarcale della società afghana.

Esisteva però almeno la possibilità di lottare per cambiare quella situazione e il quadro giuridico sosteneva tali sforzi.

«Quando lavoravo e vivevo in Afghanistan, soffrivo ogni giorno per il sessismo delle persone che mi circondavano e del sistema nel quale operavo.

Sebbene negli ultimi anni della Repubblica ricoprissi un incarico governativo di alto livello e fossi presidente della Commissione indipendente per i diritti umani, vedevo chiaramente che, nella struttura di quella società, soltanto per il fatto di essere una donna, talvolta mi trovavo in una posizione molto inferiore perfino rispetto all’uomo che faceva da mio autista ed ero molto più vulnerabile.

Perfino una posizione così elevata nello Stato non era sufficiente a proteggermi.»

Tutte le donne si sentono prigioniere

Forouzan Amiri, illustrando la complessità della società afghana, osserva:

«Alcuni uomini ritengono che sia giusto che le donne restino in casa e, se escono, rispettino quel tipo di hijab autentico e talebano.

Anche alcune donne non hanno particolari problemi con la situazione attuale. Si tratta per lo più di donne che non hanno mai avuto l’opportunità di studiare o di uscire di casa.

Sono donne completamente immerse in quella cultura, in quelle convinzioni e in quelle tradizioni estremiste; possono perfino rinunciare all’abbigliamento che preferirebbero soltanto perché la società, la tradizione, la cultura e la religione lo considerano inappropriato, senza mai concedersi il diritto di vestirsi come desiderano.»

Secondo lei esiste però un altro livello della società: «Sono le donne che, dopo il ritorno al potere dei Talebani, vivono la sensazione di essere prigioniere all’interno dell’Afghanistan.

Sono donne che accolgono con entusiasmo gesti come bruciare il chador, perché vi vedono la rappresentazione di quella stessa rabbia repressa che loro stesse non riescono a esprimere.

Accanto a loro vi sono anche gruppi laici e intellettuali che cercano di mostrare come la collera delle donne afghane, di fronte a tanta oppressione e repressione, sia ormai così intensa da non sentirsi più vincolata neppure ai principi religiosi, morali o tradizionali.

Lo spazio concesso alle donne è diventato talmente ristretto che, secondo loro, questi schemi devono necessariamente essere infranti.

Esiste però anche un altro gruppo, più moderato, convinto che simili azioni possano produrre l’effetto opposto all’interno della società tradizionale e conservatrice afghana.»

Libertà di scegliere

La scrittrice ritiene che ciò che unisce tutte queste donne, nonostante le differenti visioni, sia soprattutto la questione della libertà di scelta e della libertà di agire.

Secondo Amiri: «Per una donna che non condivide il tipo di hijab imposto dai Talebani, oggi la libertà può significare semplicemente poter scegliere di non indossare il chador e vestirsi come ritiene opportuno. Ma anche la donna velata che partecipa alle proteste, tiene in mano un cartello e parla ai media, chiede libertà. Vogliono che una donna sia libera e che, all’interno della stessa società, sia che scelga di indossare il velo, sia che rifiuti il velo imposto, nessuno le impedisca di vivere secondo la propria scelta.»

Forouzan Amiri aggiunge che il tema della libertà, per le donne afghane di oggi, non riguarda soltanto il velo.

«La sorveglianza e la privazione della libertà delle donne afghane si sono estese a ogni ambito della loro vita, perfino alle decisioni più intime e private. Per questo la libertà evocata da questi slogan ha un significato molto più ampio: comprende la libertà di decidere, la libertà di agire e la libertà di scegliere il proprio abbigliamento.

È proprio questo che oggi riunisce le donne afghane sotto un unico slogan. Vediamo donne velate manifestare accanto a donne che non sostengono il velo. Vediamo una donna con il foulard che grida slogan di protesta e, accanto a lei, un’altra che considera il velo uno strumento di oppressione e gli dà fuoco.»

Per spiegare questa situazione, Tarannom Seydi porta l’esempio della propria vita.

Indossando un leggero foulard che copre soltanto una parte dei capelli, lasciando scoperti il volto e il collo, racconta che ancora oggi, pur vivendo in Canada dove non esiste alcun obbligo, continua a vestirsi in questo modo perché è una sua scelta personale.

Secondo lei, è proprio questo ciò che desiderano gli afghani: avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio comportamento, il proprio modo di parlare e il proprio abbigliamento.

«Durante i vent’anni della Repubblica, secondo la nostra Costituzione, l’hijab era una scelta personale. Se una donna teneva il capo scoperto, mostrava le gambe, indossava o non indossava il velo, nessuno aveva il diritto di chiederle perché lo facesse.

Molte donne non portavano alcun velo. Altre indossavano semplicemente un foulard sul capo o lasciato sulle spalle. Io stessa, allora, uscivo in Afghanistan indossando pantaloni e un cappello. Naturalmente c’erano anche molte donne che sceglievano di portare il chador. Oggi, invece, i Talebani impongono un determinato modo di vestirsi, e qualsiasi imposizione è amara.»

Una lotta che non è soltanto contro i Talebani

Questa imposizione, tuttavia, non proviene soltanto dai Talebani.

Molte donne afghane devono affrontare costrizioni anche all’interno delle proprie famiglie e nella società, e quando vengono arrestate subiscono un prezzo ancora più pesante anche dopo essere uscite di prigione.

Secondo Shahrzad Akbar, in Afghanistan l’esperienza del carcere comporta un grave costo sociale per una donna. Molte di loro, anche se trattenute soltanto per poche ore, incontrano enormi difficoltà nel tornare alla propria famiglia e vengono emarginate sia dai parenti sia dalla comunità.

«In altre parole, invece di ritenere responsabile chi opprime o aggredisce, la società tende ad accusare la donna che è stata vittima di quella violenza o di quella repressione.»

Anche Forouzan Amiri racconta: «I messaggi più dolorosi che negli ultimi tempi abbiamo ricevuto dalle giovani donne erano di questo tipo: quando vogliamo uscire di casa con questi stessi abiti e con il nostro lungo mantello, i nostri padri ci dicono: “Non uscire. Se ti arrestano, io non farò nulla. Saranno affari tuoi. Non ti proteggerò.”

Oppure sono le madri a dire loro: “Che cosa ti costa mettere anche il chador, così almeno non nasceranno problemi?”»

La resistenza nascosta continua

Secondo le notizie provenienti da Herat, oggi la città vive in un clima di sicurezza estremamente rigido e gli attivisti politici e civili nutrono poche speranze che, nel prossimo futuro, possano svilupparsi nuove grandi manifestazioni di piazza.

Tuttavia, come osserva Forouzan Amiri: «Anche in questo momento diversi gruppi, soprattutto di donne, continuano a riunirsi in spazi privati e nelle abitazioni per organizzare nuove proteste. Le scritte sui muri continuano ad apparire. Assistiamo perfino all’incendio delle immagini dei leader talebani nei vicoli di Herat, Kabul e Mazar-e Sharif, e i video di questi episodi vengono diffusi sui social network.

La popolazione cerca con ogni mezzo di far arrivare il proprio racconto, nonostante tutte le restrizioni: usando pseudonimi, alterando la voce nei podcast e ricorrendo a qualsiasi altro espediente. Tutti questi sono piccoli bagliori di speranza.

È possibile che questa protesta, se non nell’immediato, almeno in futuro, rappresenti l’inizio di una nuova forma di resistenza.»

 

Proteste anti-talebane: le manifestazioni in 29 città nel mondo

Afghanistan International, 22 giugno 2026

Le manifestazioni di protesta degli afghani residenti all’estero e degli attivisti per i diritti umani a sostegno delle donne afghane e in condanna della sanguinosa repressione delle proteste a Herat si sono estese negli ultimi giorni a 29 città di diversi Paesi del mondo.

Cittadini afghani e sostenitori dei diritti delle donne hanno organizzato ampie manifestazioni in città d’Europa, Canada, Stati Uniti, Australia e in altre parti del mondo.

Queste proteste sono nate in seguito all’arresto di donne e ragazze a Herat e alla repressione mortale della manifestazione del 19 Jawza da parte dei talebani.

I manifestanti, con slogan come «Istruzione, lavoro e libertà», «Salvate le donne dell’Afghanistan» e con la condanna dell’«apartheid di genere» imposto dai talebani, hanno chiesto un intervento immediato della comunità internazionale, il mancato riconoscimento del regime talebano e pressioni per la liberazione delle persone arrestate.

Istruzione, lavoro, libertà

In Germania si sono svolte grandi manifestazioni nelle città di Amburgo, Berlino, Monaco, Francoforte, Düsseldorf, Norimberga, Stoccarda e Darmstadt, alcune delle quali hanno visto la partecipazione di centinaia di persone.

Anche in Canada le città di Toronto, Vancouver e Calgary sono state teatro di manifestazioni analoghe. In Svezia si sono svolti raduni a Stoccolma e Uppsala, mentre in Austria i manifestanti si sono riuniti a Vienna.

In Australia sono state segnalate manifestazioni a Sydney, Melbourne e Canberra. Eventi simili si sono svolti anche a Parigi, Bruxelles, Bilbao, Helsinki, Madrid, Roma, Lussemburgo, Zurigo, Washington e Chicago.

Anche in Asia gli afghani si sono riuniti a Teheran e Mashhad per sostenere le donne afghane e protestare contro la repressione delle donne a Herat.

Gli attivisti presenti alle manifestazioni hanno sottolineato che la repressione delle proteste a Herat rappresenta solo un esempio delle politiche sistematiche dei talebani contro le donne; politiche che comprendono severe restrizioni sull’abbigliamento, il divieto di istruzione e di lavoro e arresti arbitrari.

Molti oratori hanno chiesto alle Nazioni Unite e ai Paesi occidentali di riconoscere questa situazione come un «apartheid di genere» e di adottare misure più concrete.

Questa ondata globale di proteste continua mentre, all’interno dell’Afghanistan, la presenza delle donne nelle strade di Herat è diminuita in modo significativo e prevale un clima di forte controllo securitario.

Organizzazioni come Amnesty International e i relatori per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno anch’essi condannato, attraverso dichiarazioni ufficiali, la repressione da parte dei talebani delle manifestazioni pacifiche dei cittadini.

Nella sanguinosa repressione delle proteste del mese scorso a Herat, almeno due adolescenti sono stati uccisi e diverse altre persone sono rimaste ferite.

Una piazza per le donne e il popolo dell’Afghanistan

 

Alessia Ghiraldo, CISDA, 23 giugno 2026

“Libertà per le donne afghane!”

“Istruzione, Lavoro, Libertà”

“Coraggio, Dignità, Libertà”

“Free, free, afghan woman!”

“Azadi! Libertà!”

Questi alcuni degli slogan intonati in Piazza Santi Apostoli (Roma) durante la manifestazione “Donne di Herat – Istruzione Lavoro Libertà” dello scorso 21 giugno. Una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana – la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo dell’Afghanistan.

La manifestazione si apre con un minuto di silenzio in ricordo di tutte le vittime dell’Afghanistan dei Talebani, con particolare enfasi sugli ultimi avvenimenti di Herat, in cui alcune donne sono state maltrattate e imprigionate per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento talebano; dopo questo episodio donne e uomini si sono riversati in una protesta tra le strade di Herat, accolti però dalla repressione dei Talebani, che hanno aperto il fuoco uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo altri manifestanti. Un silenzio carico di emozione e di commozione e che racchiude, in realtà, dentro di sé un grido di stanchezza, rabbia, denuncia, forza, voglia e necessità di cambiamento.

Al silenzio si susseguono poi voci, contributi, testimonianze e rappresentazioni legati da un unico filo rosso: la solidarietà e la vicinanza alle donne dell’Afghanistan, la denuncia forte e decisa nei confronti dei Talebani e il loro regime di terrore, la mobilitazione civile che a gran voce si oppone a qualsiasi forma di apertura verso il regime e la resistenza di un popolo che si batte per un Afghanistan libero.

Le voci e la presenza delle associazioni e organizzazioni – come il Cisda, la Comunità di Sant’Egidio, Binario 15, Associazione Nawroz, Nove Caring Humans, Amnesty International, Partito Radicale – si sono susseguite alla voce e alla presenza dei singoli – come Stefano Liberti, Zahra Tofigh e Lucia Mazzanti (quest’ultima in veste di mediatrice dell’intero evento). Voci che hanno raccontato dell’Afghanistan, che hanno portato la voce diretta e indiretta delle donne e del popolo afghano, che hanno raccontato del proprio lavoro e del proprio contributo in solidarietà con le donne e con la comunità dell’Afghanistan e che hanno ampliato il grido di resistenza e di protesta.

Ma le vere e i veri protagonisti sono state donne, ragazze, uomini e ragazzi afghani presenti alla manifestazione. Studentesse e studenti, attiviste e attivisti, rappresentanti di associazioni e organizzazioni, famiglie con le proprie bambine e i propri bambini; sono le testimonianze dirette di un popolo che soffre e ha sofferto, di donne e ragazze che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione e negazione di ogni diritto fondamentale, di uomini e ragazzi che vogliono sconfiggere la narrazione tossica e patriarcale dei Talebani, di artiste e artisti che con la propria arte e con le proprie rappresentazioni hanno raccontato l’incubo di vivere sotto un regime di terrore, di privazione, di morte. La loro voce e le loro testimonianze sono state accompagnate da letture di poesie e racconti, da canti e da balli, da piccole ma potenti messe in scene teatrali, da grida e da gesti – il più emblematico: il “Signal For Help” internazionale (palmo rivolto verso l’interlocutore, pollice piegato all’interno e chiusura e apertura delle altre dita) utilizzato come gesto silenzioso per comunicare una situazione di pericolo, utilizzato soprattutto dalle donne in dinamiche di violenza.

Voci, gesti e testimonianze di persone che sono riuscite a scappare dall’Afghanistan, ma che non per questo hanno dimenticato il loro popolo e le loro donne, e che cercano tutti i giorni di essere vicine e vicini a quel popolo e a quelle donne, di far sentire la loro voce, di battersi affinché più persone e donne possano scappare…ma soprattutto battersi affinché quel popolo e quelle donne possano liberarsi, una volta per tutte, dal terrore e dalla violenza del regime talebano e possano tornare a godere dei propri diritti e tornare a respirare e a vivere in un paese finalmente libero.

Tanti i cartelli e gli striscioni: slogan e frasi che richiamano la lotta e la libertà del popolo dell’Afghanistan, messaggi di solidarietà e vicinanza alle donne afghane, denunce dirette contro i Talebani, una lista di tutti i divieti emanati dai Talebani e che gravano sulla vita e sui corpi delle donne afghane, messaggi di pace, di resilienza e di resistenza. E infine un grande striscione bianco, su cui bambine e bambini afghani hanno colorato e disegnato, facendo sentire anche la loro piccola – ma non per questo meno grande ed importante – voce per le donne e per un popolo che molti di loro non hanno neanche avuto modo di incontrare.

Un coro di voci, di presenze e di contributi che hanno animato una piazza intera per quasi 3 ore e che ci ha tenuto a mandare un messaggio forte e chiaro: vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell’Afghanistan, appoggio alla liberazione di un popolo contro un regime di terrore e di violenza, e opposizione alla complicità e al silenzio di gran parte della comunità e delle istituzioni europee e internazionali.

Cittadini afghani in Italia protestano contro i talebani, scandendo slogan come “Istruzione, lavoro, libertà”.

8.am.media, 14 giugno 2026

Italia: Diversi cittadini afghani a Roma hanno manifestato contro la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan e contro i recenti incidenti a Herat, scandendo lo slogan “Istruzione, Lavoro, Libertà” contro i talebani.

Sabato 14 giugno, cittadini afghani residenti in Italia si sono riuniti a Roma, capitale d’Italia, per protestare contro la situazione delle donne afghane sotto il regime talebano, nonché contro i recenti episodi di violenza nella provincia di Herat, scandendo lo slogan “Istruzione, Lavoro, Libertà”.

La comunità afghana di Roma ha organizzato la manifestazione per protestare contro le politiche dei talebani, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni europee su quella che definiscono una “crisi silenziosa dei diritti delle donne in Afghanistan”.

I partecipanti alla protesta hanno sottolineato che le ampie restrizioni imposte a donne e ragazze negli ultimi anni hanno gravemente compromesso la vita di milioni di persone, privandole di istruzione, lavoro, libertà personali e partecipazione sociale.

Hanno inoltre fatto riferimento ai recenti incidenti di Herat, Mazar-i-Sharif e Kabul, esortando la comunità internazionale a prestare seria attenzione alla situazione delle donne in Afghanistan.

Uno degli organizzatori della protesta ha affermato che la manifestazione rappresentava un’opportunità per dare voce al popolo afghano, insieme ad altre rivendicazioni umanitarie e sociali. Ha aggiunto: “In un momento in cui è stato inviato un invito ufficiale ai talebani per colloqui a Bruxelles sui migranti afghani, siamo seriamente preoccupati che tali passi possano portare alla normalizzazione e alla legittimazione di un gruppo che ha privato le ragazze dell’istruzione, estromesso le donne dalla vita pubblica e limitato molti diritti fondamentali dei cittadini”.

Ha affermato che i partecipanti si sono uniti alla protesta per far sentire la propria voce all’Unione Europea e alla comunità internazionale, esortandole a tenere in considerazione la reale situazione del popolo afghano, in particolare delle donne, nelle loro decisioni.

Una partecipante ha affermato: “Oggi, le ragazze afghane non solo sono private dell’istruzione e del lavoro, ma in molti casi viene loro negato persino il diritto di scegliere la propria vita e il proprio futuro. Siamo qui per ricordare al mondo che le donne afghane non sono state dimenticate”.

Un’altra partecipante ha affermato: “Siamo a migliaia di chilometri di distanza dall’Afghanistan, ma i nostri cuori battono ogni giorno con quelli delle donne e delle ragazze a cui sono stati negati i diritti più elementari. La nostra presenza qui è un tentativo di garantire che le loro voci non vengano soffocate dal rumore della politica e degli interessi globali”.

Le manifestanti hanno chiesto alla comunità internazionale di non escludere i diritti delle donne afghane dalla propria agenda e di dare priorità ai diritti delle donne e delle ragazze nell’impegno politico e diplomatico con i talebani.

Hanno sottolineato che tali proteste non si limiteranno all’attuale raduno e che nei prossimi giorni si terranno a Roma altre grandi manifestazioni.

Gli organizzatori hanno inoltre sottolineato che i recenti tragici eventi a Herat e in altre province hanno evidenziato, più che mai, l’urgente necessità di un’attenzione internazionale sulla situazione delle donne in Afghanistan.

Secondo loro, ciò che le donne afghane stanno vivendo oggi non è semplicemente una serie di restrizioni isolate, ma un chiaro esempio di “apartheid di genere”, un sistema in cui donne e ragazze vengono sistematicamente private dei diritti fondamentali, delle pari opportunità e della partecipazione attiva alla società.

Hanno esortato la comunità internazionale, le organizzazioni per i diritti umani e i governi europei a non rimanere in silenzio e ad assumere una posizione chiara e responsabile a sostegno dei diritti e delle libertà delle donne afghane.

Negli ultimi giorni sono emerse notizie riguardo alla decisione dell’Unione Europea di invitare una delegazione talebana a Bruxelles per colloqui sui migranti espulsi.

Sebbene l’Unione Europea abbia dichiarato che il dialogo con i talebani non implica il riconoscimento, queste notizie hanno suscitato reazioni diffuse da parte degli attivisti per i diritti umani e per i diritti delle donne.

 

Quando la cancellazione delle donne non fa più notizia: Herat e la nascita dell’apartheid di genere

8am.media, 11 giugno 2026, di Wahed Gulrani 

Negli ultimi giorni, immagini e resoconti provenienti da Herat hanno scosso molti cittadini afghani. Le notizie descrivono donne fermate per strada e nei bazar, uomini costretti a firmare impegni per controllare l’abbigliamento delle donne nelle loro famiglie e imam delle moschee utilizzati per trasmettere questi ordini. Al di là delle reazioni immediate, forse la vera domanda è un’altra: ciò che sta accadendo oggi a Herat è solo un insieme sporadico di restrizioni, o il segno di un processo più ampio che sta abituando la società ad accettare la graduale esclusione delle donne dalla vita pubblica?

Ripensando agli ultimi anni, le restrizioni imposte alle donne in città si sono gradualmente ampliate. Nel maggio 2022, i talebani hanno limitato la presenza femminile in alcuni parchi e impianti sportivi, interrotto le attività in molti sport femminili e imposto restrizioni all’accesso delle famiglie ai ristoranti. Nel novembre 2025, i talebani hanno vietato alle donne senza burqa l’ingresso in molti uffici e centri di servizi a Herat, istituendo giorni separati per uomini e donne per l’accesso a tali servizi. Ora, nel 2026, emergono notizie di donne fermate per strada e nei bazar. Considerati insieme, questi eventi sono difficili da interpretare come una serie di decisioni scollegate.

A prima vista, tutto questo potrebbe sembrare incentrato unicamente sull’hijab. La realtà è ben più ampia. La vera questione è fino a che punto le donne possano essere presenti nella società, dove possano andare, cosa possano fare e quale ruolo possano svolgere nella vita pubblica. Ciò che sta accadendo oggi a Herat non è semplicemente una disputa sull’abbigliamento. Fa parte di un processo che sta restringendo e controllando sempre più rigidamente la presenza delle donne nella società.

Questo processo può essere compreso nel quadro dell’apartheid di genere: una condizione in cui le donne, a causa del loro genere, vengono gradualmente private di pari diritti, opportunità e presenza nella vita pubblica. Un sistema del genere raramente si forma attraverso un singolo decreto improvviso. Si costruisce attraverso il costante accumulo di restrizioni, divieti e meccanismi di controllo.

Perché Herat? Negli ultimi due decenni, Herat è stata uno dei centri più importanti in Afghanistan per l’istruzione femminile, le attività culturali, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la formazione di istituzioni della società civile. In molti ambiti, i cambiamenti sociali riguardanti le donne si sono manifestati in questa città prima che in altre parti del paese. Per questo motivo, Herat non è una città qualsiasi per i talebani. È il simbolo di un tipo di vita urbana e sociale che si discosta dalla loro visione di un ordine sociale auspicabile. Da questa prospettiva, ciò che sta accadendo oggi a Herat può essere interpretato come un tentativo di ridefinire tale ordine. Herat non è tanto un luogo in cui le politiche vengono semplicemente implementate, quanto piuttosto un laboratorio sociale: uno spazio in cui si possono testare il livello di resistenza pubblica, le reazioni delle famiglie e la fattibilità di estendere queste restrizioni ad altre parti del paese.

L’argomentazione centrale di questo articolo è che ciò che vediamo oggi a Herat non è una manciata di restrizioni isolate. Presi insieme, gli eventi rivelano uno schema chiaro. In primo luogo, le donne vengono estromesse da certi spazi pubblici. Poi la loro presenza in altri spazi diventa subordinata a nuovi requisiti. Successivamente, parte della responsabilità del controllo viene trasferita alle famiglie e alle comunità. La presenza delle donne nella sfera pubblica viene quindi inquadrata come una questione di sicurezza. Infine, queste forme di discriminazione diventano una caratteristica normale della vita quotidiana. Il significato di Herat risiede proprio qui: dimostra che l’allontanamento delle donne dalla vita pubblica non avviene tutto in una volta, ma gradualmente, attraverso restrizioni che si ampliano progressivamente.

L’allontanamento delle donne dallo spazio pubblico

La prima fase ora visibile a Herat è la graduale estromissione delle donne da alcuni spazi pubblici. Dopo il ritorno al potere dei talebani, la presenza femminile in alcuni parchi, attività sportive, luoghi di svago e diversi spazi sociali è stata limitata. A prima vista, queste misure potrebbero sembrare riguardare solo il tempo libero, ma il loro significato va ben oltre.

Gli spazi pubblici non sono solo luoghi di svago. Parchi, centri culturali, club sportivi e altri luoghi pubblici fanno parte della vita sociale delle persone. Sono luoghi in cui le persone si incontrano, stringono legami, partecipano ad attività sociali e sviluppano un senso di appartenenza. Escludere un gruppo da questi spazi non significa quindi solo negargli l’accesso ad alcuni luoghi specifici, ma restringere la sua partecipazione alla vita sociale stessa.

L’importanza di questa fase risiede nel fatto che la discriminazione raramente inizia con esclusioni generalizzate e immediate. In molti casi, un gruppo viene inizialmente tenuto fuori da determinati spazi pubblici, e le restrizioni si estendono poi ad altri ambiti. Quando un gruppo è meno presente nella società, la sua assenza, col tempo, inizia a essere percepita come più naturale.

È qui che compaiono i primi segnali di apartheid di genere. L’obiettivo non è semplicemente chiudere qualche parco o vietare determinati sport. Lo scopo è quello di instaurare gradualmente la percezione che la presenza delle donne in ogni spazio pubblico non sia né naturale né scontata. Una volta limitata la loro presenza in una parte della società, diventa più facile limitarla in altre.

Le restrizioni iniziali imposte dai talebani non possono essere interpretate semplicemente come decisioni isolate riguardanti lo sport o il tempo libero. Esse tracciarono il primo confine tra le donne e la sfera pubblica, inviando il messaggio che la presenza femminile non è più un diritto scontato, ma qualcosa che può essere limitato.

L’apartheid di genere, tuttavia, non si limita a escludere le donne da determinati spazi pubblici. Il processo entra poi in una nuova fase, in cui la questione non è più semplicemente se le donne siano presenti, ma come possano esserlo. Alle donne può ancora essere consentito di stare in pubblico, ma solo alle condizioni stabilite dai talebani.

Dal diritto alla presenza alla presenza condizionata

L’allontanamento delle donne da certi spazi pubblici non segnò la fine di questo processo. La fase successiva iniziò quando le donne non furono più completamente escluse, ma la loro presenza venne vincolata a nuove condizioni e restrizioni. La questione non era più se le donne potessero essere presenti, ma a quali condizioni sarebbe stato loro permesso di apparire in pubblico.

Esempi si possono trovare nelle restrizioni imposte a ristoranti, alcuni servizi pubblici, uffici governativi, luoghi di lavoro e persino strutture sanitarie. In questi casi, i talebani non affermano apertamente che le donne non abbiano il diritto di essere presenti. Piuttosto, stabiliscono le condizioni alle quali le donne possono esercitare tale diritto. In apparenza, le donne possono ancora utilizzare alcuni servizi e spazi, ma la loro presenza non è più un diritto paritario. È vincolata alle condizioni definite dai talebani.

Il significato di questa fase risiede proprio in questo cambiamento. In circostanze normali, far parte della società e avere accesso ai servizi pubblici sono tra i diritti fondamentali dei cittadini. Una volta che questi diritti diventano condizionali, cessano di essere garantiti. Le donne devono continuamente adattarsi agli standard imposti dai talebani per poter accedere a diritti che, in condizioni normali, dovrebbero essere applicati equamente a tutti i cittadini.

Questa fase rivela una delle caratteristiche distintive dell’apartheid di genere. L’obiettivo non è solo quello di emarginare le donne dalla società, ma di subordinare la loro presenza alla volontà e alle decisioni dei talebani. Qualsiasi diritto che diventi condizionato può essere limitato o revocato in qualsiasi momento. La presenza condizionata è quindi uno degli strumenti di controllo più efficaci. Le donne apparentemente non vengono allontanate dalla società, eppure rimangono sotto costante sorveglianza, senza alcuna garanzia sulla durata di tale diritto.

Se l’allontanamento delle donne da certi spazi pubblici ha tracciato la prima linea di demarcazione tra le donne e la società, la presenza condizionata l’ha ulteriormente accentuata. Ma non è finita qui. La fase successiva è iniziata quando il controllo sulle donne non è più stato esercitato esclusivamente dalle istituzioni ufficiali, e parte di questa responsabilità è stata trasferita alle famiglie e alle relazioni sociali quotidiane.

La famiglia come strumento di controllo

Uno degli sviluppi più significativi a Herat negli ultimi giorni non è solo la detenzione di donne, ma anche le promesse estorte agli uomini di controllare il comportamento e l’abbigliamento delle donne nelle loro famiglie. Nessun governo può essere presente in ogni strada, in ogni casa e in ogni interazione quotidiana. Per questo motivo, molti sistemi autoritari cercano di trasferire parte del lavoro di monitoraggio e controllo alla società stessa. La famiglia è uno degli strumenti più potenti a questo scopo.

Quando a un padre, un fratello o un marito viene chiesto di assumersi la responsabilità del comportamento delle donne nella sua famiglia, il controllo non viene più esercitato solo dalle istituzioni ufficiali, ma si estende all’interno delle mura domestiche. In una situazione del genere, i talebani non si limitano a sorvegliare le donne, ma trasformano le persone a loro più vicine in parte integrante del meccanismo di controllo. Il controllo sulle donne si sposta dalla strada alla famiglia.

Questa politica rimodella anche i rapporti familiari. La famiglia, che dovrebbe essere un luogo di sostegno, fiducia e sicurezza, si trasforma gradualmente in uno spazio di controllo e responsabilità. Di conseguenza, la pressione esercitata dai talebani non si rivolge solo alle donne, ma coinvolge ogni membro della famiglia.

Questa fase rappresenta una delle componenti chiave nella costruzione dell’apartheid di genere. Il controllo non viene più esercitato esclusivamente attraverso le normative talebane. Parte di esso viene delegata alla società stessa. Quanto più questa situazione si diffonde, tanto meno i talebani avranno bisogno di intervenire direttamente. Di conseguenza, molte donne e famiglie adattano gradualmente il proprio comportamento alle restrizioni esistenti, anche in assenza della Polizia Morale. Il controllo, quindi, non proviene più solo dall’esterno, ma si riproduce all’interno della società stessa.

Eppure, nemmeno questa è la fase finale. Se le fasi precedenti hanno ridotto la presenza delle donne e trasferito parte della responsabilità del controllo alle famiglie, la fase successiva trasforma la presenza stessa delle donne nella società in una questione di sicurezza.

La securitizzazione della presenza femminile

L’arresto di donne nelle strade e nei bazar di Herat segna una nuova tappa in questo processo. Se le fasi precedenti limitavano la presenza delle donne in determinati spazi, subordinavano il loro accesso a servizi e strutture e trasferivano parte della responsabilità del controllo sulle famiglie, ora la stessa presenza delle donne nella società è diventata una questione di sicurezza.

La securitizzazione implica che le donne non debbano più affrontare solo restrizioni amministrative o sociali. La semplice presenza in uno spazio pubblico può ora esporle a detenzione, interrogatorio o scontro con le forze talebane. Il problema non riguarda solo il loro abbigliamento. La presenza delle donne nelle strade, nei bazar e in altri spazi pubblici è diventata di per sé oggetto di controllo e intervento.

Questo è importante perché la strada è lo spazio pubblico per eccellenza nella vita sociale. Parchi, club sportivi o certi uffici possono essere chiusi, ma la strada è il simbolo del diritto di vivere in città. Quando anche solo trovarsi in strada può portare all’arresto di una donna, il messaggio è che la presenza femminile nella sfera pubblica non è più considerata normale o scontata.

In tali condizioni, la paura diventa uno degli strumenti di controllo più potenti. Ogni uscita di casa può comportare la preoccupazione di essere fermate, interrogate, umiliate o arrestate. Di conseguenza, molte donne riducono la propria presenza nella società senza mai entrare in contatto diretto con i talebani. Parte del controllo viene esercitato attraverso la paura e l’autolimitazione.

La securitizzazione, inoltre, non si ferma alle donne. Dopo la diffusione di notizie sugli arresti di donne, diversi residenti del distretto di Jibrail si sono riuniti per protestare, solo per essere accolti da colpi d’arma da fuoco dei talebani che hanno ferito diverse persone. L’episodio dimostra che il problema non è più solo il controllo delle donne. Quando le proteste contro la detenzione delle donne vengono a loro volta represse dalle forze di sicurezza, la portata del controllo si estende oltre le donne, a coloro che difendono i loro diritti. Ma non è finita qui. La fase successiva arriva quando queste restrizioni diventano così normali da non sorprendere più nessuno.

La normalizzazione della discriminazione: il punto d’arrivo dell’apartheid di genere

La fase più pericolosa di qualsiasi sistema di discriminazione inizia solitamente quando la discriminazione non viene più percepita come strana o insolita. L’apartheid di genere non si radica semplicemente con l’emanazione di ordinanze o l’imposizione di restrizioni. Si radica quando tali restrizioni diventano parte integrante della vita quotidiana.

In tali condizioni, la società si abitua gradualmente all’assenza delle donne da diversi ambiti. La minore presenza femminile nelle strade, nei parchi, nelle università, nei luoghi di lavoro e in altri contesti sociali non desta più scalpore. Ciò che un tempo sembrava inaccettabile diventa progressivamente una caratteristica ordinaria della realtà quotidiana.

Questa normalizzazione non avviene dall’oggi al domani. Inizialmente, ogni nuova restrizione suscita dibattito, proteste e resistenze. Ma con il susseguirsi delle restrizioni, la sensibilità della società si affievolisce lentamente. Ciò che ieri era scioccante oggi appare normale, e ciò che oggi è diventato normale potrebbe non essere nemmeno più oggetto di discussione domani.

A quel punto, la discriminazione non risiede più solo nella legge. Si insinua silenziosamente nella cultura e nelle relazioni sociali. Le persone si adattano alle nuove condizioni, abbassano le proprie aspettative e si abituano a vedere meno donne in diversi ambiti. Col tempo, l’esclusione delle donne non è più solo il risultato di alcuni decreti politici. Diventa parte della realtà accettata della vita sociale.

Il significato dei recenti eventi di Herat risiede proprio qui. Ciò che è accaduto in città non si limita a qualche arresto o a qualche nuovo provvedimento. Se l’allontanamento delle donne da certi spazi pubblici, il condizionamento della loro presenza, l’utilizzo delle famiglie a scopo di controllo e la militarizzazione della loro esistenza rappresentano i primi anelli di questa catena, la normalizzazione di questa situazione potrebbe esserne l’ultimo.

Conclusione

Il tema centrale di questo articolo non è solo Herat, ma anche le donne. È il futuro della società afghana. Ogni società è definita, in parte, da come tratta i suoi gruppi più vulnerabili. Quando metà della società viene gradualmente emarginata dalla vita pubblica, ciò che si perde non sono solo i diritti delle donne. Con essi si perde anche parte della capacità, del dinamismo e della diversità della società stessa.

Forse è per questo che l’importanza di Herat non risiede solo in ciò che vi accade oggi. Il significato dei recenti eventi in città sta nel fatto che offrono uno scorcio di un possibile futuro che potrebbe gradualmente estendersi ad altri ambiti della società. Se Herat viene considerata un laboratorio sociale, la questione centrale è quale sarà il risultato di questo esperimento.

L’apartheid di genere non è completo quando viene imposta l’ultima restrizione. È completo quando l’esclusione delle donne non fa più notizia. Il momento più pericoloso è proprio quello: quando la società non si stupisce più dell’assenza di metà di sé.

 

«Diritti e libertà»: due morti nelle proteste in Afghanistan

Avvenire, 10 giugno 2026

Una nuova ondata di arresti per non aver indossato correttamente il velo scatena la protesta a Herat: uomini e donne in piazza, la repressione è durissima

Gridavano “Educazione Lavoro Libertà” mentre bastonate e frustate si abbattevano su di loro. Le Forze di sicurezza hanno sparato, ferendo diversi manifestanti e uccidendo due di loro, uno dei quali è un ragazzo. Le notizie e i video che agenzie indipendenti hanno pubblicato nelle ultime ore mostrano una rarissima manifestazione a difesa dei diritti delle donne a Herat, la terza città dell’Afghanistan, nel nord-ovest del Paese. A colpire è che martedì a fianco delle donne sono scesi in strada gli uomini, poi violentemente dispersi dai taleban a colpi di armi da fuoco e bastoni. Secondo alcuni testimoni la polizia ha sparato alla testa, al petto e alle gambe dei manifestanti. La protesta è nata spontaneamente dopo la nuova ondata di repressione che ha portato all’arresto, nelle scorse settimane, di oltre 30 donne nella provincia di Herat perché indossavano il velo in modo non conforme alle prescrizioni dell’Emirato islamico. La polizia morale da giorni ha intensificato i controlli nelle automobili e nei carretti per verificare il rispetto delle norme che vietano di truccarsi e di mostrare il volto. Una infermiera, riporta Asianews, è stata arrestata dopo il turno di lavoro nonostante fosse accompagnata dal marito, come peraltro impone la legge.

La Missione dell’Onu per l’Afghanistan (Unama) si è detta «allarmata dall’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza de facto afghane». Saeed Masoud Hussaini, portavoce della polizia di Herat, dal canto suo ha accusato i manifestanti di voler «turbare l’ordine pubblico». Le persone «hanno tentato di radunarsi e creare tensioni con il pretesto di protestare contro questioni legate all’osservanza del codice di abbigliamento hijab», ha dichiarato il portavoce. Ma in ballo c’è ben di più del velo, e il grido di chi coraggiosamente è sceso in strada a Herat lo ricorda: c’è il diritto di studiare, interdetto alle ragazze dopo i 12 anni, di lavorare e poter decidere sulla propria vita.
Secondo il rapporto trimestrale presentato dal segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres, al Consiglio di sicurezza, tra febbraio e aprile 2026 l’Unama, la missione dell’Onu in Afghanistan, ha registrato 3.687 incidenti legati alla sicurezza, con un aumento del 57,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le formazioni armate ostili ai talebani restano attive in diverse province. Il Fronte nazionale di resistenza, il Fronte nazionale di mobilitazione e il Green Trend Movement hanno rivendicato complessivamente 18 attacchi, sedici dei quali sono stati confermati dalle Nazioni unite. Pur non rappresentando una minaccia concreta al controllo territoriale esercitato dai talebani, questi gruppi continuano a operare attraverso lanci di razzi, attacchi con granate e assalti contro posti di blocco e convogli di sicurezza. Il rapporto denuncia inoltre il persistere di gravi violazioni dei diritti umani. Nei tre mesi presi in esame sono state registrate cinque uccisioni di ex membri delle forze di sicurezza afgane, venti casi di detenzione arbitraria e otto episodi di tortura o maltrattamenti. Le autorità talebane hanno inoltre eseguito 228 fustigazioni pubbliche, che hanno coinvolto 29 donne, 196 uomini e tre minori accusati di reati come adulterio, gioco d’azzardo, consumo di alcol o relazioni omosessuali.

Herat esplode in proteste dopo che i talebani hanno aperto il fuoco sui manifestanti che chiedevano libertà.

Rawa news, 10 giugno 2026

Le forze talebane hanno aperto il fuoco sui manifestanti che chiedevano “Istruzione, Lavoro, Libertà” dopo l’arresto di donne e ragazze, provocando numerose vittime e scatenando un’ondata di indignazione.

HERAT, Afghanistan — 9 giugno 2026: La città di Herat, nell’Afghanistan occidentale, è stata teatro martedì 9 giugno di una delle più significative proteste anti-talebani degli ultimi mesi, dopo che i residenti sono scesi in piazza indignati per la detenzione di donne e ragazze da parte del cosiddetto Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei talebani.

Le manifestazioni sono iniziate nel distretto di Jebrail, una zona densamente popolata di Herat, dove centinaia di residenti si sono riuniti per condannare i recenti arresti di donne e rivendicare diritti e libertà fondamentali. I manifestanti hanno ripetutamente scandito gli slogan “Istruzione, Lavoro, Libertà” e “Pane, Lavoro, Libertà”, chiedendo la fine della crescente repressione talebana e l’immediato rilascio dei detenuti.

Secondo fonti locali, i disordini sono scoppiati in seguito all’arresto di diverse giovani donne avvenuto il 7 giugno. Testimoni oculari affermano che la polizia morale talebana ha fermato almeno nove ragazze, nonostante fossero vestite in modo appropriato secondo le prescrizioni di abbigliamento imposte dai talebani. I talebani non hanno fornito alcuna spiegazione per gli arresti e il luogo in cui si trovano le donne fermate rimane sconosciuto.

Anziché affrontare le preoccupazioni dell’opinione pubblica, le forze talebane hanno risposto con la violenza.

Numerosi testimoni oculari riferiscono che unità talebane armate hanno aperto il fuoco sulla folla, in gran parte pacifica, pochi minuti dopo l’inizio della manifestazione. Video che circolano sui social media mostrano membri talebani armati che sparano, picchiano i manifestanti con bastoni, lanciano pietre e aggrediscono i civili. Un video ampiamente condiviso sembra mostrare un combattente talebano che spara deliberatamente a una donna che indossava l’hijab, facendola cadere a terra.

Secondo fonti locali, almeno due manifestanti sono stati uccisi e altri 22 feriti durante la repressione. Tra i feriti figurano due ragazzi di 14 e 16 anni, che avrebbero riportato ferite da arma da fuoco alla testa e al collo. Anche diversi civili, tra cui un bambino, sono rimasti feriti.

Si ritiene che più di dieci persone siano state arrestate durante e dopo la manifestazione, sebbene il numero esatto rimanga incerto.

La repressione non terminò con lo sgombero delle strade.

Secondo quanto riferito dai residenti, le forze talebane hanno lanciato una vasta caccia all’uomo a Jebrail in seguito alla protesta. Pattuglie armate a bordo di motociclette, veicoli dei ranger e auto civili si sono mosse nei quartieri alla ricerca dei partecipanti. Il personale talebano avrebbe monitorato gli edifici circostanti e arrestato individui sospettati di filmare gli eventi.

Un residente locale ha raccontato ai giornalisti che i combattenti talebani hanno notato un uomo che stava filmando dalla finestra di casa sua. “Lo hanno trascinato fuori di casa e lo hanno arrestato”, ha detto la fonte.

Secondo alcune fonti, le forze talebane avrebbero visitato gli ospedali di Herat, apparentemente nel tentativo di identificare e arrestare i manifestanti feriti. Ulteriori rinforzi sarebbero stati dispiegati a Jebrail, trasformando alcune zone della città in quella che i residenti hanno descritto come un’area fortemente militarizzata.

Gli eventi di Herat mettono in luce la crescente rabbia dei cittadini afghani, in particolare donne e giovani, che continuano a subire gravi restrizioni all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento e alle libertà civili fondamentali sotto il regime talebano. Nonostante anni di intimidazioni, arresti arbitrari e violenta repressione, i cittadini continuano a rischiare la vita per rivendicare diritti riconosciuti in tutto il mondo come libertà umane fondamentali.

Sebbene gli spari dei talebani abbiano disperso la protesta di martedì, molti residenti insistono sul fatto che il movimento non scomparirà.

“Oggi potrebbero mettere a tacere le voci che chiedono istruzione, lavoro e libertà”, ha detto un residente. “Domani, però, quelle stesse richieste si faranno sentire da migliaia di altre voci in tutto l’Afghanistan.”

I talebani non hanno rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale in merito alle sparatorie, ai decessi segnalati o agli arresti che hanno scatenato le proteste.

L’implacabile oppressione, la brutalità e le restrizioni medievali imposte dai talebani alle libertà personali – in particolare quelle che colpiscono l’istruzione, il lavoro, la partecipazione pubblica e la vita quotidiana delle donne – hanno alimentato una crescente instabilità in diverse parti dell’Afghanistan. Lungi dallo spegnere la resistenza popolare, le violente e disumane repressioni del regime non hanno fatto altro che acuire la rabbia della popolazione. Se le tendenze attuali dovessero persistere, è improbabile che questi atti di repressione riescano a soffocare la richiesta di libertà e dignità. Al contrario, potrebbero contribuire a ondate più ampie di proteste anti-talebani e rivolte per la libertà in tutto il Paese nei mesi e negli anni a venire.

Il sangue versato a Jebrail, Herat, sta seminando i semi di una rivolta nazionale contro il regime medievale dei talebani. Ogni atto di repressione genera nuove voci di resistenza e ogni vittima di violenza rafforza la determinazione degli afghani che si rifiutano di rinunciare alle proprie speranze di libertà, giustizia e dignità umana.

 

 

Secondo quanto riferito dai residenti, i talebani intensificano i pattugliamenti a Herat il giorno dopo la protesta.

Amu TV, 10 giugno 2026, di Bais Hayat

Secondo i residenti locali, i talebani hanno intensificato i pattugliamenti e i posti di blocco a Herat, il giorno dopo le proteste nella zona nord-ovest della città contro i recenti arresti di donne da parte dei talebani.

La zona di Jebrail, a nord-ovest della città di Herat, è la più colpita, secondo quanto riferito dai residenti locali, che aggiungono di aver visto membri dei talebani pattugliare ogni angolo della zona.

Tra le numerose condanne per gli arresti di donne da parte dei talebani a Herat, la direzione per l’informazione e la cultura della provincia, gestita dai talebani, ha affisso opuscoli sull'”importanza” dell’hijab per le donne, un gesto che, secondo i residenti, dimostra come i talebani continuino a ribadire la loro posizione sulle recenti restrizioni imposte alle donne.

Secondo quanto riferito dai residenti, mercoledì 10 giugno donne e ragazze erano vistosamente assenti dagli spazi pubblici, soprattutto a Jebrail, un quartiere a maggioranza Hazara diventato il fulcro delle proteste.

“Da martedì, ci sono due veicoli talebani in ogni vicolo”, ha detto un residente. “La gente non può uscire di casa liberamente. Se qualcuno esce, gli controllano il telefono. La situazione è molto grave.”

Un altro residente ha descritto l’atmosfera come tesa e intimidatoria.

“La situazione è estremamente tesa. La gente è spaventata. I talebani pattugliano ogni strada”, ha detto un residente. “La situazione è particolarmente difficile per le donne. Alcune persone che hanno partecipato alla protesta non si vedono più da allora”.

Secondo alcune fonti, i talebani avrebbero arrestato diversi manifestanti di sesso maschile in seguito alle proteste. Alcuni residenti e commercianti locali di Jebrail sarebbero stati presi in custodia e trasferiti in luoghi sconosciuti. La loro sorte rimane tuttora ignota.

La protesta è scoppiata dopo che la polizia morale talebana ha arrestato decine di donne e ragazze a Herat per presunte violazioni del codice di abbigliamento imposto dai talebani.

Fonti avevano precedentemente riferito ad Amu TV che almeno 35 donne erano state arrestate in diverse zone della città negli ultimi giorni. Gli arresti sono avvenuti in seguito a una direttiva dei talebani che avvertiva le donne che si fossero mostrate in pubblico senza l’abbigliamento approvato dal gruppo avrebbero potuto essere arrestate.

Martedì decine di residenti sono scesi in piazza per protestare contro gli arresti. Testimoni oculari hanno riferito che le forze talebane hanno risposto aprendo il fuoco per disperdere la folla.

Secondo fonti locali, almeno due persone sono state uccise e altre 15 ferite durante la repressione. I talebani non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sul bilancio delle vittime.

I video della protesta mostravano donne che scandivano slogan a favore della libertà mentre i manifestanti si scontravano con le forze di sicurezza talebane.

La repressione ha suscitato critiche da parte di attivisti e funzionari internazionali. Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, si è detto allarmato dall’uso della forza contro quelli che sembravano essere manifestanti pacifici e ha chiesto che i responsabili vengano chiamati a risponderne.

L’inviato speciale del Regno Unito per l’Afghanistan ha inoltre espresso preoccupazione per le notizie di violenze contro i manifestanti e ha sollecitato il rispetto della libertà di espressione.

Nonostante le crescenti critiche, i funzionari talebani hanno negato di aver effettuato arresti di massa di donne a Herat. In una discussione su X, il portavoce del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei talebani ha liquidato le notizie sugli arresti come propaganda.