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Autore: CisdaETS

Il mondo non può dimenticare le donne e le ragazze in Afghanistan

Emil Andrà, Ms.,16 settembre 2026

Quasi esattamente cinque anni fa, i talebani sono tornati al potere in Afghanistan, creando l’ambiente più violento e ostile al mondo per donne e ragazze. Attraverso più di 160 decreti ufficiali, i talebani hanno cancellato le donne da ogni aspetto della vita pubblica: non possono frequentare la scuola oltre la sesta classe, sono escluse da quasi tutte le professioni, non possono uscire di casa senza un accompagnatore uomo e hanno persino il divieto di cantare o parlare tra loro in pubblico.

Questo sistema di oppressione imposto per legge e istituzionalizzato soddisfa i criteri dell’apartheid sulla base del genere.

Nonostante i ripetuti appelli alla solidarietà e alla condanna lanciati dalle donne e dalle ragazze afghane, i talebani continuano a spingere sempre più avanti i limiti dell’oppressione basata sul genere e, a quanto pare, nulla riesce a fermarli.

Ora, mentre i leader mondiali si preparano a riunirsi a New York per la settimana di alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal 18 al 28 settembre, non devono permettere che i diritti e la libertà delle donne e delle ragazze afghane diventino un tema secondario.

Misoginia e odio oltre i confini dell’Afghanistan

Quando i talebani sono tornati al potere nel 2021, il movimento femminista e, più in generale, la comunità internazionale erano profondamente concentrati sulla terribile realtà che si stava delineando per donne e ragazze. Le organizzazioni internazionali pubblicavano dichiarazioni dai toni duri, i gruppi femministi lanciavano appelli alla mobilitazione e innumerevoli articoli di commento venivano pubblicati sui principali media.

Ma negli ultimi cinque anni ho visto crescere e diminuire alternativamente la rabbia e la preoccupazione per la situazione delle donne e delle ragazze afghane. Abbiamo visto le Nazioni Unite cedere alle richieste dei talebani, le organizzazioni umanitarie interrompere le proprie attività e abbandonare le proprie dipendenti donne, e influencer di tutto il mondo, comprese alcune persone afghane nate all’estero, promuovere immagini positive dei talebani. Ciò che mi preoccupa maggiormente, tuttavia, è che anche gli ambienti femministi occidentali abbiano gradualmente smesso di parlarne.

Il regresso nei progressi verso l’uguaglianza di genere raggiunge la sua forma più estrema in Afghanistan, ma la misoginia e l’odio non si fermano ai confini.

Negli Stati Uniti, 13 Stati hanno ora un divieto totale dell’aborto e altri sette applicano limiti rigorosi alla gravidanza in fase iniziale. La rivista Ms. ha documentato almeno 12 decessi direttamente collegati all’impossibilità di accedere alle cure abortive, nella maggior parte dei casi riguardanti donne nere. Il regno del terrore dell’ICE e le iniziative legislative volte a limitare il diritto di voto, come il SAVE Act, sono attacchi diretti contro le donne e le comunità emarginate che già devono affrontare ostacoli sistemici alla partecipazione politica.

Regressione globale dei progressi compiuti

A livello globale, gli Stati Uniti sono diventati protagonisti del rallentamento e dell’arresto dei progressi verso l’uguaglianza di genere, con la missione statunitense presso le Nazioni Unite che spinge affinché la parola «genere» venga eliminata da ogni risoluzione dell’ONU.

Questa ideologia conservatrice e di estrema destra dominante scende a cascata fino al livello individuale, infiltrandosi nelle tendenze dei social media e nei contenuti che giovani donne e ragazze consumano quotidianamente. La rapida diffusione del fenomeno delle “tradwife” [moglie dedita al ruolo tradizionale] incoraggia donne e ragazze a scegliere volontariamente il tipo di vita che attualmente viene imposto alle donne e alle ragazze afghane. Per molte femministe americane, questa tendenza è profondamente inquietante. Ma è sempre più evidente che le femministe americane non riescono a collegare i punti, non riconoscendo l’oppressione e la violenza basate sul genere come un continuum di atrocità crescenti che attraversa l’Afghanistan, gli Stati Uniti e oltre. Le femministe sanno che siamo tutte profondamente interconnesse e che nessuna di noi sarà libera finché non saremo tutte libere. Perché allora le donne afghane vengono sistematicamente escluse dalla discussione?

Il fenomeno americano delle tradwife presenta un futuro immaginario che risulta allettante per alcune persone proprio perché non riescono a vedere dove conduce. Se volete sapere cosa significa vedersi negare l’istruzione, essere costrette a sposarsi da bambine prima ancora di comprendere che cosa sia il matrimonio, essere costrette alla gravidanza e al parto e vedere la propria intera esistenza relegata al lavoro riproduttivo e domestico, potete semplicemente chiedere ad alcune delle donne afghane che già vivono in questo modo:

«Nonostante tutti gli sforzi che avevo fatto, un tempo immaginavo che il mio futuro sarebbe stato molto luminoso. Avevo lavorato duramente per questo. Ma ora ho rinchiuso tutti quei sogni nel mio cuore, sperando che un giorno ci sveglieremo da questo incubo pesante e vuoto».

«Questi cambiamenti non hanno soltanto modificato le nostre vite personali; hanno ferito l’anima della nostra società. La paura, la disperazione e il silenzio sono entrati in molte case».

«Negli ultimi cinque anni, le nostre vite sono cambiate in modi che non avremmo mai potuto immaginare. Cinque anni fa studiavamo con speranza, lavoravamo, facevamo progetti e pensavamo a un futuro luminoso. Oggi, invece, molti di quegli stessi sogni sono stati messi in pausa o messi a tacere sotto l’ombra della paura e delle restrizioni».

La lotta per la giustizia di genere è sembrata particolarmente cupa e pesante negli ultimi tempi, perché stiamo portando il peso di ciò che significa essere donne nel mezzo di un’aggressiva regressione globale dei progressi compiuti. Nel 2026 abbiamo visto donne accusate di omicidio per aver abortito dallo stesso governo che tiene donne incinte ammanettate mentre sono sotto la custodia dell’ICE. L’estremismo violento della cosiddetta “manosfera” è passato dagli angoli più marginali di Internet al dibattito politico e ai social media mainstream, accompagnato da un aumento documentato della violenza di genere facilitata dalla tecnologia. Ciò è direttamente collegato al fatto che giovani donne e ragazze ripetono gli argomenti della manosfera e celebrano la scelta dello stile di vita da tradwife, che equivale a decorare la propria stessa oppressione per renderla più facile da ingoiare.

Le donne femministe sono la nostra avanguardia

Ma quando penso a un futuro femminista, guardo alla leadership delle donne e delle ragazze afghane. Sono l’avanguardia della lotta femminista in Afghanistan e nel mondo. Combattendo ogni giorno per la propria libertà, ci ricordano tutte che non possiamo mai permetterci di perdere di vista da dove veniamo o quanta strada ci resta ancora da percorrere.

Se noi, come femministe, perdiamo il contatto con le donne e le ragazze afghane, perdiamo il contatto con noi stesse. Le donne afghane vengono uccise e arrestate e portano sulle proprie spalle un peso inimmaginabile di dolore e oppressione. Ma non hanno rinunciato a se stesse. Trovano modi per comunicare tra loro, per leggere e studiare insieme e per lottare anche solo per un centimetro di autonomia, per sé stesse e per le altre. È nostro dovere continuare a portare le loro voci negli spazi dai quali sono state sistematicamente escluse. La marea crescente dell’oppressione di genere ha già sommerso l’Afghanistan e molte altre parti del mondo e ora sta arrivando anche da voi. Siamo molto più forti insieme di quanto lo siamo separate, e le donne hanno bisogno l’una dell’altra oggi più che mai.

Nel quinto anniversario dell’apartheid di genere in Afghanistan, scoprite di più e intraprendete un’azione attraverso la campagna “Stop Gender Apartheid in Afghanistan“.

Talebani: sempre maggiore il controllo di internet

IntelliNews, 18 settembre 2026

 Il Ministero delle Telecomunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione dell’Afghanistan ha dichiarato che il National Internet Exchange of Afghanistan (NIXA), realizzato con un costo di quasi 10 milioni di afghani (circa 145.000 dollari), è pronto per entrare in funzione, come riportato da Pajhwok il 17 settembre.

Più efficienza o più controllo?

L’obiettivo del sistema di interconnessione è quello di mantenere il traffico internet nazionale all’interno del paese anziché instradarlo attraverso canali internazionali, un cambiamento che ridurrebbe la dipendenza dell’Afghanistan dai fornitori di transito stranieri e darebbe al governo guidato dai talebani un maggiore controllo sui flussi di dati nazionali. L’Afghanistan, che non ha sbocchi sul mare e si affida ai collegamenti in fibra ottica transfrontalieri attraverso gli stati confinanti, ha a lungo sostenuto alcuni dei costi di connettività più elevati della regione.

Il ministero ha dichiarato che il progetto è stato ideato e realizzato dalla sua Direzione Generale per le Infrastrutture di Tecnologia dell’Informazione, e che ha predisposto l’infrastruttura di base necessaria per lo scambio di traffico nazionale. Ciò dovrebbe consentire una migliore gestione del traffico, una maggiore sicurezza delle informazioni e miglioramenti nella qualità e nella velocità delle comunicazioni, secondo quanto riportato nel comunicato.

Il traffico verrà scambiato attraverso un gateway interno, ha affermato il ministero, garantendo maggiore efficienza e sicurezza per le reti di telecomunicazioni, i fornitori di servizi internet e gli altri utenti.

Per il progetto sono state acquistate attrezzature, sistemi e servizi tecnici per un valore di quasi 10 milioni di AFN. Tra i componenti principali figurano firewall, server, un sistema di backup, sistemi di virtualizzazione, strumenti di analisi del traffico internet e sistemi di gestione dei log.

Il ministero ha affermato che la nuova infrastruttura crea anche capacità per l’hosting locale di siti web, posta elettronica e hosting condiviso, insieme ad altri servizi digitali. Tale capacità potrebbe essere utilizzata da istituzioni governative, organizzazioni educative e aziende private, secondo quanto riportato nel comunicato.

Il ministero ha descritto il lancio come un passo avanti verso infrastrutture internet più solide, una migliore gestione del traffico interno, servizi digitali più ampi e una maggiore sovranità digitale in Afghanistan.

 

 

Militanti islamisti in Afghanistan: miti costruiti sui corpi delle donne

Screenshot

Helen Farman, Mazda Mehrgan e Saima Soltani, Afghanistan Women’s Voice, 9 settembre 2026

La storia contemporanea dell’Afghanistan, così come viene raccontata dai media, nelle università, nelle associazioni, negli ambienti politici ed etnici e oggi anche negli spazi virtuali, continua a riprodurre una narrazione patriarcale e fondata sulla violenza. Una narrazione dominante popolata da nomi e titoli altisonanti: «eroe nazionale», «Amerc sahib», «martire della pace», «leader martire», «padre della nazione» e altri appellativi dello stesso genere.

Sono titoli attribuiti a uomini le cui mani sono macchiate del sangue di migliaia di persone, ma che nella memoria etnica e politica sono stati elevati al rango di «miti»: Ahmad Shah Massoud, Burhanuddin Rabbani, Abdul Ali Mazari, Abdul Rashid Dostum, Gulbuddin Hekmatyar e altri signori della guerra, ancora oggi celebrati attraverso solenni cerimonie commemorative.

La costruzione di questi miti è un progetto politico e ideologico. Il suo obiettivo è cancellare il ruolo avuto da questi uomini nella distruzione dell’Afghanistan, nell’alimentazione delle guerre civili, nel consolidamento dell’islam politico e nella repressione delle donne e dei gruppi emarginati.

In queste narrazioni e nelle cerimonie dedicate ai comandanti non trovano spazio le donne, le persone rimaste mutilate dopo aver perso mani, gambe o occhi, né le migliaia di vittime delle uccisioni e degli stupri. Scompaiono le persone le cui case, i cui corpi e le cui vite sono diventati il campo di battaglia della competizione per il potere e del nazionalismo etnico-religioso dei combattenti.

La prospettiva femminista

Da una prospettiva femminista, questa mitizzazione è qualcosa di più di una distorsione della storia: è la riproduzione della stessa logica patriarcale che per secoli ha escluso le donne dalla narrazione storica.

Gli uomini hanno combattuto, gli uomini hanno ucciso, gli uomini hanno deciso. E gli uomini sono diventati eroi proprio attraverso quelle uccisioni.

Oggi sono gli uomini — e talvolta anche donne assorbite dalle strutture patriarcali — a continuare a promuovere e rafforzare la narrazione dominante attraverso il linguaggio dell’elogio, dell’adulazione e della sacralizzazione.

In questa storia la donna è, da una parte, l’«onore» degli uomini del Paese: un onore da proteggere attraverso limitazioni e censure, in nome dello status e della «reputazione» sociale maschile. Dall’altra è la «madre del martire», alla quale viene chiesto di essere paziente e silenziosa. Nel migliore dei casi diventa una «vittima silenziosa», una donna «sacrificata», elogiata proprio per la sua capacità di tacere davanti all’oppressione maschile.

Islam politico e controllo delle donne

La corrente politica rappresentata da questi combattenti, allora e oggi, è l’ideologia dell’islam politico: un sistema fondato, nella loro lettura, sul controllo del corpo delle donne, sulla loro esclusione dallo spazio pubblico, sulla censura della libertà di espressione, sulla limitazione delle libertà individuali e sociali e sulla riproduzione della violenza maschile.

Gli obiettivi fondamentali dell’islam politico, sia nella forma assunta dai mujaheddin negli anni Novanta [gli anni Settanta secondo il calendario afghano], sia in quella dei talebani nei decenni successivi, sarebbero sempre stati l’esclusione delle donne dall’istruzione, dal lavoro, dalla partecipazione politica e dalla vita sociale; la negazione della loro autodeterminazione; l’emarginazione delle altre identità di genere e il consolidamento della segregazione di genere.

Gli slogan sulla giustizia e sulla libertà, sostengono le autrici, non hanno mai incluso realmente le donne. La giustizia significava la spartizione del potere tra leader uomini; la libertà era la libertà del partito, dell’etnia e dei propri uomini armati.

Eroi della violenza

La costruzione del mito di questi leader è, in realtà, la costruzione del mito della violenza.

Non sono diventati eroi per la pace o per l’ideale di una società egualitaria. Sono diventati eroi perché hanno saputo combattere, uccidere e mettere corpi e territori al servizio della propria ideologia islamista.

Quando Ahmad Shah Massoud viene chiamato «Amerc sahib», nessuno parla delle donne fatte a pezzi dai razzi suoi e degli altri combattenti durante le guerre civili di Kabul.

Quando Rabbani viene presentato come «martire della pace», nessuno chiede perché sia stato uno degli architetti del progetto dell’islam politico che ha contribuito a creare le condizioni per l’ascesa dei talebani.

Quando Mazari viene celebrato come «martire dell’unità nazionale», nessuno parla delle migliaia di donne che, nelle dinamiche della guerra, furono trasformate in strumenti di mobilitazione etnica e politica.

E delle donne stuprate sui campi di battaglia dei signori della guerra si parla ancora troppo poco. Quando la loro voce emerge, viene repressa o relegata ai margini.

Ma noi sappiamo che nessuno di questi uomini è stato un eroe delle donne afghane. Sono stati invece parte di un progetto occidentale di sostegno ai movimenti islamisti e di competizione geopolitica guidato dagli Stati Uniti, finalizzato alla sconfitta del blocco orientale e dell’Unione Sovietica.

Questi gruppi furono raccolti, armati e finanziati con il coordinamento degli alleati regionali degli Stati Uniti — Pakistan, autorità religiose iraniane, Arabia Saudita e altri Stati arabi — per combattere il governo afghano sostenuto dall’Unione Sovietica.

Uno degli obiettivi fondamentali delle sette e otto organizzazioni jihadiste, così come successivamente dei talebani, è stato, attraverso la guerra contro il governo Khalq e contro i sovietici definiti «infedeli», quello di promuovere l’ideologia della reclusione delle donne nelle case e della loro espulsione dalle strade e dagli spazi pubblici.

I jihadisti degli anni Novanta e i talebani, nonostante le loro differenze nella lotta per il potere, sono volti diversi di uno stesso sistema: il sistema patriarcale dell’islam politico, dell’esclusione e della negazione delle donne e delle minoranze di genere, della violenza e del sangue.

Criticare la mitizzazione di questi combattenti significa, quindi, non soltanto contestare una determinata narrazione storica, ma mettere in discussione un’ideologia che continua a essere riprodotta in Afghanistan, nella memoria collettiva e nel linguaggio di molti.

Finché questi combattenti continueranno a essere presentati come eroi e miti, le proteste e le rivendicazioni delle donne resteranno invisibili. La voce degli intellettuali e del pensiero critico continuerà a essere repressa, la violenza continuerà a essere legittimata e l’islam politico continuerà a dominare attraverso l’eliminazione delle diversità religiose, settarie, di genere e di pensiero.

La costruzione del mito dei combattenti islamisti rappresenta così un doppio tradimento: della verità storica e delle donne.

Questi miti devono essere infranti, sottoposti a critica e ricondotti dal rango di eroi al ruolo che spetta loro per le responsabilità nei crimini commessi: quello di architetti della violenza, della guerra e dell’islam politico.

Solo così sarà possibile scrivere una nuova storia, nella quale le donne non siano più ai margini, ma al centro.

Il ruolo degli intellettuali nella costruzione del mito

Gli uomini intellettuali appartenenti ai diversi gruppi etnici hanno avuto un ruolo importante nella trasformazione delle milizie jihadiste in eroi e miti nazionali.

Dopo la Conferenza di Bonn e la nascita della Repubblica, quando i mujaheddin ottennero una quota significativa del potere, hanno acquisito, insieme al potere politico e militare, anche una forte influenza sullo spazio intellettuale della società afghana e sulla storiografia.

I governanti non sono soltanto gli artefici dell’economia, della cultura, della politica e dell’apparato militare di una società: controllano anche la produzione delle idee.

Così, dopo il ritorno al potere dei talebani, la società afghana è diventata più islamizzata rispetto a quattro anni prima e il pensiero collettivo ha assunto una forma ancora più reazionaria.

Durante i vent’anni della Repubblica, i mujaheddin hanno utilizzato la loro influenza per creare strumenti destinati a orientare il modo di pensare della società: media, pubblicazioni, libri, moschee e circoli letterari e culturali, modellati secondo interessi etnici, linguistici e religiosi.

Hanno inoltre assunto e finanziato scrittori legati alle rispettive appartenenze etniche, utilizzandoli per orientare il dibattito pubblico a favore dei propri leader.

Attraverso giornali, libri, pubblicazioni, televisioni, radio e incontri ufficiali, questi ambienti hanno scritto e parlato in favore dei propri leader, costruendo miti e fabbricando eroi.

Le statue di Massoud e Mazari, prima ancora di essere installate agli incroci delle strade, erano già state scolpite nell’immaginario collettivo. Ma non come responsabili di uccisioni di massa: come «eroi» e «martiri».

Le élite, i poeti e gli scrittori più noti appartenenti ai diversi gruppi etnici non si sono limitati a difendere, gratuitamente o dietro compenso, le azioni militari dei propri leader etnici e religiosi. Li hanno rappresentati come eroi, miti, personalità carismatiche, leader e persino «angeli salvatori» del Paese, ignorando le voci di protesta delle donne e delle altre vittime.

Quando le donne hanno criticato questi leader, la loro opposizione è stata accompagnata da umiliazioni e discriminazioni di genere.

Gli stessi ambienti hanno ristretto sistematicamente lo spazio della critica attraverso attacchi continui e coordinati contro i critici dei propri leader, fino a trasformare ogni dissenso in un’occasione per distruggere la reputazione personale di chi lo esprime.

Questi attacchi sono soltanto una versione più debole della violenza esercitata dai leader jihadisti che gli stessi intellettuali celebrano.

Questi «intellettuali» fanno con la penna ciò che i signori della guerra hanno fatto con le armi: mutilano la memoria collettiva, reprimono la verità e soffocano la voce del dissenso.

Hanno trasformato la storia in un campo minato: chiunque vi entri con una critica o una protesta rischia di essere investito da insulti, umiliazioni e campagne di distruzione della reputazione.

La memoria delle vittime contro la celebrazione dei leader

Uno degli argomenti più deboli utilizzati per difendere le milizie jihadiste consiste nel richiamare gli scritti di autori occidentali e non occidentali che hanno raccontato questi leader.

Il ragionamento sarebbe questo: se i leader etnici avessero realmente commesso crimini, come sarebbe possibile che scrittori internazionali abbiano scritto libri su di loro?

Ma non sono forse sufficienti la storia vissuta dal popolo afghano, le rovine dei villaggi e delle città, gli arti amputati dei mutilati e le terre disseminate di mine per comprendere chi fossero realmente questi protagonisti della guerra?

Quale testimonianza potrebbe essere più credibile delle tracce vive e ancora visibili dei loro crimini?

I leader etnici sono stati trasformati in eroi e miti non nelle opere degli scrittori critici nei confronti del sistema della violenza, ma attraverso i libri di autori legati al colonialismo e all’occupazione: gli stessi che, con il loro operato, hanno spianato la strada al dominio come un tappeto rosso.

Il linguaggio della celebrazione e della lode, tanto all’interno quanto all’esterno dell’Afghanistan, è stato dunque il linguaggio del potere e della classe dominante, non il riflesso della realtà vissuta dalla popolazione.

Quando sono le donne a costruire i miti

Ma il volto più pericoloso della mitizzazione emerge quando sono donne, sotto la maschera del «femminismo» e della difesa dei «diritti delle donne», a mettersi di fatto al servizio degli stessi signori della guerra.

Con atteggiamenti intellettuali e sotto l’etichetta di «attiviste per i diritti delle donne», queste figure ripetono narrazioni secondo cui «Amerc sahib non era contrario all’istruzione delle donne» oppure che «quel determinato leader jihadista aveva una visione positiva delle donne».

Si tratta di narrazioni superficiali e di un evidente tradimento della memoria collettiva delle donne e delle loro lotte.

Affermazioni di questo tipo riducno la lotta delle donne per la libertà al solo diritto all’istruzione: un diritto che, nella narrazione delle seguaci dei signori della guerra, dipende dall’autorizzazione di un leader maschile.

Ma l’istruzione non dovrebbe essere né un privilegio né un permesso concesso dagli uomini. È un diritto delle donne e deve essere garantita indipendentemente dal potere militare o politico maschile.

Questo tipo di narrazione faziosa restringe la lotta delle donne al «diritto all’istruzione con il permesso del leader maschile» e cancella l’insieme dei loro diritti e delle loro libertà.

Le donne che difendono i signori della guerra diventano così, consapevolmente o inconsapevolmente, strumenti della propaganda dell’islam politico e del patriarcato.

Invece di criticare le strutture del potere, ne abbelliscono la violenza. Invece di denunciare stupri e repressione, si affidano a ricordi personali e narrazioni superficiali. E invece di parlare delle donne mutilate sotto i razzi, delle vittime degli stupri e delle violenze sui campi di battaglia, contribuiscono a decorare il volto dei leader jihadisti e a nascondere lo sfondo dei loro crimini collettivi dietro titoli mitologici e argomentazioni infondate, come quella di presentarli quali «difensori dei diritti delle donne».

Il femminismo nazionalista

Questo è il «femminismo nazionalista» o «femminismo etnico»: una corrente che, sotto la copertura del femminismo, trasmette alle donne e alla società gli ideali, i valori, i simboli e le false sacralità costruite attorno agli uomini di potere di una determinata comunità etnica.

È un femminismo che, invece di abbattere gli idoli patriarcali, contribuisce a costruirne di nuovi.

Un femminismo la cui lingua è piena di slogan sull’uguaglianza, ma il cui cuore e la cui penna finiscono al servizio della stessa ideologia che per anni ha brandito la spada contro il corpo delle donne, la loro libertà e la loro stessa vita.

Queste donne sono esse stesse parte della macchina della repressione.

Agiscono come soldati ideologicamente fedeli: attraverso le loro narrazioni assolvono la violenza, lavano il sangue delle vittime e falsificano la storia a favore degli uomini della propria comunità che perseguono il potere attraverso la guerra.

Nel femminismo nazionalista l’oppressione di genere all’interno della propria comunità tende a scomparire.

Non esiste una realtà chiamata oppressione di genere all’interno del proprio gruppo etnico. L’impegno a promuovere la superiorità etnica porta infatti a nascondere il volto misogino degli uomini appartenenti alla propria comunità.

Il patriarcato viene riconosciuto, ma non all’interno della propria etnia. Diventa invece uno strumento per insultare, discriminare e rappresentare come arretrate le altre comunità.

Ma un femminismo che si schiera dalla parte dei signori della guerra — o anche solo di leader uomini non direttamente coinvolti nella guerra — non è femminismo.

È soltanto marketing della violenza: un commercio costruito sul sangue delle donne e un uso strumentale dell’identità delle lotte femminili per legittimare il patriarcato o promuovere propaganda politica sotto la copertura dell’egualitarismo.

La voce delle donne che difendono i signori della guerra islamisti non è la voce delle donne afghane.

È la voce del nazionalismo e del fascismo etnico sotto la maschera del femminismo; la voce dell’ambizione di potere del fascismo etnico travestita da lotta per i diritti delle donne.

E una penna che celebra i combattenti e, sui cadaveri delle proprie sorelle, presenta il loro assassino come un eroe non potrà mai essere una penna femminile liberatrice.

«L’Afghanistan devastato non ha eroi nazionali»

Noi tre sappiamo che, pubblicando questa critica, abbiamo messo piede su un terreno minato: un terreno che un tempo era il campo di battaglia dei falsi miti e che oggi è diventato il palcoscenico degli adulatori e dei sostenitori più accesi degli stessi combattenti.

Sappiamo che entrare in questo campo può provocare un’esplosione di umiliazioni, insulti e attacchi personali. Perché gli eroi assetati di sangue e l’islam politico non hanno insegnato ai propri seguaci altro linguaggio se non quello dell’esclusione e della violenza.

Ma anche noi abbiamo imparato che la sofferenza delle donne afghane non accetta più il silenzio né la distorsione della propria memoria.

Il sangue delle donne bruciate sotto i razzi; i corpi delle donne violentate e sottoposte a violenze nei campi jihadisti e talebani; quelle incarcerate e torturate; le voci soffocate per anni ai margini della storia: tutto questo oggi diventa un grido.

Un grido contro ogni forma di mitizzazione patriarcale. Contro gli intellettuali al servizio del patriarcato che hanno deposto la propria penna ai piedi di uomini accusati di violenze contro le donne. E contro le donne che, sotto la maschera di «attiviste per i diritti delle donne», sono entrate al servizio degli stessi criminali.

Questa critica non è soltanto la protesta di tre donne contro la celebrazione dell’anniversario della morte di figure considerate responsabili delle tragedie della storia afghana.

È anche un martello scagliato contro gli idoli maschili che hanno tenuto in ostaggio la memoria del Paese.

L’Afghanistan devastato non ha eroi nazionali.

Ciò che ha sono «assassini nazionali» che, grazie al denaro, al potere e alla penna dei propri seguaci, sono stati trasformati in eroi.

Questi idoli devono essere infranti. Questa storia deve essere riscritta.

E questa volta, al centro non dovranno esserci né l’«onore degli uomini» né i «signori della guerra», ma le donne e gli altri gruppi oppressi, che dovranno occupare il centro della storia con il loro «grido di libertà».

Niente talebani a Parigi!

La Francia non deve diventare il becchino dei diritti umani universali: un monito contro qualsiasi presenza ufficiale dei talebani a Parigi.

Carol Mann, Mediapart, 17 settembre 2026
Sembrerebbe che attualmente il governo francese stia riflettendo, fin troppo seriamente, sulla possibilità di cedere i locali dell’ambasciata afghana a Parigi, situati nei pressi del Bois de Boulogne, a una delegazione dei talebani. L’obiettivo sarebbe facilitare gli «scambi tecnici», in altre parole l’espulsione degli afghani la cui presenza è considerata illegale, secondo criteri variabili e spesso contestabili.

Eppure i servizi consolari sono già assicurati dalla missione esistente sul posto; a cosa potrebbe dunque servire una presenza permanente dei talebani all’interno di locali diplomatici ufficiali? Qual è l’interesse nell’accogliere rifugiati politici afghani da cinque anni e, contemporaneamente, invitare proprio coloro dai quali stanno fuggendo, tanto più che la Francia non riconosce l’attuale governo afghano? Si tratta, a dir poco, di una contraddizione politica dagli effetti mortiferi.

E tuttavia il governo francese non smette di denunciare il sistematico massacro dei diritti umani in corso in Afghanistan, in particolare quelli delle donne, discriminate come in nessun altro luogo al mondo.

Il Senato, nel novembre scorso, ha presentato una «Proposta di risoluzione volta a denunciare la persecuzione fondata su motivi sessisti imposta dai talebani in Afghanistan e a chiedere alla Francia e alla comunità internazionale di adoperarsi affinché questo sistema sia riconosciuto come crimine contro l’umanità», una proposta che riflette realmente l’opinione pubblica.

Una presenza diplomatica per sorvegliare e intimidire i migranti afghani

Una presenza diplomatica permanente equivarrebbe al riconoscimento ufficiale del regime totalitario più pericoloso sulla terra. Costituirebbe una minaccia di morte per i giornalisti, gli artisti, gli intellettuali e gli scienziati afghani, uomini e soprattutto donne, tutti dissidenti, che sono fuggiti dalle persecuzioni e hanno trovato rifugio in Francia. Ricordiamo la sorte di Jamal Khashoggi, il dissidente saudita rapito e assassinato nel consolato saudita di Istanbul nel 2018. Uno scenario del genere, in versione talebana, è del tutto immaginabile.

Un’ambasciata talebana sarebbe forse come quelle che si allineano tranquillamente lungo avenue Raphaël, negli hôtel particuliers della Belle Époque, vetrina di lusso per ogni Paese rappresentato e celebrazione dei legami storici con la Francia? È difficile immaginare i talebani in una simile prospettiva: l’arte, l’educazione e la cultura sono infatti le ultime delle loro preoccupazioni. L’ambasciata servirebbe piuttosto come centro di elaborazione e diffusione dell’ideologia islamista globalizzata. A differenza dei talebani rozzi della prima generazione (1996-2001), quelli di oggi padroneggiano perfettamente le tecnologie più sofisticate, che permetterebbero loro di mettere in atto sorveglianza, intimidazione e ingerenza politica transnazionale. E forse anche peggio.

Un cavallo di troia in versione talebana

Sebbene i talebani si siano impegnati, con gli accordi di Doha del 2020, a impedire l’accesso al territorio afghano a gruppi terroristici come al-Qaida, il governo di Kabul ha accolto quasi tutti i gruppi islamisti militanti della regione, tra cui lo Stato Islamico, al-Qaida, il Movimento islamico del Turkestan orientale (ETIM), il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), Jaish ul-Adl, l’Esercito di liberazione del Belucistan (BLA) e la Brigata Majeed. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato ancora una volta la presenza multiforme di jihadisti sul territorio afghano, che sembra preoccupare tutti i Paesi rappresentati. Eppure, se il Quai d’Orsay non eserciterà la dovuta vigilanza, tutti questi gruppi disporranno ormai di una base sicura nel XVI arrondissement di Parigi per svolgere le proprie attività e, se necessario, reclutare nuovi aderenti. Con l’aiuto di specialisti talebani che potrebbero essere fatti arrivare grazie a visti legali rilasciati da questa ambasciata riconvertita. In breve, la Francia avrebbe fatto entrare un formidabile cavallo di Troia in versione talebana.

Una possibile presenza pericolosa per gli attivisti e i diritti

Se il governo francese desidera realmente incentivare i migranti irregolari e i richiedenti asilo in condizioni precarie — compresi coloro i cui diritti sono stati riconosciuti ma che sono ancora in attesa dei documenti a causa di una burocrazia interminabile — a rientrare nel loro Paese, non esiste dunque un altro modo per riuscirci se non quello di ufficializzare la presenza dei talebani sul territorio francese? Per cominciare, si potrebbe accelerare il rilascio dei documenti, così da distinguere i clandestini dai rifugiati minacciati di morte in caso di ritorno in Afghanistan.

In Francia, numerose associazioni difendono attivamente i diritti umani, in particolare quelli, annientati, delle donne afghane. I talebani che circolassero liberamente qui costituirebbero una minaccia non solo per queste organizzazioni, ma anche per i numerosi idealisti impegnati che partecipano alle loro molteplici attività, conferenze e raccolte di fondi.

Dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, la Francia è stata considerata «la patria dei diritti dell’uomo», fondando la propria morale politica sulla convinzione che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo siano le sole cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi. Da generazioni, gli oppressi di tutto il mondo si sono rivolti alla Francia — certo, a una Francia idealizzata — come all’unico luogo in cui fosse possibile vivere e pensare liberamente senza timore di ritorsioni.

Se il nostro governo dovesse mai autorizzare una presenza ufficiale dei talebani in Francia, sarebbe proprio il disprezzo dei diritti dell’uomo a entrare nei principi rivisti e corretti della Repubblica: bisognerebbe cancellare da tutti i frontoni delle scuole, da tutti i municipi e dalle istituzioni la scritta «Libertà, Uguaglianza, Fraternità». Il motto nazionale avrebbe perso ogni valore, per diventare soltanto una massima insignificante.

Carol Mann è sociologa specializzata nelle problematiche di genere e nei conflitti armati, attivista, ricercatrice associata al LEGS (Paris 8), direttrice di “FemAid” e “Women in War”.

Aiuti, terreni e carte di migrazione: il sistema corrotto dei talebani denunciato a Kunduz

Nima Nima, 8AM Media, 15 settembre 2026

Fonti nella provincia di Kunduz denunciano casi di corruzione e abuso da parte di alcuni funzionari talebani e di persone legate al gruppo. Secondo le fonti, queste persone mettono le mani nelle tasche dei cittadini più poveri e pretendono una parte degli aiuti forniti da organizzazioni benefiche e agenzie umanitarie.

Gli elenchi dei beneficiari sotto il controllo dei talebani

Secondo le fonti, alcuni intermediari e persone legate ai talebani inseriscono i nomi di cittadini, senza che questi ne siano a conoscenza e semplicemente perché possiedono una «carta di migrazione», nei programmi di distribuzione di terreni e aiuti. Successivamente consegnano loro soltanto una piccola parte degli aiuti. Inoltre, i terreni ottenuti a nome di queste persone vengono rivenduti a loro stessi o ad altre persone.

Alcune persone bisognose di aiuti umanitari affermano che numerosi membri dei talebani che lavorano presso la Direzione per gli Affari dei Migranti e dei Rimpatriati a Kunduz, oppure presso altre amministrazioni che hanno rapporti con organizzazioni e istituzioni umanitarie, sono coinvolti in una corruzione diffusa. Secondo loro, nessun elenco viene consegnato alle organizzazioni umanitarie senza l’approvazione dei talebani.

Secondo queste persone, i talebani inseriscono nei registri dei beneficiari persone a loro vicine e i propri combattenti. Successivamente, gli intermediari del gruppo fanno promettere a queste persone che, in cambio dell’inserimento del loro nome nell’elenco, restituiranno ai talebani metà degli aiuti ricevuti.

Le persone bisognose di aiuti esprimono forte preoccupazione per i responsabili talebani della Direzione per gli Affari dei Migranti e dei Rimpatriati a Kunduz. Affermano che questa istituzione è ampiamente coinvolta in corruzione, favoritismi e appropriazione indebita degli aiuti destinati ai bisognosi e che non esiste alcuna autorità a cui rivolgersi per ottenere risposte o presentare reclami.

La compravendita delle carte di migrazione e dei terreni

Nel frattempo, le fonti aggiungono che una persona legata ai talebani acquista le carte dei migranti a prezzi molto bassi e ricompra, sempre a prezzi estremamente bassi, i terreni distribuiti ai rimpatriati per costruire le loro abitazioni, per poi rivenderli ad altri. Secondo le fonti, in alcuni casi avrebbe persino avanzato richieste di natura sessuale in cambio di questi servizi.

Le fonti di Kunduz affermano che alcune persone all’interno della Direzione per gli Affari dei Migranti e dei Rimpatriati dei talebani, così come persone a loro collegate al di fuori dell’amministrazione, acquistano le carte dei migranti a prezzi molto bassi con varie giustificazioni e successivamente le rivendono ad altri a prezzi più elevati.

Una fonte afferma: «Uno degli intermediari dei talebani compra le carte dei migranti a un prezzo molto basso. Nel frattempo, suo fratello acquista terreni che erano stati precedentemente distribuiti per la costruzione di case e poi li rivende».

La fonte aggiunge: «Esistono anche liste fittizie e inventate. Per esempio, parlano con alcune persone esterne e dicono loro: vi inseriremo nell’elenco dei beneficiari degli aiuti e in seguito distribuiremo gli aiuti oppure vi daremo una piccola parte. In questo modo ottengono terreni e aiuti e poi, se ne hanno voglia, li consegnano alle persone; altrimenti, il giorno della distribuzione si limitano a fotografarle e filmarle, e basta».

Un’altra fonte sottolinea che, a causa della necessità e della disoccupazione, la gente si accontenta anche di quella piccola quantità di aiuti che rimane dopo la detrazione della quota dei talebani e che non esiste alcuna autorità incaricata di occuparsi delle loro denunce. Secondo questa fonte, gli stessi talebani arrivano persino a dire: «Se vi prendono completamente gli aiuti, a chi andrete a protestare?».

Un’altra fonte afferma: «Gli intermediari hanno inserito negli elenchi persone che in precedenza non erano né migranti né bisognose. Ora acquistano le carte di migrazione da alcune persone per circa 15.000 afghani e le rivendono ad altri a prezzi esorbitanti. Poiché ai migranti rimpatriati vengono distribuiti terreni, utilizzano queste carte per ottenere i terreni e hanno trasformato tutto questo in un’attività commerciale per il proprio profitto».

Una persona che non vuole che il proprio nome venga riportato nell’articolo afferma: «Hanno ottenuto un terreno a mio nome, mentre io non ne sapevo nulla. Poi mi hanno detto che, se avessi comprato quel terreno, me lo avrebbero venduto. Prima hanno acquistato il terreno a mio nome e poi hanno rivenduto lo stesso terreno a me».

In precedenza, fonti di Kunduz avevano affermato che i talebani trattenevano per sé metà degli aiuti distribuiti alle persone bisognose. Le fonti avevano confermato che, dopo aver fotografato e filmato la distribuzione, i talebani avevano diviso gli aiuti distribuiti tra la popolazione.

Le interferenze denunciate da UNAMA e SIGAR

Anche l’Ufficio della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha confermato nei propri rapporti che, a causa delle interferenze dei talebani, negli ultimi cinque anni il processo di distribuzione degli aiuti umanitari ha incontrato difficoltà e che, in alcuni casi, le attività di alcune organizzazioni umanitarie sono state sospese proprio a seguito di tali interferenze.

In precedenza, l’Ispettore speciale degli Stati Uniti per la ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR) aveva riferito che i talebani utilizzano la forza per appropriarsi degli aiuti internazionali e confiscarli a proprio vantaggio. Il rapporto affermava che i talebani, in collusione con alcuni funzionari delle Nazioni Unite, estorcono denaro ai progetti di assistenza umanitaria. SIGAR aveva inoltre aggiunto: «I funzionari delle Nazioni Unite prendono tangenti dalle istituzioni che ricevono i contratti e le dividono con i talebani».

Secondo il rapporto, soltanto il 30-40% degli aiuti complessivamente inviati in Afghanistan è arrivato nelle mani delle persone realmente bisognose. Il rapporto afferma: «I talebani utilizzano qualsiasi strumento, compresa la forza, per fare in modo che gli aiuti arrivino alla destinazione che vogliono loro, non a quella indicata dai finanziatori».

In precedenza, anche il quotidiano 8AM Media aveva rilevato, in diversi articoli, un ampio coinvolgimento dei talebani nella dispersione e nell’appropriazione degli aiuti umanitari a vantaggio proprio e dei loro affiliati. Secondo tali rapporti, i talebani cercano inoltre di fare arrivare gli aiuti nelle aree allineate con il gruppo o sotto il controllo dei suoi membri.

“Siamo tutte YPJ”, delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro

Radio Onda d’Urto, 14 settembre 2026

Una delegazione del network internazionalista Women weaving the future, in italiano Donne che tessono il futuro, si è recata in Rojava, le aree a maggioranza curda della Siria settentrionale dove, dalla rivoluzione del 2012, in piena guerra civile siriana, dopo la cacciata dei militari del regime di Assad si è sviluppato l’autogoverno delle comuni e delle cooperative, nel quale le donne hanno avuto fin da subito un ruolo centrale.

Oggi, quei territori nel cuore del Medio oriente, conosciuti in tutto il mondo per la sfida rivoluzionaria del Confederalismo democratico, attraversano un momento storico particolare: le istituzioni – civili e militari – dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (Daanes) stanno affrontando un processo di integrazione nello stato siriano in seguito all’accordo firmato dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e dal governo di transizione di Damasco il 29 gennaio 2026 al termine di scontri armati che erano proseguiti per alcune settimane.

Il 25 agosto 2026 è stato annunciato lo scioglimento delle Sdf e i loro combattenti sono stati integrati in 4 battaglioni dell’esercito siriano che difenderanno le aree a maggioranza curda, quindi il Rojava.

Per quanto riguarda le Unità di protezione delle donne (Ypj), invece, il processo di integrazione non è ancora stato definito. Sono in corso negoziati a riguardo tra il governo di al-Sharaa e le Ypj, che sono una struttura autonoma rispetto alle Sdf.

Per supportare la campagna “Siamo tutte Ypj”, che chiede il riconoscimento del diritto all’autodifesa delle donne da parte del governo di Damasco, la delegazione di “Donne che tessono il futuro” ha incontrato e intervistato la comandante delle Ypj Newroz Ahmed.

L’intervista

Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro:

Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”.

Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro.

È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta.

Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia?

Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente.
La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società.
Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito.
Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno».
Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società.

Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito?

Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli.
Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini.
Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere.
Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne.

E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish?

Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne.

Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”?

Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti.
Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali.

Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale?

Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti.

Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione.

Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente.

Come continuerà, quindi, la vostra lotta?

Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione.
La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta.

I petrodollari sauditi sbarcano in Afghanistan nonostante il Pakistan. “Patto della Mecca” già in crisi?

scenarieconomici.it   Fabio Lugano 11 settembre 2026

Riad firma un accordo venticinquennale per gas e petrolio con Kabul ed evita la mediazione di Islamabad: la presunta “NATO islamica” si rivela fragile di fronte alle vere priorità economiche.

Mentre l’esercito pakistano bombarda i villaggi oltre il confine con l’Afganistan e caccia a forza due milioni di rifugiati, l’Arabia Saudita atterra a Kabul per prendersi petrolio e gas, stracciando decenni di monopolio diplomatico pakistano.

La firma dell’accordo del 7 settembre a Kabul ha il sapore di una doccia gelata per la diplomazia asiatica. Il ministero delle Miniere e del Petrolio guidato dall’amministrazione talebana ha siglato un contratto venticinquennale con la compagnia energetica saudita Delta International.

L’oggetto dell’intesa riguarda l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi nel bacino di Kushk-Tirpul, tra le province occidentali di Herat e Badghis. La cifra di partenza ammonta a 200 milioni di dollari, ma il piatto forte è ben più ricco: sul tavolo ci sono progetti a catena per un controvalore stimato tra i 50 e i 60 miliardi di dollari nei prossimi decenni.

A mettere la firma sono stati Hedayatullah Badri per Kabul e Shaher Al-Taqi per il gruppo saudita. La presenza che ha fatto sobbalzare le cancellerie mondiali, tuttavia, è un’altra: Zalmay Khalilzad. L’ex inviato speciale degli Stati Uniti, già regista degli accordi di Doha del 2020, era seduto in prima fila a garantire che l’Afghanistan è pronto per gli affari internazionali.

Per il Pakistan si tratta di uno smacco bruciante. I vertici militari di Rawalpindi consideravano da sempre Kabul come una sorta di “quinta provincia”, un cortile di casa dove nessuno straniero poteva entrare senza il permesso di Islamabad. L’Arabia Saudita ha dimostrato il contrario: se ci sono risorse da estrarre, i sauditi trattano direttamente con i talebani.

La beffa economica per Islamabad è totale. Riad aveva promesso al Pakistan investimenti faraonici per 20 miliardi di dollari, rimasti per la quasi totalità lettera morta sulla carta. Al contrario, i soldi veri cominciano a scorrere verso i giacimenti afghani.

Nel frattempo, l’intesa svela la fragilità del recente Patto di Difesa Congiunta della Mecca, siglato in pompa magna tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Venduto dalla propaganda come una sorta di “NATO musulmana” basata sulla difesa reciproca, l’accordo mostra già crepe evidenti.

I fatti sul campo sono spietati. Ora che l’Arabia Saudita si trova in grave affanno per la pressione dei ribelli Houthi sulle rotte marittime e sui confini, da Islamabad non si vede alcuna risposta militare proporzionata al pericolo. Quando c’è da rischiare soldati e risorse, le grandi alleanze ideologiche evaporano e lasciano il posto alla dura convenienza economica.

Le divergenze strategiche tra i due paesi non potrebbero essere più marcate:

-Islamabad cerca la destabilizzazione per costringere Kabul alla sottomissione, bloccando valichi commerciali e privando gli studenti afghani dell’accesso alle università.
-Riad punta sulla sicurezza dei propri approvvigionamenti e rifiuta di sacrificare le proprie rotte commerciali per le faide locali del vicino.
-Kabul dimostra di poter incassare capitali esteri senza dover pagare dazio a intermediari militari terzi.
Il dramma umano provocato dalla strategia pakistana resta enorme. Più di due milioni di rifugiati afghani sono stati caricati sui camion e scaricati al confine senza beni né risparmi, con le famiglie rimaste bloccate per giorni sotto il sole. Islamabad pensava di piegare la leadership talebana con la fame e l’assedio, accusandola di coprire i terroristi del TTP.

Il risultato pratico è l’opposto. L’atteggiamento punitivo del Pakistan ha accelerato la ricerca di partner alternativi da parte di Kabul. Il ministro degli Esteri talebano, Amir Khan Muttaqi, ha ribadito che il paese spalancherà le porte a investimenti in miniere, agricoltura e commercio, proponendo anche agli Stati Uniti di superare vent’anni di guerra in nome della cooperazione d’affari.

Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, ha provato fino all’ultimo a vendersi a Washington come l’unico ponte possibile verso l’Asia Centrale, promettendo persino una futura riapertura  della base di Bagram. Ma la diplomazia dei dollari ha superato le vecchie rendite di posizione della Guerra Fredda: l’amministrazione americana comprende che l’ossessione pakistana rischia solo di incendiare la regione.

Se l’Arabia Saudita non esita a scavalcare l’alleato pachistano in Afghanistan, difficilmente prenderà le sue parti in un eventuale scontro con l’India, partner commerciale troppo ricco per essere sacrificato. L’accordo di Kabul segna il tramonto delle illusioni per Islamabad: gli affari sul greggio vanno avanti, e chi resta ancorato al ricatto dei confini finisce per pagare il conto da solo. Del resto non si vedono truppe pakistane sul campo in Yemen…

RELIGIONI: QUANDO LA SEGREGAZIONE DELLE DONNE NON FA SCANDALO

labottegadelbarbieri.org Cinzia Sciuto* 9 settembre 2026

Dalla richiesta di poter visitare la Tour Eiffel senza la presenza di donne a quella di orari separati per le piscine, qualche riflessione su libertà religiosa e laicità.

Supponiamo che un gruppo di suprematisti bianchi voglia visitare, per esempio, la Tour Eiffel e, per non tradire i propri convincimenti politici, chieda all’ente che gestisce il monumento – cortesemente, per rispetto delle posizioni altrui e in nome della libertà di opinione – di allontanare il personale nero durante la loro visita. Immaginiamo (o almeno speriamo, che di questi tempi davvero non si può più essere certi di niente) che la richiesta venga respinta con sdegno, e magari il gruppo denunciato per razzismo e discriminazione. Ora supponiamo che arrivi un gruppo religioso, diciamo indù, che vuole visitare, facciamo il caso, la Tour Eiffel e, per non tradire i propri convincimenti religiosi, chieda all’ente che gestisce il monumento – cortesemente, per rispetto delle credenze altrui e in nome della libertà di religione – di allontanare il personale femminile durante la visita. Immaginiamo (o almeno speriamo, che di questi tempi davvero non si può più essere certi di niente) che la richiesta venga respinta con sdegno, e magari il gruppo denunciato per misoginia e discriminazione… Ops, questo secondo scenario è accaduto davvero, e le cose non sono andate come noi avremmo immaginato. Perché invece a quanto pare l’ente gestore della Tour Eiffel ha acconsentito all’assurda richiesta, e il caso è scoppiato solo grazie alle sacrosante proteste dei sindacati. Questa vicenda ci dice almeno due cose. La prima ha a che fare con il trattamento riservato alle religioni: una medesima richiesta, se fatta in nome della religione, assume immediatamente un’aura di rispettabilità che altrimenti non avrebbe. Se la richiesta di allontanamento del personale femminile fosse stata fatta in nome di una qualche altra ideologia (magari quella del vannacciano “patriarcato mediterraneo” o di qualche incel) non sarebbe stata neanche presa in considerazione. Il trattamento privilegiato delle religioni è un’annosa questione, che va dai temi fiscali (vedi 8 per mille) a quelli lavorativi (in Germania gli enti religiosi godono di normative sul lavoro diverse da tutti gli altri datori di lavoro) fino a questioni che incidono sui diritti umani fondamentali (pensiamo alle trasfusioni di sangue rifiutate dai testimoni di Geova anche sui figli minori). La seconda lezione che questa vicenda ci fornisce è però ancora più preoccupante. Se lo stesso gruppo religioso indù avesse chiesto l’allontanamento di personale, poniamo, musulmano, la richiesta con ogni probabilità sarebbe stata respinta. Ossia, il privilegio che accordiamo alle religioni non si spinge fino a accettare la discriminazione razziale o religiosa. Mentre quella di genere è stata considerata – se non condivisibile – quanto meno tollerabile. E qui sta un punto cruciale: la segregazione delle donne non scandalizza tanto quanto quella fatta sulla base di altre caratteristiche.

Se il caso della Tour Eiffel mostra in maniera eclatante il suo carattere discriminatorio, la segregazione di genere serpeggia in molte (tutte?) le religioni, spesso in maniera più sottile e subdola. Cos’altro è, infatti, se non una forma di segregazione di genere, la richiesta di orari separati per sole donne nelle piscine, di cui tanto si è parlato quest’estate? Sono perfettamente consapevole che per moltissimi versi i casi sono imparagonabili. Nel primo si tratta di una pura imposizione che impedisce alle donne (tutte, anche a quelle non appartenenti al gruppo che fa la richiesta) di svolgere il proprio lavoro. Nel secondo caso è una richiesta per consentire alle donne musulmane di andare in piscina senza contravvenire a un precetto religioso che loro stesse condividono. In entrambi i casi si chiede a un ente la riorganizzazione di un bene o servizio pubblico in base a criteri di segregazione di genere, con la differenza – cruciale – che nel secondo caso non si lede la libertà di terzi. Se quindi nel primo caso l’inaccettabilità è palese, ciò non toglie che anche il secondo pone un tema rispetto all’uso degli spazi pubblici: in entrambi i casi, infatti, la richiesta è fatta in nome di una credenza religiosa che impone la separazione fra uomini e donne. Anzi, per la precisione: quella degli orari separati in piscina è fatta in nome di un precetto che vieta alle donne di mostrare il loro corpo a maschi non della famiglia. Un precetto, dunque, in sé, segregativo, a prescindere dalla convinta adesione delle donne stesse. Sarebbe finalmente ora di liberarsi da quello che potremmo chiamare il “ricatto della libertà di scelta”: che una prescrizione religiosa sia seguita “liberamente” non ci dice nulla sul contenuto di quella prescrizione. Pensiamo, nel mondo cattolico, all’esclusione delle donne dal sacerdozio o dai ruoli di governo della Chiesa: il fatto che milioni di fedeli e di religiose accettino di buon grado di essere escluse dalla gerarchia istituzionale non rende quel divieto meno discriminatorio. In altre parole, se il contenuto di un precetto è misogino e discriminatorio, esso non cambia natura solo perché condiviso “liberamente” anche da chi è discriminato. E soprattutto: il fatto che quel precetto sia condiviso anche da chi lo subisce non è una buona ragione per non denunciarne il carattere discriminatorio. La laicità dello Stato non serve a sindacare le convinzioni intime delle persone, ma a impedire che l’istituzione pubblica si faccia garante, se non addirittura promotrice, della segregazione di genere, a prescindere dal fatto che tale segregazione sia subita o invece liberamente accolta.

*Il «Contrappunto» è la rubrica sull’attualità della direttrice di MicroMega Cinzia Sciuto.

 

Il consiglio medico pakistano comunica ad Amu che l’ordine di espulsione riguarda tutti gli studenti afghani.

amu.tv di Shahabuddin Amiri 10 settembre 2026

Studenti pakistani hanno manifestato in segno di solidarietà con gli studenti afghani che rischiano l’espulsione dal Pakistan.

L’ente regolatore medico pakistano ha dichiarato ad Amu TV che l’ordinanza che impone agli studenti afghani di medicina e odontoiatria di lasciare le proprie università si applica a tutti gli studenti afghani, compresi quelli che studiano nell’ambito del programma di borse di studio Allama Muhammad Iqbal del Pakistan.

Il Consiglio medico e odontoiatrico del Pakistan ha dichiarato che la decisione è stata presa in conformità con le politiche del governo pakistano, in particolare con quelle del Ministero dell’Interno.

Il dipartimento di ricerca del consiglio ha dichiarato ad Amu TV che la direttiva riguarda tutti gli studenti afghani, compresi i beneficiari di borse di studio.

In base a una lettera emessa dal consiglio, sono state sospese anche le ammissioni, i trasferimenti e altre procedure accademiche per gli studenti afghani di medicina e odontoiatria. Le università hanno ricevuto istruzioni di completare le procedure amministrative per la partenza degli studenti attualmente iscritti.

La King Edward Medical University di Lahore è tra le prime istituzioni ad attuare la direttiva. L’università ha invitato 20 studenti di medicina afghani a presentarsi per completare le formalità di partenza.

Secondo quanto riportato, sette degli studenti sono all’ultimo anno di corso.

La decisione ha suscitato critiche da parte di parlamentari pakistani, figure dell’opposizione e gruppi per i diritti umani, che hanno chiesto il ritiro del provvedimento.

Allama Raja Nasir Abbas, leader dell’opposizione al Senato pakistano, ha criticato la decisione, affermando che agli studenti che pagano le tasse universitarie dovrebbe essere consentito di continuare i loro studi.

“Quest’azione dà chiaramente l’impressione di una vendetta personale”, ha affermato Abbas. “Si tratta di un danno per le generazioni future.”

Ha avvertito che la decisione potrebbe acuire l’ostilità e “seminare i semi dell’odio” tra le giovani generazioni.

Asad Qaiser, un parlamentare dell’opposizione pakistana, ha condannato il provvedimento e ha dichiarato che solleverà la questione nell’Assemblea nazionale. Ha inoltre affermato di aver impugnato la decisione presso l’Alta Corte di Peshawar.

«I politici sono forse privi di buon senso o di responsabilità morale?», ha affermato Qaiser. «Condanno fermamente questa comunicazione del consiglio medico e odontoiatrico e ne chiedo l’immediato ritiro.»

“Agli studenti che stanno già studiando dovrebbe essere data l’opportunità di completare la loro istruzione”, ha aggiunto.

La commissione per i diritti umani mette in guardia sull’impatto sulle donne.

La Commissione per i diritti umani del Pakistan ha affermato che la questione è andata oltre una semplice decisione di natura educativa ed è diventata una questione umanitaria, in particolare per le donne afghane che studiano medicina.

La commissione stima che tra le 20 e le 40 studentesse afghane potrebbero essere colpite. Le donne rimpatriate in Afghanistan si trovano ad affrontare prospettive particolarmente limitate per la prosecuzione degli studi, poiché i talebani hanno vietato a donne e ragazze l’accesso alle università e alla formazione medica.

“Alcuni studenti si sono ora rivolti alla Commissione per i diritti umani del Pakistan e, oltre a chiedere supporto legale e istituzionale, hanno richiesto un rifugio sicuro, sottolineando la gravità e l’urgenza della situazione”, ha affermato la commissione.

Secondo quanto riportato nell’articolo originale, 26 studentesse afghane della King Edward Medical University e della Fatima Jinnah Medical University di Lahore rischiano di vedersi interrompere gli studi.

In passato il Pakistan ha finanziato studenti di medicina afghani.

La direttiva giunge dopo che il Pakistan stesso ha fornito borse di studio a studenti afghani negli anni precedenti.

Secondo la Commissione per l’Istruzione Superiore del Pakistan, 3.000 borse di studio sono state assegnate a cittadini afghani nell’ambito della seconda fase del programma di borse di studio Allama Muhammad Iqbal, approvato nel 2018.

Di queste borse di studio, 500 posti erano destinati agli studi di medicina e 100 a quelli di odontoiatria.

Questa politica ha inoltre creato una evidente incertezza su quali studenti afghani saranno infine costretti a lasciare il Paese.

Sediq Shariati, capo dell’Unione degli studenti afghani in Pakistan, ha dichiarato ad Amu TV che i rappresentanti degli studenti afghani hanno incontrato un portavoce del Ministero degli Esteri pakistano e gli è stato assicurato che gli studenti in possesso di documenti e visti validi possono continuare i loro studi.

Shariati ha affermato che i funzionari del Ministero degli Esteri hanno definito “propaganda” le notizie relative all’espulsione di studenti di medicina afghani.

Il Ministero degli Esteri non ha rilasciato pubblicamente alcuna dichiarazione ufficiale a conferma di tale posizione.